“V edi, per me è finita, io non sopporto più!”. Lo scrive Werther all’amico Guglielmo, il 4 dicembre 1772. È seduto accanto a Carlotta, la donna che ama e da cui non riesce a separarsi, sebbene abbia sposato un altro uomo. Carlotta suona il pianoforte, mentre una delle sorelle più piccole veste una bambola sul ginocchio di Werther. È al centro dell’intimità domestica che desidera, ma nel ruolo sbagliato. Gli vengono le lacrime, china il volto, vede l’anello nuziale di Carlotta e si abbandona al pianto. Due giorni dopo l’immagine di Carlotta continua a imporsi. Quando chiude gli occhi gli appare davanti “come un oceano”, e Werther si domanda che cosa sia “l’uomo, il celebrato semidio”, se le forze lo abbandonano proprio quando ne avrebbe più bisogno, nella gioia come nel dolore. Nel giro di poche settimane si ucciderà.
È a queste pagine di Goethe che Roland Barthes torna due secoli più tardi, nei Frammenti di un discorso amoroso (1977), alla voce “Piangere”. Werther piange “spesso, molto spesso, e copiosamente”, a ogni minima emozione, dalla felicità alla noia: lasciandosi andare obbedisce agli “ordini del corpo amoroso”, ritrova per un momento la libertà dell’infanzia e ignora la censura per cui l’uomo adulto, per affermare la propria virilità, deve tenersi lontano dalle lacrime. Il rapporto tra pianto e identità maschile, nota Barthes, è cambiato nel tempo: i Greci e il pubblico del Seicento piangevano molto a teatro, mentre più tardi trattenere le lacrime diventa per gli uomini un segno di forza e controllo.
Due dimensioni che spesso nel pianto si sovrappongono sono il nostro rapporto con gli altri e la percezione di quanto possiamo intervenire su ciò che ci sta accadendo.Nel romanzo Werther è commosso fin dalle prime pagine: dal ricordo del vecchio proprietario del giardino e della casa in cui ama passeggiare, dal racconto di Carlotta sulla madre scomparsa, dall’eco poetica di Klopstock durante un temporale. Ma è soprattutto nelle ultime settimane che il suo pianto diventa esplicito e frequente. Le sue lacrime però non appartengono soltanto alla sofferenza amorosa. Anche nella scena ripresa da Barthes, il dolore legato all’esclusione dal cuore della donna amata si specchia nell’impossibilità di accettare la propria condizione, o di trovare un posto nel mondo. Sono due dimensioni che spesso nel pianto si sovrappongono: il nostro rapporto con gli altri e la percezione di quanto possiamo intervenire su ciò che ci sta accadendo.
Perché piangiamo
Per quanto ne sappiamo, l’essere umano resta l’unico animale in cui sia documentata con certezza la produzione di lacrime in risposta alle emozioni. La particolarità sta anche nel fatto che lo stesso comportamento compare in seguito a esperienze molto diverse: possiamo piangere per una perdita, per paura o frustrazione, ma anche quando ritroviamo qualcuno o viviamo un momento di particolare vicinanza. Una classificazione tassonomica di alcuni anni fa raccoglie le situazioni che ci portano alle lacrime intorno a cinque nuclei: solitudine, impotenza, sovraccarico, armonia e commozione derivata da contenuti artistici, come film e opere d’arte. Più che cinque emozioni, si tratta di cinque modi diversi in cui può cambiare il nostro rapporto con noi stessi e con ciò che ci circonda. Solitudine e armonia, per esempio, riguardano entrambe il bisogno di relazione, ma lo colgono in condizioni opposte. Nella solitudine la vicinanza che desideriamo manca o viene meno; nell’armonia quella stessa vicinanza c’è e viene sentita con particolare intensità.
La maggior parte degli episodi di pianto nasce comunque da esperienze dolorose. In un’indagine condotta in 37 Paesi, quasi sei episodi su dieci erano associati soltanto a emozioni negative, poco più di uno su dieci a emozioni esclusivamente positive e solo un quarto a entrambe. Gli episodi positivi e misti sono minoritari, ma aiutano proprio per questo a capire che cosa possa esserci in comune tra pianti nati da situazioni emotivamente molto diverse. Le lacrime emotive segnalerebbero quanto una persona, un rapporto o un obiettivo contino per noi, come suggerisce una review del 2025. Perdere e ritrovare qualcuno mostrano, in entrambi i casi, il valore di quel legame.
Il rapporto tra pianto e identità maschile, nota Barthes, è cambiato nel tempo: i Greci e il pubblico del Seicento piangevano molto a teatro, mentre più tardi trattenere le lacrime diventa per gli uomini un segno di forza e controllo.In seguito a un’emozione di questo tipo, non tutti, però, siamo ugualmente disposti a mostrare le lacrime. Piangono di più le persone che vivono in società più democratiche, una differenza che gli autori degli studi collegano anche alle norme che regolano l’espressione delle emozioni: dove esprimere ciò che si prova incontra meno restrizioni, anche le lacrime sembrano essere più frequenti. In generale, le donne piangono più degli uomini, ma il solo sesso biologico non basta a spiegare il divario. Conta anche il rapporto con i ruoli di genere. Chi attribuisce a sé stesso tratti e comportamenti tradizionalmente maschili riferisce un pianto meno intenso e meno prolungato.
