I l primo articolo di fondo pubblicato su L’Uomo qualunque, a Roma, nel dicembre del 1944, si chiudeva così: “Io sono quello che non crede più a niente e a nessuno. Io sono l’Uomo Qualunque”. Queste parole, scritte e non firmate dal direttore, il commediografo e pubblicista Guglielmo Giannini (1891-1960), segnalarono l’emersione di un fenomeno dirompente che investì l’Italia prima e più in profondità, probabilmente, di quanto accaduto in altri Paesi europei. In meno di due anni Giannini intercettò le sensibilità di chi intendeva superare il fascismo senza essere costretto a mettersi in discussione, arrivò a tirature da centinaia di migliaia di copie, fondò il Fronte dell’Uomo qualunque (FUQ) e conquistò più di un milione di voti alle elezioni dell’Assemblea costituente del 1946 (superando azionisti, repubblicani e monarchici, per intendersi). Portò così il qualunquismo – indimenticata meteora della storia repubblicana, esplosa già alla fine degli anni Quaranta – laddove nessuno si sarebbe mai sognato di piazzarlo. Forse nemmeno lui.
Una delle immagini più penetranti del settimanale si trovava nel frontespizio, in alto. Un torchio gigante azionato da un paio di mani spuntate dall’ombra (una a destra e una a sinistra) intento a schiacciare e a straziare un pover’uomo depredato dei suoi già scarsi averi. In bella vista si leggeva un laconico: Abbasso tutti!. Il messaggio che Giannini intendeva lanciare al suo idealtipo, vittima innocente di fazioni contrapposte, era questo: da qualsiasi direzione provenga, il potere politico è un pericolo sociale; una minaccia incombente da cui proteggersi.
Il buon ragioniere contro il cattivo politico
Il movimento qualunquista – che non accettò mai di chiamarsi partito, neanche quando lo divenne – fu molto e molto poco; insieme. Una scomposta reazione di frazioni scollegate della società italiana per lo più scettiche verso la repentina partitizzazione richiesta dalla transizione democratica. Fu anche uno ombrello di copertura, socialmente e geograficamente situato, per gli antidemocratici di ogni risma pronti a spacciarsi per corsari controcorrente (neofascisti compresi). Dopo il conflitto e prima della ricostruzione, Giannini costruì un porto franco per la celebrazione sperticata dell’individuo dissociato dalla collettività e proiettato alla tutela sacrale dei propri interessi; dal patrimonio alla proprietà.
Giornalista intelligente ed istrionico, segnato irrimediabilmente dalla perdita del figlio in guerra, si rivolse in termini interclassisti agli italiani allergici alla sovraesposizione della politica, infastiditi dalla sua inevitabile dimensione comunicativa, diffidenti verso le istanze progressiste e sicuri che il rinnovamento promesso dell’antifascismo celasse una spaventosa vena oltranzista. Lo fece prefiggendosi non più d’un obiettivo minimo: “Disciplinare i disciplinatori” (L’Uomo qualunque, 7 febbraio 1945). E con qualche punto fermo: “L’ineguaglianza è la legge fatale e inviolabile che regola il consorzio dei viventi; e, di fatto, solo davanti alla morte gli uomini sono eguali” (L’Uomo qualunque, 24 ottobre 1945).
Il movimento qualunquista – che non accettò mai di chiamarsi partito, neanche quando lo divenne – fu una reazione alla repentina partitizzazione richiesta dalla transizione democratica.Quale fosse del resto l’impostazione di fondo del qualunquismo, neologismo messo in circolazione dalla rivista fiorentina L’Arno, lo si capì quando Giannini diede alle stampe una sorta di libello dal titolo assolutamente indicativo: La Folla. Seimila anni di lotta contro la tirannide (Editrice Faro, 1945). Il volume era una requisitoria spietata contro gli UPP, l’acronimo di “Uomini Politici Professionali”. L’esaltazione acritica della “Folla”, scritto in maiuscolo, fece da apripista all’elogio parossistico di qualsiasi agglomerato umano prepolitico, apolitico o postpolitico; tanto più virtuoso quanto più sprovvisto di potere, tanto più encomiabile quanto meno non esposto alla piaga dai partiti politici.
