S
crivo continuamente scrivo, scrivo sempre,
solo nella mia testa
Quando sono piena di formiche
talune lucenti altre opache
che mi percorrono in lungo e largo come
fossi un continente
e sono un cortile
mi escono dalle orecchie, dal naso
mi camminano negli occhi
allora io mi fermo e scrivo
Premute si riversano sui fogli
Mi disannèro.
(2019)
La soggettività ri-scritta “diventa paesaggio a sopportare la poesia in sé, / senza scriverla”, scrive Antonella Antonia Paolini (finalista al premio Pagliarani 2026), nel suo libro d’esordio Il macello moderno, per la collana “I domani”, con la nota in quarta di copertina della poeta, scrittrice e traduttrice Laura Pugno (Nino Aragno Editore, 2025, a cura di Andrea Cortellessa, Maria Grazia Calandrone e Laura Pugno). Quel “disannèro”, una licenza poetica della Paolini, è una invocazione alla “letteratura, che viene espressa fuori di sé, disannerandosi, liberandosi infine sulla pagina dell’ombroso veleno, anzi farmaco, che è l’inchiostro di una scrittura ancora intimamente pensata come fisica, o tipografica, proprio perché risale alla più segreta, proibita, disposizione dell’infanzia”, designa la Pugno nella sua nota.
Come stanze le parole si costruiscono in pareti di ferro, riflettevo l’altro giorno, come per intingere sul cuore una nuova forza di attrazione, un tentativo di sommare tutte le volte che il corpo mi abbia comunicato di fermarmi, per non farmi male, ma nel farmi male mi sono fermata per forza a riposare. Penso non sia l’unica persona ad aver provato questi allarmi “corporali”. La tensione che vige in questi versi ruota intorno all’allarme, quel tipo di click interno, che un po’ senti che non ha a che fare con la meccanicità delle azioni quotidiane, quelle solite all’interno delle quali tutti ci riconosciamo e che per un motivo o per un altro ci dimentichiamo di essere dentro quella catena meccanica d’azione, e così continuiamo a fare le nostre cose, fino a quando non accade qualcosa di esterno, una pallonata per esempio, e ci svegliamo per qualche secondo, poi di nuovo torniamo nelle nostre azioni solite che tanto amiamo, perché nelle abitudini ci si riconosce con gli altri.
In questo viaggio dentro il lirismo di Paolini, ci si risveglia in una sorta di nuova concezione di realtà, in una mescolanza tra il fare reale accaduto e il presente che incessante scalfisce la realtà, in una riuscita ironia amara dell’esistere.Durante quei secondi in cui ci siamo svegliati, ricordiamo di essere qualcos’altro, che siamo fatti di carne e ossa e di dolore, e che quel dolore è sempre presente, ma ci accorgiamo solo quando cadiamo o ci schiantiamo. Deve avvenire uno “choc esteriore”, come racconta Georges Ivanovič Gurdjieff nel libro Frammenti di un insegnamento sconosciuto (1949), dello scrittore russo Pëtr Dem’janovič Uspenskij. Gurdjieff sosteneva che dentro di noi abbiamo due piccoli accumulatori di energia a fianco di ogni centro, che si alimentano dall’energia di un grande accumulatore, e ognuno di essi contiene la sostanza particolare necessaria al lavoro di quel centro. Quando le energie si esauriscono nei piccoli accumulatori, avviene lo “choc esteriore” che ci costringe a fermarci per ricaricarci, ma non sarà che un breve riposo, che non ti permetterà di riprenderti totalmente. Ecco, in quei secondi, causato dallo “choc esteriore”, oltre al dolore, c’è il risveglio dal sonno meccanico, di essere appunto una macchina con “lamiere non carne / Un velivolo / Una quattroruote? / Faccio poco rumore / Come un proiettile eccomi / Mi arrivo al cuore”.
In questo viaggio dentro il lirismo di Paolini, ci si risveglia in una sorta di nuova concezione di realtà, in una mescolanza tra il fare reale accaduto ,“l’ho pagato a caro prezzo ogni passo / ho pagato…” e il presente che incessante scalfisce la realtà, “ e pago un prezzo alto / Alto / E sono come un uccello che non ha compagni / [di volo su questo grattacielo / Non guardo né su né giù, / Sento il vento della sera”, in una riuscita ironia amara dell’esistere: “ Vedo le tue unghie e penso che il tuo smalto / Scolorirebbe, si decomporrebbe ed io / vorrei tornare io in quei pezzettini? / No, questo io non lo vorrei”.
