C’ è una pagina di The Soft Machine (1961) in cui il mondo, per qualche riga, va in pezzi. Il protagonista di William S. Burroughs – un agente senza nome, una coscienza che salta da un corpo all’altro come un parassita – è riuscito a infilarsi nell’antica civiltà maya trasferendosi nel corpo di un giovane contadino, e da lì ha capito il trucco. I sacerdoti governano la popolazione attraverso il calendario: una macchina di controllo fatta di date, cerimonie e codici che solo loro sanno leggere, ma del quale non capiscono a pieno il funzionamento, e che stabilisce in anticipo cosa ognuno dovrà sentire, pensare, desiderare in ogni giorno dell’anno. Quando l’agente riesce a manometterla, il sistema si rovescia tutto insieme: i lavoratori dei campi rompono i ranghi, la folla risale le scalinate del tempio, i sacerdoti vengono travolti, i libri sacri finiscono nel fuoco. La prosa, già frantumata dal cut-up, accelera, si sbriciola in frammenti e in grida, in un ordine ripetuto come un mantra – “bruciate i libri, uccidete i sacerdoti” – finché non resta che il rumore di qualcosa che crolla.
È una scena di una violenza enorme, che negli arcani maggiori dei tarocchi ha un nome e un numero precisi: XVI, la Torre. Nel mazzo di Marsiglia la chiamano La Maison Dieu, la casa di Dio, e mostra un edificio colpito dal cielo, la sommità che si stacca come un coperchio, due uomini in caduta libera dentro una pioggia di palline colorate; nei mazzi belgi del Seicento il nome è ancora più spoglio, La Foudre, il fulmine, come se l’unica cosa che contasse fosse l’istante dell’impatto. Nel Rider-Waite è una torre grigia piantata su una roccia, colpita da una saetta che le strappa via la corona, mentre due figure precipitano a testa in giù tra le fiamme e intorno cadono piccole lingue di fuoco a forma di yod, la più minuta delle lettere ebraiche. Arthur Edward Waite, che quel mazzo lo ha illustrato, la descriveva come la carta della “catastrofe imprevista”; la corona che salta, nella lettura più diffusa, è il pensiero materialista che si credeva sovrano e viene decapitato.
È la carta più temuta del mazzo: un edificio superbo e un poco ridicolo, eretto con la sicumera di chi si crede al riparo dal cielo, che d’improvviso scopre la propria natura di quinta teatrale, di fondale dipinto. Gli esegeti ci hanno visto la Torre di Babele, punita per aver preteso di arrivare fino a Dio, oppure le porte dell’Inferno sfondate, o ancora la cacciata dall’Eden – e in tutte queste letture c’è un ordine che si credeva eterno e che si rivela, all’improvviso, provvisorio, arbitrario, revocabile. Nella tradizione esoterica della Golden Dawn la Torre corrisponde a Marte, il pianeta della guerra, e alla lettera ebraica peh, che significa bocca: la carta del crollo è anche la carta della parola e – come spiega bene l’opera tutta di Burroughs – non è un caso. Chi è pratico di tarocchi sa che la Torre non è una condanna quanto più è una liberazione che arriva all’improvviso. Quello che cade, cade perché è stato costruito male ed è tempo di rifare tutto da zero.
Sotto le vetrine di corso Vittorio Emanuele, tra i cristalli in frantumi, si celebravano le chiassose esequie di un patto mai rispettato, mentre la città, attonita e compunta, finge di non riconoscere i figli bastardi che ha abbandonato ai margini.Sono queste le immagini che sono rimaste fisse nella mia testa in questi giorni, da quando vedo un’Italia spaccata dalle rivolte, sconquassata da una rabbia che resta incompresa o che, forse, è più semplice lasciare tale piuttosto che sviscerare, risolvere.
La sera del 17 ottobre piazza Duomo era un catino di fumo acre e di bagliori rossastri, i petardi e le bombe carta rimbombavano sotto le guglie. Nei video, avanzano falangi scomposte, ragazzi vestiti di nero calati dalle periferie e dall’hinterland, quindicenni, sedicenni, una gioventù smaniosa e ferita che sfida, con il volto coperto e la voce roca, la generazione che le ha consegnato in eredità un mondo infausto, svuotato, ipotecato fino all’ultimo metro quadro. Sotto le vetrine di corso Vittorio Emanuele, tra i cristalli in frantumi, si celebravano le chiassose esequie di un patto mai rispettato, mentre la città, attonita e compunta, finge di non riconoscere i figli bastardi che ha abbandonato ai margini.