Del resto, sottolineava Giannini, solo i “peggiori” fanno politica o aspirano a farla; mentre i “migliori”, in tutt’altre faccende affaccendati, se ne tengono ben lontani. Giunte all’altezza di una svolta storica, le persone comuni (la “Folla”) dovevano perciò respingere i discorsi falsi e falsificanti dei potenti (i “Capi”) e agitare la fiaccola della “libertà civile” per difendersi dalla politica – matrice di tutte le disgrazie passate, presenti e future. Giannini contrapponeva così, in modo secco, la pretesa maggioranza silenziosa degli “uomini qualunque” alla prevaricatrice minoranza dei politicanti. E di lì, tirava le somme: “Ciò che noi chiediamo, noi gente, noi Folla, noi enorme maggioranza della Comunità, noi padroni della Comunità e dello Stato, è che nessuno ci rompa più i coglioni”.
Nella dissacrante prosa qualunquista esistevano però degli indirizzi di fondo. Giannini – punta di lancia di una “protesta borghese” per mezzo di una visione che “neanche il più liberista dei liberali avrebbe osato difendere”, come ha osservato uno dei primi studiosi del qualunquismo, Sandro Setta – proponeva alternative all’esistente non troppo dissimili, volendo cercare degli accostamenti, da alcuni dei postulati che da anni abitano le più ardite teorie di impronta liberaleggiante e libertaria, magari con sfumature accelerazioniste. Per porre un freno ai furori astratti della politica, Giannini auspicava infatti che l’avanzamento tecnico, oltre a dare frutti materiali concreti, rendesse possibile un qualche tipo di autogoverno antipolitico, formalmente neutro, incolore e asettico, dedito a una basilare e cruciale attività: non intralciare gli individui.
Ecco perché la figura del buon ragioniere (“che entri in carica il primo gennaio e se ne vada il 31 dicembre”), invocata per soppiantare quella del cattivo politico, faceva spesso capolino nelle pubblicazioni qualunquiste. Similmente, si ventilavano vaghe ipotesi di estrazione a sorte dei rappresentanti del popolo, dal momento che, disponendo di probità personale, doti professionali e mezzi all’avanguardia, un soggetto non politico avrebbe potuto dare un contributo fattivo e positivo, per quanto temporaneo, alla gestione oculata degli apparati statuali. Il lavoro politico, deleterio perché ipertrofico e influenzabile, andava sostituito con quello amministrativo, efficiente perché ridotto all’osso nonché privo, sulla carta, di condizionamenti esterni.
Giannini auspicava che l’avanzamento tecnico rendesse possibile un autogoverno antipolitico, formalmente neutro, dedito a una basilare e cruciale attività: non intralciare gli individui.Più che ai programmi e ai proponimenti delle forze uscite dalla Resistenza, Giannini puntava su un concetto di progresso inteso come scissione del potere dalla politica. Il suo qualunquismo chiese quindi la limitazione delle prerogative dei partiti e dei sindacati, la riduzione delle funzioni dello Stato (che non doveva nemmeno “gestire la vendita dei tabacchi e del sale”) e la garanzia che la politica, nella sua poco controllabile conformazione democratica, fosse depurata da idealità e ideologie, slanci emotivi, retoriche unificanti o velleità trasformatrici. Il dominio degli UPP – i fautori della “tirannide” – doveva tramontare dal momento che la “Folla” non era più “il branco di disorientati che aveva bisogno di Prometeo per accendere il fuoco”.
In seguito a varie oscillazioni, nelle importanti elezioni nazionali del 1948 Giannini finì in una coalizione tutt’altro che radicale denominata Blocco nazionale; accanto, tra gli altri, ai compunti esponenti del Partito liberale italiano (PLI). I risultati furono deludenti e preannunciarono, in piena guerra fredda, l’inabissamento del FUQ. Certo è che da questa visuale si può però osservare il qualunquismo italiano in controluce, lateralmente, trarre degli spunti utili e chiedersi se Guglielmo Giannini non abbia fatto altro che affermare, con il suo stile, qualcosa che oggi appare molto più diffuso di ieri.