Stare meglio
Impariamo a trattenere le lacrime anche se da secoli attribuiamo al pianto una forma di sollievo. Già nei Tristia, scritti durante l’esilio, Ovidio invita la moglie a piangere per la sua sorte: est quaedam flere voluptas, “c’è una sorta di godimento nel piangere”. Poi, continua, il dolore si consuma nelle lacrime e attraverso di esse viene portato fuori. Che piangere faccia stare meglio è, prima di tutto, un sentire comune, qualcosa che diamo per scontato senza chiederci troppo il perché, e che negli esperimenti trova riscontri più incerti di quanto ci aspetteremmo. Se il sollievo compare, infatti, non coincide necessariamente con il momento in cui arrivano le lacrime: chi piange guardando un film, per esempio, riferisce di sentirsi peggio immediatamente dopo. In media, l’umore torna ai livelli iniziali dopo una ventina di minuti e risulta migliore solo dopo novanta.
Che piangere faccia stare meglio è, prima di tutto, un sentire comune, qualcosa che diamo per scontato senza chiederci troppo il perché, ma che negli esperimenti trova riscontri più incerti di quanto ci aspetteremmo.A livello fisiologico accade qualcosa di simile: quando una persona piange il livello di cortisolo (anche noto come ormone dello stress) non si riduce, né aumenta la capacità di sopportare uno stress successivo. Durante il pianto cambiano invece alcuni parametri, come il battito cardiaco, che rallenta in prossimità dell’arrivo delle lacrime e la respirazione, che rimane più stabile. Gli autori parlano di un possibile contributo delle lacrime all’omeostasi: alcuni parametri fisiologici sembrano cominciare a riequilibrarsi mentre l’emozione è ancora in corso, senza che questo corrisponda necessariamente a una sensazione immediata di benessere.
Ma il miglioramento dell’umore che attribuiamo al pianto può dipendere, soprattutto, da ciò che accade intorno a quell’episodio: qualcuno può averci ascoltati o offerto conforto, oppure la situazione che ci aveva portati alle lacrime è cambiata. In uno studio diaristico che ha raccolto più di mille episodi, il buonumore compariva soltanto in circa un terzo dei casi ed era più frequente quando la situazione si era risolta (o almeno migliorata) e quando era presente un’altra persona.
Quando piangono gli altri
Quando qualcuno ci vede piangere, le lacrime contribuiscono a cambiare il modo in cui veniamo percepiti, e questo vale anche quando di chi piange non sappiamo nulla. In una ricerca che ha coinvolto più di 7.000 persone in 41 Paesi, la presenza delle lacrime aggiunte digitalmente agli stessi volti ha fatto apparire le persone ritratte più indifese e più calorose, e ha reso chi le osservava più incline a offrire aiuto.
Fuori dal laboratorio, però, quello che vediamo non sono quasi mai soltanto lacrime su un volto. Tendenzialmente sappiamo già qualcosa della persona e di ciò che le sta accadendo, la osserviamo parlare, singhiozzare, cercare o evitare il nostro sguardo. Nella maggior parte degli episodi quotidiani ricordati, chi piange è un partner, un familiare, un’amica o comunque una persona che già conosciamo, e in questi casi aiuto e conforto sono molto più frequenti che davanti a uno sconosciuto.
L’esposizione alle lacrime è stata associata a una minore eccitazione sessuale, a una riduzione del testosterone, a una minore attività di alcune aree cerebrali coinvolte nella risposta sessuale, e di quelle legate all’aggressività.Eppure qualcosa continua ad accadere anche quando la persona scompare del tutto e resta soltanto il liquido lacrimale. Nel 2011 alcuni ricercatori del Weizmann Institute hanno raccolto le lacrime di donne che guardavano film tristi e le hanno fatte annusare a un gruppo di uomini. Rispetto alla soluzione salina di controllo, l’esposizione alle lacrime si è associata a una minore eccitazione sessuale, a una riduzione del testosterone e a una minore attività di alcune aree cerebrali coinvolte nella risposta sessuale. I partecipanti non sapevano che cosa stessero annusando, e l’effetto compariva quindi senza che il liquido fosse riconosciuto come lacrima.
Il risultato finì per essere definito da alcuni media come una sorta di “anti-Viagra”, ma successivi tentativi di replica non confermarono l’effetto sull’attrattività sessuale e suggerirono che, seppur presente, fosse molto debole. Noam Sobel, tra gli autori del lavoro originale, contestò però alcune procedure e sostenne che una parte dell’effetto fosse ancora osservabile. La riduzione del testosterone dedotta dal primo esperimento aveva intanto suggerito un possibile legame con un altro comportamento, l’aggressività. Nel 2023, durante un gioco in cui un avversario controllato dal computer sottraeva loro del denaro, gli uomini esposti a lacrime emotive reagivano con il 43,7% di ritorsioni in meno rispetto a quando annusavano la soluzione salina. Nello stesso tempo diminuiva l’attività delle aree cerebrali associate all’aggressività e aumentava la loro connettività con quelle coinvolte nell’olfatto.
