I
l male che non c’è è l’ultimo romanzo di Giulia Caminito, uscito a settembre del 2024 per Bompiani. Come suggerisce il titolo, il tema centrale del romanzo è l’ipocondria. Scegliendo di raccontare questo disagio seriamente, e non sfruttandolo a scopi comici come pure avrebbe suggerito il modello del Malato immaginario di Molière, Caminito si inserisce in una lunga tradizione: da Svevo a Gadda, da Berto a Pecoraro, passando per Volponi, Ottieri, Morante, la narrativa del Novecento ha legittimato con sempre più insistenza la possibilità di rappresentare la condizione dell’ipocondriaco come un male invalidante verso cui provare empatia. A dimostrazione della vitalità dell’argomento, già solo l’anno scorso sono usciti almeno altri due romanzi di scrittori importanti che lo hanno, se non affrontato, almeno lambito: parlo di Malbianco di Mario Desiati e del recentissimo Lo sbilico di Alcide Pierantozzi. Per motivi di studio e ricerca (è stato l’oggetto della mia tesi di dottorato) negli ultimi quattro o cinque anni mi sono trovato a leggere un gran numero di romanzi con protagonisti ipocondriaci. Tra le tante cose che sono venute fuori durante il mio lavoro, una delle più interessanti è che la stragrande maggioranza dei personaggi ipocondriaci della narrativa (italiana, ma forse non soltanto) sono maschi, e questo persino quando a scriverne sono delle autrici (esempi possibili sono Matilde Serao, la Marchesa Colombi, Elsa Morante che pure, in parte, fa eccezione). Si tratta di una statistica che ho provato a spiegarmi in vari modi, il principale dei quali è che la fragilità fa storicamente più problema nell’identità maschile, e si sa che la letteratura (almeno quella grande) racconta più volentieri le cose che sono difficili da dire. Ma è anche naturalmente un dato che va preso con le molle, perché si riferisce ai testi che ho reperito io durante questi anni. Può darsi che mi sia sfuggita una grande quantità di romanzi e racconti che contenessero personaggi ipocondriaci femminili. Tra l’altro, è una tendenza che mi pare si stia invertendo (o almeno affievolendo) proprio di recente: ipocondriache si trovano, per esempio, nei libri di Gilda Policastro. E tuttavia mi colpisce che anche nel caso del romanzo di Caminito il protagonista, Loris, sia un maschio. Per questo motivo, oltre che ovviamente per i meriti del romanzo in generale, mi sono deciso a chiederle un’intervista, domandandole le ragioni che stanno dietro a questa e altre scelte.
Innanzitutto, grazie per aver accettato di rispondere alle mie domande. Ho apprezzato molto Il male che non c’è, è un romanzo cupo e anche un po’ asfissiante, onestamente non facile da leggere: non tanto per lo stile, che è limpidissimo, quanto per il contenuto ossessivo dei pensieri del personaggio e per la sua radicale mancanza di iniziativa. Per quest’ultimo aspetto, mi ha ricordato un romanzo che più che di ipocondria parla di depressione, il bellissimo Un uomo che dorme di Georges Perec. Il tuo romanzo è, per il resto, diversissimo, per alcuni tratti originale rispetto a quelli che ho studiato. Vorrei però partire da quel che lo accomuna a molti dei suoi antecedenti: la scelta di un protagonista di sesso maschile. Loris è un trentenne che lavora nell’editoria, ha un senso fin troppo spiccato per i refusi (altrui e propri) e soprattutto una paura matta di ammalarsi. Sulla rivista Letterate Magazine è uscito nel 2020 (non a caso, in piena tempesta Covid) un tuo bellissimo articolo autobiografico che parla proprio della tua ipocondria, e in termini analoghi ti sei espressa in un’intervista rilasciata al Messaggero nello stesso anno. Non si tratta, correggimi se sbaglio, dell’unica caratteristica che condividi con Loris (penso anche alle origini africane di una parte della tua famiglia, che hai raccontato in un altro romanzo, La grande A). Se è vero che il tema dell’ipocondria ti riguarda molto a livello personale, come tu stessa hai confessato, posso chiederti come mai hai sentito l’esigenza di filtrarlo dal punto di vista di un maschio? Forse per l’influenza di alcuni modelli, come Il male oscuro di Giuseppe Berto, che citi in epigrafe e riprendi quasi alla lettera nel titolo? E, più in generale, ti vengono in mente personaggi ipocondriaci femminili che ti abbiano ispirata?