La fascinazione postdemocratica
La stessa sfacciatissima vignetta pubblicata su L’Uomo Qualunque (quella del torchio), se resta uno dei simboli più irriverenti della stagione frenetica alle origini della Repubblica, può essere rispolverata per avere una rappresentazione plastica della considerazione che una parte non residuale delle società occidentali sembra aver maturato nei confronti di un oggetto contundente. Il potere politico, appunto. Quello che Giannini chiese (e che non ottenne, nel secondo dopoguerra italiano) si ricollega infatti a uno degli approdi possibili della contemporaneità: la ricercata depoliticizzazione del potere. Nello specifico: del potere politico democratico. Non soltanto, cioè, un’attitudine ad abitare la sfera pubblica attraverso il filtro del privato ma anche la volontà di neutralizzare la capacità della politica di incidere sulla società.
Sulla scorta di una mole considerevole di letteratura accademica e di analisi giornalistiche, si può anzi registrare la progressiva marginalizzazione, quando non la sottile criminalizzazione, della dimensione costruttiva del potere come precondizione per promuovere l’armonizzazione sociale. Ovvero la promozione e la condivisione – sotto la patina del pragmatismo, del buon senso elevato a metodo di deliberazione – di un approccio antipolitico che, in chiave post-novecentesca, giudica tutti i poteri politici, qualunquisticamente, come evitabili; corrotti o corruttori, al più logoranti o volgari e il più delle volte del tutto superflui. La stessa retorica della complessità (per cui si moltiplicano le domande e si diradano le risposte, per cui il possesso delle informazioni collima con la paralisi dell’azione) convive sempre di più con una doppia e sottaciuta asserzione: dove c’è la politica, bisogna rassegnarsi al malgoverno; dove invece non arriva la politica si può sperare nel buongoverno.
Quello che Giannini chiese (e che non ottenne, nel secondo dopoguerra italiano) si ricollega infatti a uno degli approdi possibili della contemporaneità: la ricercata depoliticizzazione del potere.Sotto questo punto di vista, anche l’enfasi posta sul termine meritocrazia – coniato nel 1958 dal sociologo inglese Michael Young nel romanzo satirico L’avvento della meritocrazia, dove si prefigurava una società governata autoritariamente dai più meritevoli – non è altro che il riflesso del sogno qualunquista: una democrazia spoliticizzata dove impera un potere stabile e uniforme, saldo e professionale; possibilmente senza comizi e tesseramenti, senza congressi e mobilitazioni, senza dibattiti estenuanti e faticose negoziazioni, senza il fastidio di dover scegliere e discernere, orientare e scontentare.
Non per caso, come è stato notato dalla rivista Diacronie, la parola meritocrazia, depurata della sua accezione dalle tinte distopiche, ha fatto presa nella saggistica e nel discorso pubblico a partire dalla seconda metà del Ventesimo secolo proprio quando si faceva largo nelle democrazie liberali la fascinazione per un “modello Singapore”; un modello in cui “la governance non trova ostacolo nei conflitti sociali e nel pluralismo della rappresentanza”. Nel 2001 lo stesso Michael Young, in un articolo sul Guardian, si lamentò della strana fortuna del termine da lui messo in circolazione quasi mezzo secolo prima (“The business meritocracy is in vogue”) e si augurò che almeno una parte di quel che aveva immaginato, proiettandolo nel 2033, potesse infine non avverarsi.