I giornali, il giorno dopo, avevano già trovato le parole per non capire. “Maranza”, “baby gang”, “giovani barbari”, “un esercito di piccoli invisibili”: un lessico zoologico, entomologico, da sciame e non da generazione. I conti erano esatti fino all’unità – agenti feriti, arresti, mezzo milione di danni – mentre le ragioni restavano nel vago, derubricate a pretesto. La violenza viene enunciata con chiarezza ma quello che manca è un’analisi lucida dell’altrettanta violenza che l’ha preceduta, generandola. Resta violento, da parte di uno Stato, consegnare un futuro incerto e cupo, puntare il dito verso chi non riesce a restare a galla in un momento di precarietà diffusa, che ci vede annegare tra le aspettative del mondo dei nostri genitori e l’incertezza di quel poco che ci resta. La crisi è diffusa e tentacolare: abitativa, emotiva, migratoria, climatica: mondiale. Non è un caso che le proteste siano ovunque nel mondo; dalla Francia all’Albania, dalla Colombia all’Argentina. Fuochi diversi esplosi in simultanea: è bastato poco per appiccare l’incendio. “Il dissenso nel mondo non è mai stato così diffuso né così pericoloso per gli attuali controllori”, scriveva Burroughs nel 1978 in The Limits of Control, elencando tutti i numerosi miglioramenti che erano stati fatti nell’ambito del dominio delle masse.
Chi governa, da noi, ha risposto come rispondono sempre i sacerdoti quando sentono scricchiolare il tempio: moltiplicando i divieti. Con il decreto sicurezza dell’anno scorso, bloccare una strada con il proprio corpo è tornato a essere un reato, e in carcere persino la resistenza passiva può costare anni di pena. Il 20 ottobre, a tre giorni da piazza Duomo, il Consiglio dei ministri ne ha approvato un altro, otto articoli scritti con la fretta febbrile di chi teme di arrivare tardi. C’è un nuovo reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”, punito fino a cinque anni di carcere e fino a dodici per chi organizza, anche online. Il fermo preventivo arriva ai sedicenni. Per i ragazzi dai quattordici anni in su la capacità di intendere e di volere è presunta per legge, salvo prova contraria. È una legislazione liturgica e lugubre insieme, ancora una volta già prevista da Burroughs, che in The Limits of Control aveva scritto: “Il controllo riuscito significa raggiungere un equilibrio ed evitare una resa dei conti in cui sarebbe necessaria la forza totale”. Quando i sacerdoti mandano i soldati sulle scalinate del tempio, il calendario ha già smesso di funzionare. Nello stesso saggio Burroughs si chiedeva chi abbia davvero bisogno di controllare gli altri, se non chi con quel controllo protegge “una posizione di relativo vantaggio”.
Resta violento, da parte di uno Stato, consegnare un futuro incerto e cupo, puntare il dito verso chi non riesce a restare a galla in un momento di precarietà diffusa, che ci vede annegare tra le aspettative del mondo dei nostri genitori e l’incertezza di quel poco che ci resta.Giorgia Meloni ha affermato che “manifestare è un diritto, mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è”. Anche quel diritto, a quanto pare, vale a intermittenza. Negli stessi giorni camionisti e agricoltori hanno fermato le strade del Sud contro il caro carburanti, e in Campania i presidi sono stati rimossi con la forza. Il Viminale ha contato 1.339 identificati, 71 denunciati e 242 sanzionati, uomini e donne il cui unico crimine è stato fermare un camion per dire che il gasolio non riescono più a pagarlo. Il dissenso, da solo, diventa una colpa. La repressione smette di essere una risposta all’emergenza e si fa sistema: è il nuovo calendario dei sacerdoti, che stabilisce in anticipo quale rabbia sia tollerabile e quale vada schedata.
Il 24 ottobre, lo Stato ha scelto di rispondere alle piazze con il più antico e il più eloquente dei suoi argomenti, il manganello, calato con svogliata perizia su ragazzi seduti a terra, su mani alzate nel gesto universale e inutile della resa, su telefoni che riprendevano e su schiene che fuggivano, mentre i cordoni di caschi si richiudevano intorno ai corpi affinché nessuno vedesse.