La scelta di un protagonista maschile ha diverse ragioni. Intanto io venivo da un romanzo,
L’acqua del lago non è mai dolce, tutto incentrato su una prima voce narrante femminile e avevo quindi bisogno di cambiare tipo di personaggio e di narrazione per non cadere nell’eco di quella precedente e cercare di variare nella mia scrittura, darmi spazio di sperimentare. Poi, proprio perché partivo da premesse personali e autobiografiche, ma non volevo scrivere un
memoir, inserire il filtro di un personaggio di genere diverso dal mio mi ha permesso di generare una utile distanza e ragionare sul materiale autobiografico da un punto di vista finzionale. Insomma, è stata una scelta ponderata e non in relazione alle rappresentazioni classiche dell’uomo ipocondriaco, ma per esigenze mie sia personali che di scrittura. L’ipocondria è una scusa per indagare il rapporto tra salute e malattia, vita e morte, paura e realtà. E provare a farlo attraverso un personaggio diverso da me ‒ ma anche a me vicino e comodo ‒ mi è sembrato il modo più valido per procedere nell’indagine e portarla più avanti possibile liberandomi di troppi riferimenti personali diretti e faticosi.
Una cosa che ho riscontrato spesso nei miei studi è che, quando lo statuto di realtà della malattia è in discussione in un personaggio femminile, molto spesso si viene a scoprire che il suo disagio, più che immaginario, è finto. È quanto accade per esempio nel romanzo Fantasia (1883) di Matilde Serao, ma casi analoghi si possono trovare anche in altri testi, soprattutto ottocenteschi. Del resto, proprio di fine Ottocento è una ricca pubblicistica parascientifica sulla presunta abilità delle donne di fingere, di ingannare l’uomo (ci sono pagine di Lombroso e Mantegazza sull’argomento, abbastanza impressionanti per la loro misoginia). In fondo, lo stesso concetto di isteria (basti pensare a Fosca) affonda le radici in questo humus. Senza fare spoiler, possiamo dire che questa dicotomia di stampo misogino (l’uomo crede davvero di essere malato, la donna sa benissimo di fingere) fa capolino a un certo punto anche nel tuo libro. Nell’intervista al Messaggero dici giustamente che oggi alle donne si chiede di essere più performative: in altre parole, la fragilità femminile è oggi percepita come qualcosa di più problematico rispetto a una volta. In che misura le tue scelte di poetica sono frutto di una polemica consapevole con l’opinione dei maschi (o di alcuni di essi)? E in che misura invece potrebbero esserne state condizionate?
Come dicevo nella risposta precedente, la scelta del personaggio maschile non ha un valore polemico per me in questo romanzo. Anzi, è il tentativo di raccontare un maschile che io sento profondamente vicino e credo che l’ipocondria, come disturbo del credersi malati, non abbia genere. Io che ne ho sofferto non ho mai sentito alcuna consapevolezza di finzione e non credo che nel romanzo ci sia questa dicotomia tra donne che sanno di fingere e uomini che invece credono realmente di stare male. Il malato immaginario è solo uno, Loris, e, come è capitato a me, crede davvero nei suoi sintomi, li fa suoi. La credenza e il rapporto asfissiante col corpo sono temi del romanzo. Per quanto riguarda Serao, per esempio, è una scrittrice che ha sempre giocato molto con i ruoli maschile-femminile in aperta polemica con certe pose maschili di genio (si può leggere in racconti come
L’amante sciocca), ma ha anche rappresentato un femminile crudele e non si è mai espressa a favore del femminismo o protofemminismo, anzi. Penso sia una scrittrice complessa e con molti livelli di lettura, vista anche la mole della sua produzione.
Nei miei romanzi ho cercato di far assumere ai miei personaggi maschili o femminili posizioni varie e meno stereotipate possibili, per non creare livelli narrativi piatti e poco significanti. Credo di essere influenzata molto dalla letteratura scritta dagli uomini perché come chiunque mi sono formata su quella letteratura, la amo e la rispetto, ma penso che anche le mie posizioni politiche e consapevolezze come donna partecipino, anche se non sempre in maniera programmatica, alla mia scrittura.