I riflessi culturali dell’antipolitica pop, per così dire, sono innumerevoli. Gli indizi della scarsissima reputazione di cui gode la politica (come dinamica partecipativa, come disciplina intellettuale, come motore di evoluzione) abbondano. Due esempi su tutti, per restare agli anni Duemila: il film V per Vendetta (2005) e la serie M. Il figlio del secolo (2025). Il V per Vendetta diretto da James McTeigue e uscito nel 2005, poi divenuto un singolare manifesto di rivolta, ha una forte carica iconoclasta (il potere deturpa, piega, sporca) ed è in realtà disallineato, in parte, rispetto al romanzo a fumetti di Alan Moore, V for Vendetta, comparso tra 1982 e 1985. La differenza è sul finale, ed è saliente: per coniugare il processo di liberazione con l’aspirazione alla libertà, di fronte alla dittatura dispiegata senza veli, nel film si indica la necessità non di conquistare e riconfigurare lo spazio politico, ma di distruggerlo.
Nel fumetto, invece, si lascia intendere che l’assenza di potere politico – senza altri progetti costruttivi, senza alternative perseguibili – può anche portare alla pura regressione, verso un vuoto antimoderno privo di giustizia sociale e uguaglianza giuridica. L’opera di Moore si conclude con la disaggregata società civile che, pur affrancata dall’oppressione, è sconvolta da manifestazioni violente (il futuro resta tragicamente aperto); l’opera di McTeigue cala il sipario con la spettacolare esplosione del Parlamento britannico accompagnata da fuochi d’artificio (“Quale forma sociale si afferma nello spazio comune liberato? Il film si guarda bene dal dircelo”; ha scritto Wu Ming).
La meritocrazia non è altro che il riflesso del sogno qualunquista: una democrazia spoliticizzata dove impera un potere stabile e uniforme, possibilmente senza il fastidio di dover scegliere e discernere.Discorso complementare per M. Il figlio del secolo, nel quale va in scena, con diversi meriti, il Mussolini dello scrittore Antonio Scurati interpretato dall’attore Luca Marinelli. La serie spicca per originalità (avendo il pregio di aver messo in rilevanza una delle pietre angolari del fascismo: l’uso della violenza). Tuttavia, il Mussolini del regista Joe Wright è un personaggio strutturalmente erratico e incoerente, spregiudicato e camaleontico; lontano da quello restituito dalla storiografia più recente: cioè un uomo calato nel suo contesto, convinto del percorso avviato (con la guerra pensata come catarsi storica, tra l’altro) e in grado di teorizzare l’estinzione della democrazia nel Novecento (e per questo ascoltato in mezza Europa, specie da Hitler).
L’analisi non politica di Mussolini, di nuovo, ci racconta qualcosa di un certo modo di intendere il potere: l’aspirante dittatore di M. pare dover essere condannato dagli spettatori che lo osservano (e ai quali lui stesso si rivolge) soprattutto perché, in quanto simbolo del politico, è un opportunista, è un ipocrita, è un demagogo di cui è difficile fidarsi; uno che non dovrebbe esser preso sul serio e che poi, quasi inspiegabilmente, ottiene quel che vuole (“C’è sempre un tempo in cui i popoli smarriti van verso le idee semplici…”, afferma in apertura M., scaricando la responsabilità del fascismo più sul popolo immaturo e condizionabile, alla maniera dei notabili che stigmatizzano le folle, che non su quel pezzo d’Italia monarchica per cui il fascismo fu, essenzialmente, una scelta ponderata). Il Mussolini ripreso da Scurati è un UPP senza vergogna: uno squilibrato che cerca il potere per il potere (e che dal potere viene fagocitato) e soltanto dopo, quasi incidentalmente, uno degli inventori del fascismo.
Questi tagli narrativi mettono continuamente sotto gli occhi di chi guarda la stessa storia: solo la capacità di tenersi alla larga dal potere politico (e non quella di imbrigliarlo e di modellarlo, di dislocarlo e di usarlo) spiana la strada per la salvezza della pluralità non politica – sbadatamente identificata con la cittadinanza.
