N ella notte più buia della democrazia europea, una piccola luce è stata accesa quando, tra le due proposte grafiche per le nuove banconote dell’area euro, una è stata fatta sviluppare intorno al tema dei fiumi e dell’avifauna del continente. Scelta dettata da motivazioni estetiche, forse, ma non per questo meno simbolicamente rilevante. Parla infatti del riconoscimento e della celebrazione di un’estetica propria del mondo più-che-umano, alternativa agli archi astratti degli euro attuali e ai volti di figure chiave della cultura europea, al centro della seconda proposta. E parla anche, in termini molto concreti, di una necessaria ibridazione concettuale tra mondo naturale e mondo culturale: sono anche i fiumi e gli uccelli a fare l’Unione Europea, non solo l’architettura, la musica e la letteratura. Alle possibilità di superamento dell’inopportuno scisma tra mondo e Terra ha dedicato un breve pamphlet David Van Reybrouck, edito nella collana Idee di Feltrinelli: Il mondo e la terra. Come preservarli? Ma al centro della sua riflessione, più che l’aspetto economico, c’è la questione diplomatica.
Se prima la stabilità mondiale veniva messa a rischio dalla volontà di potenza di singole entità politiche, ora è la Terra stessa, a lungo esclusa dalla concertazione diplomatica, a far sentire le proprie necessità.Van Reybrouck parte dall’assunto che “non può esserci una politica mondiale senza una politica della terra”: in altre parole, non si può dare un mondo politico funzionale senza un’adeguata attenzione ai processi fisici, chimici e biologici che compongono la Terra prima ancora che si faccia mondo. Nel gioco di corrispondenze a cui la fisica quantistica ci sta educando, la stratificazione e la complessità dello spazio fisico sono da considerare in relazione diretta con la profondità di pensiero da cui vengono riconosciute e preservate. E questa profondità, secondo l’autore, è ora chiamata a inventare un nuovo tipo di diplomazia planetaria che metta al centro la raison de Terre, al posto della vetusta raison d’État.
Van Reybrouck ricostruisce la nascita e l’evoluzione della diplomazia moderna europea, da dinamica prevalentemente bilaterale (in cui un corpo diplomatico permanente si occupava di una négociation continuelle con un solo attore protonazionale alla volta) a concerto multilaterale basato sul tentativo di armonizzazione di varie sovranità nazionali (concetto che, alla luce della storia recente ma anche di un mero scrutinio logico, mostra tutta la sua fallacia). Ma se prima la stabilità mondiale veniva messa a rischio dalla volontà di potenza di singole entità politiche, ora è la Terra stessa, a lungo esclusa dalla concertazione diplomatica, a far sentire le proprie necessità:
i fenomeni meteorologici estremi, il deterioramento dell’ambiente, l’acidificazione degli oceani, l’innalzamento del livello dei mari, la scarsità di acqua dolce, le migrazioni di massa, le pandemie, l’intelligenza artificiale che prende piede e le questioni di riservatezza digitale si fanno beffe dei contorni politici degli stati-nazione.In tempi di ritrovati nazionalismi e fragilità identitarie che diventano inquietanti autoritarismi, la relativizzazione del concetto di sovranità nazionale – se non di Stato-nazione tout court – è tra le sfide più coraggiose e necessarie che si levano da questo breve libro. Ed è senz’altro convincente l’affondo sull’Assemblea mondiale avviata nel 2021, dal basso, come tentativo “di far parlare per la prima volta il mondo in quanto mondo, indipendentemente dagli interessi nazionali e dalle lobby consolidate”: 675 candidati il più possibile rappresentativi della popolazione mondiale, per dodici settimane, sono diventati membri del primo panel climatico di persone comuni, e firmatari della Dichiarazione dell’Assemblea mondiale dei popoli per il futuro sostenibile del pianeta Terra.
L’esempio virtuoso dell’Assemblea mondiale, che l’autore ben descrive, può acquistare davvero senso solo all’interno di un paradigma ecosocialista, in cui il tempo dedicato all’Assemblea venga giustamente riconosciuto; e retribuito.A mancare dall’analisi di Van Reybrouck però – ed è un peccato – è un esplicito posizionamento politico. Vengono sì nominate le lobby finanziarie e industriali che erodono sempre più dall’interno il funzionamento della Conferenza delle Parti (cop), ma la sensazione è quella di una strana cautela nel nominare il sistema capitalista come responsabile della crisi climatica e politica attuale. Un sistema responsabile non solo, nella sua forma più aggressiva e rapace, di neonazionalismi, fondamentalismi e autoritarismi xenofobi; ma anche, nell’altra faccia della stessa medaglia, quella progressista, di un ideale di mondo deregolamentato, in mano al paradosso del “progresso verde”, del globalismo tecnocratico e delle techno-fixes. Non esiste ecologia credibile che non muova dalla solidarietà, dal riconoscimento dei diritti umani e più-che-umani, da una prosperità frugale e da un localismo cosmopolita. Che non sia, insomma, anticapitalismo militante.