Nel libro L’inconscio come insiemi infiniti (1981), Ignacio Matte Blanco sostiene che la coscienza e l’inconscio ragionano secondo due logiche diverse. Mentre per la nostra coscienza esistono dei rapporti irreversibili, che Matte Blanco definisce asimmetrici (come per esempio quello tra padre e figlio: se Laio è padre di Edipo, allora Edipo non può essere padre di Laio), nell’inconscio succede di regola l’opposto: se Laio è padre di Edipo, allora Edipo è padre di Laio. Nell’inconscio, cioè, tutti i rapporti asimmetrici sono tradotti in termini di reciprocità e di simmetria, per cui molte cose che normalmente consideriamo distinte cominciano a somigliarsi e a scambiarsi tra di loro. In una tutto sommato recente interpretazione dell’ipocondria alla luce delle sue teorie contenuta nel libro L’ipocondria e il dubbio. L’approccio psicoanalitico (2011), un caso clinico dal nome (fittizio) di Pasquale dice di sé quanto segue: “Siccome chi fuma una sigaretta può andare incontro più facilmente di altri all’infarto, nel momento in cui io sono un fumatore, sto per andare incontro all’infarto. Chi ha l’Aids ha le ghiandole gonfie, se io ho le ghiandole gonfie ho l’Aids”. In questa incapacità di riconoscere i confini tra sé e gli altri, di porre un limite alla possibilità del mondo di influenzarci, mi sembra che risieda anche il dramma di Loris. Non solo Loris vive le malattie degli altri come minacce alla sua stessa salute, non solo la parola scritta dei libri che legge lo investe come un fiume in piena, ma persino quando guarda il telegiornale non riesce a liberarsi dell’impressione che tutte le notizie (quasi sempre terribili) che vengono dal mondo in qualche modo lo riguardino, lo chiamino in causa. E, nonostante questo, non riesce a trovare un modo per reagire, e anzi restringe sempre più gli spazi della sua “pendolarità minima”, chiudendosi sempre più in sé stesso. L’ipocondria è l’altra faccia di una coazione all’empatia?
C’è sicuramente un lato empatico notevole nell’ipocondria, un’empatia che però perde il suo carattere dialogante e diventa estremamente egoistica. Il problema non è tanto la sofferenza altrui quanto il fatto che quella sofferenza possa capitare a Loris, o a me. C’è una parte di senso di impotenza e senso di colpa nel sapere dei mali degli altri, ma c’è anche subito la proiezione su sé stessi e la paura cieca è generata da questa proiezione e dal fatto che non si sente il confine tra sé stessi e il mondo. Funziona esattamente come l’esempio che hai riportato: se x accade nel mondo, x accadrà a me. Questa equazione psicologica è immediata, irreversibile e potenzialmente persecutoria. Per cui dal momento in cui x entra nella mente dell’ipocondriaco grave, x non ne uscirà finché non verrà soppiantata da y per evidenza di fatti.
Loris nel romanzo insegue le risposte a queste equazioni, assume quasi una posizione scientifica: deve essere certo di non avere x, deve averne le prove. Il parere sommario di un medico non è sufficiente per liberarsi dall’ombra di x, serve di più, serve un’indagine accurata. Tutto il tempo che Loris passa a pensare e a occuparsi di x è tempo che leva alla vita e quindi anche alle preoccupazioni che la vita si porta dietro. X diventa un diversivo, un’evasione, un pensiero altro che occupa lo spazio mentale e orienta l’ansia verso un punto prestabilito. Credo che sia un fortissimo e drammatico meccanismo di difesa e risposta all’ansia generalizzata, al trauma o a condizioni di vita estremamente frustranti.
Questa estrema permeabilità di Loris a tutto ciò che lo circonda (quasi come se la sua bolla prossemica si fosse all’improvviso azzerata) si articola in senso non solo spaziale ma anche temporale. In altre parole, Loris è ossessionato dal passato. Corollario dell’ipotesi di Matte Blanco è in effetti che nell’inconscio non possono esistere né lo spazio né il tempo, perché concetti come “prima” e “dopo”, “avanti” e “indietro” istituiscono per definizione delle asimmetrie: fatti e persone appartenenti a periodi e contesti diversi della nostra vita, al regno della realtà e a quello delle chimere, vengono dunque a convivere in un universo più grande, parallelo e sognato. È, cioè, come se l’ipocondriaco si riconnettesse a una percezione del proprio corpo allargata anche sul piano del tempo: nel caso di Loris, avviene una vera e propria regressione (tra le altre cose, diventa impotente e si piscia addosso). In fondo, il gesto principe dell’ipocondriaco consiste nel mettersi a letto, così riattivando il bisogno di cura assoluta (e dunque di assoluta ‒ viene da dire simmetrica ‒ comunione col corpo della madre). Il male che non c’è è anche un romanzo sul ricordo come gesto autopersecutorio?