La libertà contro la democrazia
In questo quadro, si può quantomeno rilevare che il Ventunesimo secolo ha portato allo scoperto un fenomeno a lungo incubato: il crescente disincanto per la politica si è accompagnato al crescente incanto per la tecnica; in base al presupposto secondo cui la gestione efficiente delle società avanzate possa fare a meno di contrasti, conflitti e compromessi (anche la ricerca del consenso passa talvolta per operazione triviale, sgradevole).
Il crescente disincanto per la politica si è accompagnato al crescente incanto per la tecnica; in base al presupposto secondo cui la gestione efficiente delle società avanzate possa fare a meno di contrasti, conflitti e compromessi.Questo dispositivo di immunizzazione del potere dal politico, tuttavia, precede e segue la presenza eccentrica del qualunquismo. La postura antipolitica più mediatizzata, e più riconoscibile, è infatti fortemente connessa con uno spicchio rilevante della più sofisticata cultura liberal-liberista; quella impegnata a ingabbiare la democrazia – e la sua irruente dinamicità – con lo scopo di tutelare la libertà privata dall’invadenza della politica; vera o presunta che sia. La più rigida delle tradizioni liberali, nel tentativo di porre freni al potere, ha tessuto le lodi del disimpegno politico.
La sua traiettoria segmentata passa da figure come Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek (con i quali si è creata, attraverso la grammatica della scienza economica, una seducente antropologia impolitica, con l’individuo visto come grumo di energia che opera in un modo tendenzialmente razionale all’interno di un mondo intrinsecamente non ordinabile), tocca gli scritti di Joseph Schumpeter, con la sua minuziosa analisi della democrazia intesa in senso strettamente procedurale e competitivo; per arrivare ad altri profili come Raymond Aron e Karl Popper, tanto attenti alla limitazione del potere quanto accurati nel teorizzare una sterilizzazione del politico come soluzione preventiva agli inevitabili guasti prodotti dall’eccedente domanda di uguaglianza.
Da più parti, si è dunque iniziato a sottolineare che la libertà liberale – la libertà di scelta, la libertà dell’Occidente – trovasse la sua piena espressione nella difesa dalla politica; nella misura in cui la politica poteva sovraccaricare il sistema di insostenibili istanze collettive, nella migliore delle ipotesi, o, nella peggiore, aprire la via al più cupo totalitarismo. In un bel libro pubblicato nel 2023, lo storico Michele Cento ha poi scritto, cercando una sintesi sul versante anglosassone, di Ideologia atlantica.
Un’ideologia anti-ideologica che, nell’ambito di una “Guerra fredda culturale”, ha provato a ridefinire i confini delle democrazie liberali mettendo in dubbio la legittimità di qualsiasi costrutto politico-ideologico. Buona parte del liberalismo contemporaneo, nella sua versione spiccatamente antitrasformativa, è stato così rimodulato in una dottrina elastica che, assieme alla libertà d’espressione, d’impresa e di consumo, ha prefigurato una ricomposizione composta degli interessi settoriali e inneggiato alla moderazione antipolitica come atto di non destabilizzazione.
La più rigida delle tradizioni liberali, nel tentativo di porre freni al potere, ha tessuto le lodi del disimpegno politico: una dottrina che, assieme alla libertà d’espressione, d’impresa e di consumo, ha inneggiato alla moderazione antipolitica come atto di non destabilizzazione.L’orizzonte della governance, mentre si dispiegavano le richieste di maggiori diritti in tutte le direzioni (oltre i generi, le etnie, le classi) ha iniziato così a sostituire la prosaicità della democrazia. Con il neoliberal turn degli anni Settanta e Ottanta, incrociato allo sdoganamento del neoconservatorismo, il legame tra potere e politica si è sfilacciato. Ha riscosso successo l’opinione per cui il bene sociale possa essere massimizzato per sottrazione: liberando gli individui dagli ostacoli frapposti sull’impervio sentiero della vita (“Non è possibile essere al tempo stesso un difensore dei principi egualitari e di quelli liberali”, puntualizzava l’economista Milton Friedman in Capitalismo e libertà, 1972).