Per anni la mia generazione – quella nata dentro uno schermo e cresciuta dentro una crisi – è stata descritta come apatica, fragile, distratta, troppo occupata a scrollare per accorgersi del mondo. Siamo stati la generazione snowflake, quella che non vuole lavorare. Ci hanno dato tutto quello che serviva per spegnerci: un flusso infinito di contenuti calibrati al millisecondo sui nostri desideri, la guerra in diretta tra un video di cucina e una pubblicità di integratori, l’orrore e il frivolo impaginati con la stessa grafica aesthetically pleasing, un’indignazione a portata di pollice che si consuma nel tempo di una storia di ventiquattro ore e lascia dietro di sé soltanto un senso di spossatezza. È stata un’anestesia fastosa, sontuosa, quasi barocca nella sua opulenza: un oppio cromatico somministrato senza limiti di tempo. Pensavano che ci saremmo spenti da soli, chiusi nelle nostre stanze in affitto a guardare il mondo finire attraverso un vetro retroilluminato. Non avevano calcolato che l’anestesia, prima o poi, finisce e che il dolore, quando ritorna, ritorna tutto insieme.
La rabbia che oggi attraversa le piazze non è improvvisa. È una rabbia sedimentata, accumulata per anni sotto la superficie liscia delle timeline: la rabbia di chi ha capito che le promesse con cui è cresciuto – studia e troverai lavoro, lavora e avrai una casa – erano scritte su una carta che nessuno aveva intenzione di onorare, di chi guarda un genocidio in diretta e si sente dire che non è il momento di parlarne. Ed è, soprattutto, una rabbia politica: non nichilista, non vandalica per vocazione, ma lucidissima e irrefrenabile. È una febbre lenta, covata in silenzio da chi sa con esattezza chi ha scritto le regole del gioco; e sa che quelle regole sono state scritte perché a perdere fossero sempre gli stessi. Per questo non si accontenta più di essere ascoltata ma pretende di essere presa sul serio.
Per anni la mia generazione – quella nata dentro uno schermo e cresciuta dentro una crisi – è stata descritta come apatica, fragile, distratta, troppo occupata a scrollare per accorgersi del mondo. Siamo stati la generazione snowflake, quella che non vuole lavorare.Quando le risposte non arrivano, si impara a cercarle altrove e se ci rivolgessimo al cielo e le chiedessimo alle stelle, ci direbbero che era tutto già scritto. Gli astrologi chiamano era dell’Acquario il tempo del collettivo e della disobbedienza; coincide sempre con la vigilia di un crollo. Plutone, il pianeta delle trasformazioni irrevocabili, aveva già attraversato il segno tra il 1777 e il 1798, gli anni della Rivoluzione americana e della Bastiglia. Nel 1968 il musical Hair andava in scena a Broadway e nel mentre gli studenti occupavano le università. Nel 1989 Saturno e Nettuno si sono congiunti mentre a Berlino un muro veniva buttato giù a picconate. Oggi Plutone è tornato in Acquario, dove resterà fino al 2044, e il 20 febbraio di quest’anno Saturno e Nettuno si sono incontrati di nuovo, inaugurando un ciclo di trentasei anni. Coincidenza o simbolo poco importa: ogni epoca di grande cambiamento ha avuto bisogno di una mitologia su cui reggersi e la nostra non fa eccezione.
Per questo bisogna tornare a chi quelle immagini le aveva previste e scritte trent’anni fa. “La parola è ormai un virus”, dice Burroughs: qualcosa che si replica attraverso frasi e immagini, che non ha bisogno di catene perché lavora direttamente sui nervi, sui desideri, sui ritmi del corpo. I suoi sacerdoti maya non governano con le armi, governano con il tempo, attraverso libri che il popolo non può leggere: pallidi, cerimoniosi, eruditi della propria stessa impostura, chini su codici che non contengono alcuna verità se non quella, sufficiente, di essere illeggibili per gli altri. I contadini vivono dentro il calendario come dentro l’aria, convinti che quell’ordine sia naturale, eterno, divino. È questa invisibilità a rendere il controllo così efficace.
Gilles Deleuze è stato tra i primi a capire che non si trattava solo della penna esuberante e complessa del meno beat tra i beat. Nel 1990, nel Post-scriptum sur les sociétés de control, cerca un nome per il potere che sta prendendo il posto delle società disciplinari descritte da Foucault e lo trova proprio in Burroughs. Non più gli spazi chiusi della fabbrica, della prigione, della scuola, ma una modulazione continua fatta di codici, accessi, password. Non serve più rinchiudere nessuno, basta sapere dove si trova, cosa spende, cosa cerca. L’individuo, scrive Deleuze, diventa “dividuale”, scomposto in dati e campioni di mercato.