Nel romanzo coesistono il presente di Loris e il suo passato e ho cercato di farne percepire il legame indissolubile, ma anche l’aspetto persecutorio. Io come persona tendo a crogiolarmi moltissimo nel passato, e questo gioca sempre quindi un ruolo nei miei romanzi. Per Loris l’infanzia è sia lo spazio della crescita, della bellezza, della serenità, che quello del trauma. Il giardino del nonno Tempesta è un Eden da cui a un certo punto Loris viene cacciato, perché la vita cambia e in breve tempo, alla morte del nonno, la casa va lasciata, il cancello va chiuso. La maggior parte dei miei sogni ancora abitano quella casa, quell’orto, quei colombi e lo stesso vale per Loris che è colpito da flash del suo passato continui. La sua missione è quella di rompere il meccanismo autopersecutorio e riconnettersi al suo passato in maniera più sana, più consapevole e meno angosciante. Nel suo passato si annida il dolore, ma anche una parte integra e vitale della sua identità. Il percorso analitico che io stessa sto compiendo mi ha permesso di entrare in contatto col passato e maneggiarlo senza sentirlo incandescente e feroce. Loris non è pronto a un percorso psicologico, ma lascio intendere che lo sarà e che il ritorno all’Eden è possibile, anche se il giardino è cambiato e bisogna ricominciare a levare una dopo l’altra le erbacce che lo hanno infestato.
Un ruolo speciale nel romanzo rivestono i personaggi non umani: da animali come i piccioni al mutaforma immaginario che si chiama Catastrofe (lontano parente ansiogeno dell’Armadillo di Zerocalcare; è un’interessante ‒ e originale ‒ torsione del racconto dell’ipocondria verso il fantastico). Gli animali per Loris esistono soprattutto nel passato (sono rievocati talvolta in situazioni cruente) o, come le malattie, nel delirio: mi riferisco naturalmente all’agnellino, immagine dell’espiazione, che ha occhi “neri e profondi”, che “arrivano al centro della Terra” proprio come l’Africa ‒ un luogo con cui, come abbiamo visto, la tua famiglia ha un legame. Ora, il nesso tra la paura di ammalarsi e l’Africa è meno peregrino di quel che si potrebbe immaginare, se si pensa a un romanzo come Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, in cui il timore del contagio della lebbra in seguito all’omicidio di una ragazza indigena diventa lo spazio di proiezione del senso di colpa e della disintegrazione psichica legata all’esperienza coloniale. In che misura la storia di Loris somiglia a quella di Giada, protagonista del tuo esordio, La grande A? Gli animali sono figure del delitto e di una possibile espiazione?
Ho voluto riproporre il passato della mia famiglia portandolo anche in questo romanzo, perché volevo che Tempesta avesse un trascorso da raccontare, presentasse un altrove nelle conversazioni con suo nipote, gli mostrasse la grandezza del mondo, delle conoscenze possibili. Tempesta è insieme l’uomo del piccolo spazio dell’orto e del grande spazio dell’Africa, portatore di esperienze vicinissime e lontanissime. Sia in
La grande A che in
Il male che non c’è gli animali simbolo – la gazzella e il colombo – vengono resi casalinghi, c’è il tentativo di trasformare creature normalmente non associate al contatto quotidiano con gli umani a compagni di vita comune. Ma la loro natura è instabile, le condizioni in cui gli umani li fanno vivere sono innaturali e l’epilogo è quindi sempre quello della perdita. Come la gazzella si rompe una zampa e non riesce più a guarire per colpa dei bambini che l’hanno presa di mira, così i colombi vengono mangiati da un cane del vicino di casa. Tutti elementi presenti perché umani. In condizioni di libertà gli animali avrebbero avuto forse un altro destino. È il destino anche di Cane in
Un giorno verrà, il lupo selvaggio che Lupo – il bambino – porta con sé in paese e fa suo compagno. Sono relazioni benevole, tentativi di amicizia che però intaccano il mondo naturale, mettono in pericolo la gazzella, il lupo e i colombi e li rendono esposti a incidenti che se lasciati privi di legame con gli uomini non avrebbero incontrato. Ci tengo all’elemento animale nei miei romanzi, perché mi interrogo sia sul ruolo simbolico degli animali che su quello vitale. Credo che ci sarà sempre un animale in ogni mio libro, non sento di poterne fare a meno.