Questo sviluppo sistemico, troppo spesso evocato a sproposito, non è stato lineare né pianificato, ma ha tratto giovamento dalla scomposizione di assetti preesistenti avvenuta per tappe differenziate e sterzate nette. Nel tempo lungo della globalizzazione contemporanea, e delle varianti neoliberali finalizzate a stimolare la crescita e la concorrenza, si è messo alla prova un progetto politico di fattura antipolitica. La postura dei vecchi liberali antidemocratici che temevano la progressione della democrazia sociale (senza andare per il sottile) è stata prima puntellata, poi aggiornata e infine oltrepassata con la raffinata esaltazione della competenza rispetto alla conoscenza, del merito sulla rappresentanza, del fare contro il sapere (nonché, nelle sue versioni più crude, con il linguaggio populistico dispiegato a piene mani per contrapporre l’uomo della strada all’uomo politico; intraprendente e onesto il primo, sospetto e infido il secondo).
L’apertura di nuovi margini di mercato, laddove prima o non esistevano o non erano ritenuti abbastanza grandi, si è accompagnata alla promozione di valori ritenuti insindacabili (l’ancoraggio alla comunità, al nucleo familiare, alla responsabilità individuale) e al progressivo disaccoppiamento tra popolo e potere. Per sbloccare le potenzialità individuali si è inteso prendere le distanze dall’eccesso di politica, produttrice di tutte le storture pensabili: statalismo, sindacalismo, assistenzialismo, burocratizzazione, carico fiscale insostenibile su contribuenti e imprese. Di fondo, l’entità differenziata dei singoli – laboriosa perché depoliticizzata – è stata raffigurata come uno straordinario aggregato di individui in grado di generare spontaneamente benessere.
L’apertura di nuovi margini di mercato si è accompagnata alla promozione di valori ritenuti insindacabili (l’ancoraggio alla comunità, al nucleo familiare, alla responsabilità individuale) e al progressivo disaccoppiamento tra popolo e potere.Anche per questo, negli ultimi decenni, si è inceppato quel processo ininterrotto di redistribuzione di quote di potere che nasceva dall’interazione tra Stato e società (nello specifico, dalla continua ricalibrazione dello Stato democratico verso le esigenze e i desideri della società democratica). Con una conseguenza tutto sommato prevedibile ma da molti imprevista: la messa in discussione della centralità del potere politico, per via di una contesa serrata, ha infine creato le condizioni per l’arretramento della democrazia su scala internazionale; avviando uno sconquassamento sociale con pochi precedenti storici.
Il problema del potere nelle democrazie depoliticizzate
Il punto di caduta dell’attacco al potere politico, identificato per lo più con il potere dello Stato, è stato lo smantellamento del potere democratico. Insistere sul minimalismo antipolitico – dall’alto e dal basso – ha promosso una concezione della democrazia ridotta a meccanismo selettivo per la designazione di classi dirigenti alle quali si chiede innanzitutto di non fare (di non spingersi oltre, di non proporre l’improponibile), affinché il recinto del privato sia il meno scomodo possibile.
L’individualismo democratico che dà dignità alla cittadinanza e sorregge la sovranità collettiva è stato scalzato dall’individualismo possessivo posto a guardia dell’interesse dei singoli; tanto da generare, come ha scritto la politologa Nadia Urbinati in Liberi e uguali. Contro l’ideologia individualista (2012), “un’utopia antipolitica” rivestita di pretese e presupposti tutt’altro che dimostrati. Ragionando sul rapporto tra “democrazia-valore” e “democrazia-metodo”, e rivelando le difficoltà della democrazia “nel tempo storico della globalizzazione dei mercati e della corrispettiva debolezza degli istituti di sovranità”, il filosofo Michele Prospero ha invece fatto notare, nel libro La Ribellione conservatrice (2018), la ricorrente convergenza tra l’antipolitica del mercato, “che denuncia il disturbo della decisione statale”, e l’antipolitica degli attori irregolari, “che rinunciano alla rappresentanza in nome dell’ostilità alla casta del potere”.