Lo stesso esempio virtuoso dell’Assemblea mondiale descritta dall’autore, del resto, può acquistare davvero senso solo all’interno di un paradigma ecosocialista, in cui il tempo dedicato all’Assemblea venga giustamente riconosciuto – e retribuito. La riduzione del tempo dedicato al lavoro salariato, l’aumento del tempo libero e la retribuzione di un serio impegno nel bene comune, in altri termini, devono essere riconosciute come condizioni fondamentali per la partecipazione delle classi lavoratrici alla discussione democratica. Tanto più che non sono mancati negli ultimi decenni esempi di cosiddetta Earth System Governance in cui a interagire fossero attori politici alternativi agli Stati, come burocrazie intergovernative, aziende e reti scientifiche d’élite. Ma quasi sempre sono stati esperimenti al soldo di istituzioni accademiche neoliberali, corporazioni e fondazioni private – ad esempio la Volkswagen Foundation, legata a un’azienda automobilistica direttamente responsabile di emissioni climalteranti, e dunque allineata alla radice del problema che in apparenza sembra voler contrastare. Un progetto di diplomazia planetaria che non metta al centro con fermezza l’opposizione al sistema economico e politico vigente sembra dunque perdere la portata rivoluzionaria che Van Reybrouck stesso vorrebbe ascrivergli.
E forse è il concetto stesso di diplomazia a mostrare alcune crepe, se introdotto come soluzione rasserenante a conflitti di cui non viene discussa la necessità. Le pratiche femministe ci hanno insegnato che ci sono spazi e modi per rivendicare il valore della rabbia e dello scontro. Su scala planetaria e in ambito ecologico, la proposta di una diplomazia della Terra – per quanto benemerita – rischia di obliterare i tanti e indispensabili “conflitti di distribuzione” senza i quali sarebbe difficile ottenere una vera giustizia ambientale. Conflitti legati, ad esempio, a un’iniqua estrazione di risorse nel cosiddetto Sud globale, a una sproporzionata presenza di rifiuti tossici nelle comunità povere e non bianche, all’impatto estremo dell’inquinamento nei Paesi che meno ne sono responsabili.
Il discorso di Van Reybrouck sull’aspirazione a una nuova forma di diplomazia andrebbe arricchito discutendo anche una nuova visione della legge in cui la natura sia soggetto, oltre che oggetto e risorsa.È vero, il progetto di Assemblea dettagliato nel libro mira a costituire una rappresentanza ampia, che possa dare voce ai cittadini di ogni area del mondo. Ma in Brasile nel 1988 è stato ucciso Chico Mendes, voce dell’opposizione non-violenta alla deforestazione della foresta amazzonica. In Nigeria nel 1995 è stato impiccato Ken Saro-Wiwa, colpevole di aver protestato contro il degrado ambientale nella zona del Delta del Niger e il latrocinio di petrolio da parte di Shell. E nel 2022 Global Witness ha definito quello precedente come “decennio della temerarietà” (decade of defiance), per via dei 1700 attivisti per l’ambiente uccisi in tutto il mondo.
Dati e numeri che non rendono l’analisi di Van Reybrouck meno necessaria, ma che servono a ricordare la portata delle sfide che accompagnano il progetto di cui l’autore parla. Il primo Tribunale internazionale per i Diritti della Natura si è riunito nel 2014 a Quito, in Ecuador. Altri ne sono seguiti sempre in Ecuador, negli Stati Uniti, in Australia, Perù e Francia. Il discorso di Van Reybrouck sull’aspirazione a una nuova forma di diplomazia andrebbe arricchito discutendo anche una nuova visione della legge in cui la natura sia soggetto, oltre che oggetto e risorsa. E andrebbe accompagnato da un progetto di pedagogia universale in cui siano ridiscussi i valori-guida di tale diplomazia, affinché vengano riportati al centro del discorso i beni comuni, la salute pubblica e, perché no, anche un rinnovato senso di sacralità della Terra a cui apparteniamo.