Viviamo dentro calendari che non abbiamo scritto, fatti di notifiche che scandiscono le giornate e di algoritmi che decidono cosa vedremo, cosa desidereremo, di cosa avremo paura. Li custodisce una casta di nuovi sacerdoti – ingegneri, investitori, proprietari di piattaforme – con la stessa grazia esangue dei loro antenati maya, la stessa compunta sollecitudine con cui si spiega al fedele che il sacrificio è per il suo bene. Celebrano messe in auditorium immacolati, promettono un futuro luminoso mentre consumano il pianeta, e stringono patti con i governi che spediscono armi e reprimono cortei. Eppure, annota l’agente di The Soft Machine, “i sacerdoti stessi non capiscono esattamente come funziona il sistema”. La macchina morbida si è fatta tascabile, luminosa, gratuita, e noi, come i contadini maya, l’abbiamo scambiata per il mondo.
La rabbia che oggi attraversa le piazze non è improvvisa. È una rabbia sedimentata, accumulata per anni sotto la superficie liscia delle timeline. È, soprattutto, una rabbia politica: non nichilista, non vandalica per vocazione, ma lucidissima e irrefrenabile.Burroughs sapeva però che ogni controllo porta dentro di sé il proprio limite. “Il controllo non può mai essere un mezzo per un fine pratico”, si legge in Naked Lunch (1962), “non può mai essere un mezzo per nient’altro che altro controllo”. Quando diventa totale gira a vuoto. I sacerdoti crollano nel momento esatto in cui il calendario smette di essere invisibile, quando qualcuno lo guarda dall’esterno e capisce che è soltanto un oggetto costruito da esseri umani. È quello che vedo accadere nelle piazze: una generazione che vuole riprendersi ciò che le è stato tolto e sta iniziando a farlo. I primi segnali di ottimismo arrivano in giornata dall’Europa dell’est. In Serbia il movimento degli studenti ha vinto le elezioni parlamentari, umiliando il partito di Aleksandar Vučić con l’affluenza più alta dal 1992. Era nato due anni fa come risposta a una tragedia: la pensilina della stazione di Novi Sad, appena restaurata, crollata sulle teste di sedici persone, monumento involontario e perfetto alla corruzione degli appalti. Da quelle macerie è nato un movimento senza capi, ostinatamente acefalo, che ha scritto il proprio programma nelle assemblee e alla fine ha preso il potere il voto. È la dimostrazione, nitida, che la rabbia quando trova una grammatica può farsi governo.
Sarebbe facile chiudere con un appello alla speranza, ma sarebbe un’altra forma di anestesia. Lo diceva anche Deleuze: non è il momento di avere paura né di sperare, ma di cercare nuove armi. Dietro la retorica levigata e tronfia di chi governa, gonfia di parole come merito, decoro, sicurezza – parole imbalsamate, vuote – c’è soltanto il più antico dei desideri del potere: restare dov’è. Lo si è visto con chiarezza didascalica nelle piazze di venerdì 23, dove il potere è una bestia monolitica; una muraglia di caschi e scudi immobile, compatta, ostinatamente sorda. Camminando in capo al corteo poco dopo piazza della Repubblica c’è un’immagine che mi resta impressa: quella di una ragazza che teneva sollevato a braccia tese, come uno stendardo, un lenzuolo giallo dietro cui scompariva il suo viso, e sopra ci aveva scritto a mano, in un rosso sbavato, una parola sola: ASCOLTO.
Prima persona singolare dell’indicativo presente, una dichiarazione di disponibilità, la lancia che frantuma il muro e costruisce un ponte. Sotto quel ponte, un fiume in piena: noi che camminiamo. La corrente ti strattona, ti sballotta da una sponda all’altra, ti strappa di mano gli amici e te li restituisce cento metri più in là, e per lunghi istanti non sai più dove ti trovi né dove ti stia portando. Eppure dentro quel disordine c’è una direzione; l’acqua preme contro l’argine finché non lo supera, e allora straripa, invade i campi, li allaga e li irriga, e dove prima c’era terra arida e recintata lascia un limo grasso, fertile, da cui qualcosa, prima o poi, dovrà pur germogliare.