Nel frattempo, posti di fronte a nuove incognite, dal cambiamento climatico all’intelligenza artificiale, si è giunti a caldeggiare soluzioni postdemocratiche a tratti assimilabili al più franco razionalismo scientifico, all’altezza dell’epistocrazia su cui hanno argomentato le scienze sociali statunitensi (con il diritto di voto subordinato all’acquisizione di nozioni specialistiche, così da elevare la qualità delle decisioni pubbliche), oppure per prefigurare scenari volutamente ambigui che fanno immaginare un feudalesimo ingegneristico, di cui il Dark Enlightenment è soltanto l’ultimo prodotto. Proprio per spazzare via le pastoie democratiche, il motto “Move fast and break things”, coniato in ambito aziendale nella Silicon Valley, è ormai diventato un inno all’innovazione che rompe regole, prassi e cautele in nome – nientemeno – dell’avvenire.
Fuori dalla politica resta l’insondabile: prende corpo un caotico processo di selezione innaturale spacciato per un ricercato prototipo di convivenza civile.In questo contesto, resta comunque l’essenziale: un problema di asimmetria di potere. La democrazia matura e depoliticizzata, approssimata a un dispositivo di contenimento dell’esistente che gerarchizza le scelte sulla testa delle collettività, rischia di essere poco più che una forma di governo passiva; un bellissimo argine di sabbia che, a dispetto delle aspettative dei suoi costruttori, non trattiene le onde in arrivo. La disarticolazione della politica, più che controllare le opportunità di aggregazione degli interessi forti, fa ormai da sponda alla disintermediazione degli interessi deboli; quelli frammentati e sempre più spesso incapaci di contarsi e di contare. Si registra così un’insidiosa concentrazione di ricchezza, di risorse e di relazioni e dappertutto fa breccia il linguaggio della rassegnazione (veicolato con mille mezzi diversi: dal pigro determinismo della narrazione geopolitica al tetro immaginario cospirazionista).
Si allarga insomma la distanza tra chi ha il potere, o può ragionevolmente aspirare a ottenerlo, e chi il potere, una volta allentati i contropoteri democratici, stenta a trattenerlo o pensa di non poterlo utilizzare se non partecipando al round plebiscitario della leadership di turno. Si approfondisce la voragine tra i non molti che possono permettersi di esercitare il diritto al perseguimento della felicità e i non pochi che quel diritto smettono perfino di nominarlo. Fuori dalla politica resta l’insondabile: prende corpo un caotico processo di selezione innaturale spacciato per un ricercato prototipo di convivenza civile. Ognuno, immerso fino ai piedi nel magma ribollente della contemporaneità, è quel è, ha quel ha e fa quel che può, cercando di scalpitare più degli altri (e sopra agli altri, se serve) per evitare il fallimento.
A conti fatti, però, il declino non è un destino. Per cominciare a invertire la rotta, facendo tesoro di un dibattito più che bisecolare sul potere politico, occorrerebbe forse abituarsi a fare quello che da tempo crediamo sia opportuno non fare: pensare storicamente il presente per immaginare, e sottoporre a critica, ipotesi di futuro differenti. Alzare il tiro delle ambizioni senza temere di spiazzare chi ha pensato che, proprio senza ambizioni, la democrazia costituzionale, pluralista e propulsiva (soggetto storico in evoluzione, mai statico) potesse avere un domani. Mentre si moltiplicano le suggestioni sulla scomparsa della politica come viatico per il paradiso in terra, serve perciò mettere da parte le immagini sedative, mistificanti e regressive della democrazia.
D’altronde, come scrisse nel 1946 La nuova Europa, la rivista fondata dallo storico antifascista Luigi Salvatorelli, “la vecchia scemenza dell’antipoliticismo, dello Stato puramente tecnico o amministrativo”, quel che oggi alcuni definirebbero tecnocrazia, nella pratica, “sotto pretesto politicamente, e nel dominio di questa amministrazione per conto del partito unico qualunquista: fascismo, cioè, al cento per cento”.