Si comunica con una razionalità surreale la storia di una Donna che nel vuoto trova il centro. Nella cosmologia cinese il Centro è rappresentato dal numero cinque – cifra della terra – diviene il terreno fertile nella poesia di Antonia, pronto ad accogliere il germe di una nuova vita: “Prima di morire? / Quando? / La poesia chiude i suoi occhi / poi li apre ancora / lo ascolta”. Come nota Laura Pugno nella quarta di copertina “questa metamorfosi che tanto somiglia a una morte diventa vera appartenenza, terra unica in cui riconoscersi, sola origine”. Il Centro, che nel vuoto ruota e ci fa muovere, in una interazione dinamica tra i cinque elementi / stagioni: il legno (primavera), il fuoco (estate), la terra (centro – quinta stagione), il metallo (autunno) e l’acqua (inverno), aziona le facoltà più nascoste, che sappiamo di possedere, ma la contorsione che gli accumulatori di energia produce, ci fa perdere di vista l’obiettivo e cadiamo. E nell’interazione tra gli elementi, la Donna-Bambina che troviamo nei versi di Antonia, tenta di trovare altri centri per non cadere e “cambia vento / morendo / ma non muore / a Pasqua vuole sempre risorgere / è sempre stata una bambina – Cristo” per immergersi in viaggi nebulari “sul ponte, nemmeno la vedo bene / è già lontana nella notte”.
Come nota Laura Pugno nella quarta di copertina “questa metamorfosi che tanto somiglia a una morte diventa vera appartenenza, terra unica in cui riconoscersi, sola origine”.A volte si evoca la “Poesia” come fosse una persona, e si presenta alla poeta come interlocutrice del suo spazio privato, quello più intimo, il più fragile sentire, altre volte, al plurale, si moltiplicano le “Poesie” e sono “inghiottite per anni e anni / nella tasca della penna passano solo uccelli metallici”.
Tutte le poesie non le ha scritte in vita
Ed io come lei
Mi vesto di bianco e mi spavento in giardino
Sentendomi un fantasma
Sentendosi un fantasma
Nel cuore della notte …
Antonia come lei, la Poesia, si spaventa da sola, ma rimane un mistero se davvero la poesia è scritta o è letta dentro di sé. La poeta dice di scrivere nella testa, quindi ci fa leggere a noi ciò che scrive nella sua mente, oppure legge quello che deve scrivere, una volta scritto quel che dentro si cela, va a finire negli occhi di chi legge. Ma chi legge, forse ha già scritto nella sua testa già qualcos’altro. E in questo gioco di parole, tra chi legge cosa e chi scrive perché, torno al concetto di allarme, di cui sopra ho detto, la tensione delle lettere “premute” sul foglio come fossero piombo, traforano la carta, ma prima di rotolare in questa azione così cruda, preparano l’occhio del lettore allo “schianto” che avverrà da lì a poco. La pressione si sente anche nei casi di una combinazione poetica più morbida. Dicevo, l’allarme, per come viene trattato il presente, suggerisce uno stato di essere all’erta, unico stato capace di prevedere la caduta o lo schianto, l’emergenza, quel click preannunciatore che stai per perdere l’equilibrio:
Lo schianto
Avevo in mente degli alberi verdi, che scolorivano
l’aria di verde mentre pioveva alle sette di sera col
[sole]
pioveva sulle lamiere, era tutto verde
mi girava la testa, non sentivo che un fischio
mi dicevo: ho delle lenti verdi negli occhi
pensa tu
quando ci sono venute queste lenti nei miei occhi?
E invece era l’acqua ed era lo schianto
era il verde delle fronde
sparse per l’aria umida, trascolorata
verde
io non sentivo bene
c’era un’ombra verde
non sentivo ancora
tagliavano le lamiere
la gente piangeva
cadeva dai balconi
la fiamma ossidrica vicina allo sterzo
e alle mie calze
contenitori delle mie gambe insensibili
il verde continuava, colava nel cielo.
(2019)
Anche se accade che si perde l’equilibrio e ci si trova a baciare la terra, si passa da una condizione a un’altra, si alza la testa, la spalla, e così via tutto il resto del corpo, alla ricerca di un nuovo equilibrio, imparando così ad attingere alle energie nel grande accumulatore, senza passare dai piccoli accumulatori, portatori di forza fisica illusoria, che ci ingannano attraverso gli “choc esteriori”, di avere la potenza necessaria per la ripartenza. Ecco, la poesia di Paolini, mi ricorda che lo stato di allarme, è un segnale che codifica una nuova consapevolezza del crollo fisico, rimandando allo stato di origine, il poco prima del precipitare, appunto quei famosi secondi, così potenti, considerando la loro velocità.