Anche se in questi esperimenti manca il volto da interpretare, come manca la storia di chi ha pianto e perfino la consapevolezza di essere esposti alle lacrime, il sistema olfattivo sembra comunque capace di rilevarne alcuni componenti: su 62 recettori olfattivi umani testati in laboratorio, 21 reagivano alle lacrime e, per quattro, la risposta aumentava al crescere della concentrazione.
La materia delle lacrime
Eppure, a un semplice osservatore, una lacrima emotiva e una riflessa, provocata da un irritante, sembrano la stessa cosa. Shakespeare gioca proprio su questa somiglianza nell’ultima scena di Tutto è bene quel che finisce bene, quando Helena, creduta morta, ricompare a corte davanti agli altri personaggi. Lafeu sente arrivare le lacrime e le attribuisce alle cipolle: “Mine eyes smell onions; I shall weep anon”. Dal punto di vista biologico, le due risposte hanno però origini diverse, sebbene la produzione di lacrime coinvolga lo stesso apparato. Quando un irritante raggiunge la superficie dell’occhio, l’aumento della secrezione lacrimale serve a proteggerlo e a rimuovere la sostanza, mentre nel pianto emotivo il segnale potrebbe nascere dall’attività dei sistemi cerebrali coinvolti nell’elaborazione delle emozioni e raggiungere le ghiandole lacrimali attraverso il sistema nervoso autonomo.
Le lacrime emotive hanno una composizione diversa rispetto a quelle riflesse, e alcuni studi suggeriscono che possano essere particolarmente ricche di proteine che partecipano ai sistemi di difesa dell’organismo.Anche la composizione delle lacrime riflesse e di quelle emotive si sovrappone in larga parte, senza essere perfettamente identica. In un recente studio, 52 proteine risultavano significativamente più abbondanti nelle lacrime emotive rispetto ai campioni di confronto. Tra queste ce n’erano diverse coinvolte nella risposta immunitaria innata e nella difesa contro alcuni microrganismi, un dato che suggerisce che le lacrime emotive possano essere particolarmente ricche di proteine che partecipano ai sistemi di difesa dell’organismo. Trattandosi di un’indagine condotta su un campione ancora molto ridotto, che non ha misurato direttamente una maggiore attività antimicrobica, serviranno studi più ampi per capire se queste differenze nella composizione abbiano anche conseguenze funzionali.
In principio era il pianto
Se non è ancora del tutto chiaro quanto lacrime riflesse ed emotive differiscano nella loro composizione, è invece evidente che svolgono funzioni diverse. Le prime proteggono la superficie dell’occhio e aiutano a liberarla da ciò che la irrita; quando piangiamo per un’emozione, invece, non c’è una necessità altrettanto immediata. Eppure il pianto emotivo è rimasto con noi nel corso dell’evoluzione, anche se il modo in cui è comparso potrebbe non coincidere del tutto con il ruolo che svolge oggi.
Darwin faceva risalire le lacrime emotive al pianto infantile. Quando un bambino grida a lungo, la contrazione dei muscoli intorno agli occhi e le modificazioni della circolazione locale possono stimolare la secrezione lacrimale; con il tempo, secondo lo scienziato, l’associazione tra sofferenza e lacrime sarebbe diventata abituale. La sua ipotesi cercava quindi soprattutto di spiegare l’origine delle lacrime emotive, che apparivano come la conseguenza di altri processi fisiologici più che un adattamento evolutivo con uno scopo specifico.
Nei bambini, del resto, il pianto è fin dall’inizio rivolto anche verso gli altri. Grida e vocalizzazioni richiamano chi si prende cura di loro e rendono immediatamente riconoscibile una condizione alla quale da soli non possono porre rimedio. Una teoria esplicativa proposta nel 2026 parte proprio da questa continuità e interpreta le lacrime adulte come un possibile segnale pedomorfico: un tratto associato all’infanzia che il corpo adulto non ha mai del tutto abbandonato, e che sfrutta la sensibilità degli esseri umani ai segnali di bisogno, favorendo attenzione e accudimento.
Un’espressione del viso o il tono della voce si possono governare o simulare con una certa facilità, mentre le lacrime difficilmente arrivano a comando. Per questo potrebbero essere state premiate evolutivamente in quanto segnale dotato di una certa affidabilità.Da adulti disponiamo di molte più risorse di un bambino, ma continuiamo a incontrare esperienze davanti alle quali possiamo fare ben poco. Non possiamo impedire una morte, obbligare qualcuno ad amarci e, a volte, neppure contenere la commozione legata all’ascolto di una musica. Il Control-Arousal Signal Model, elaborato recentemente dagli psicologi Janis Zickfeld e David Grüning, colloca il pianto proprio nel momento in cui all’intensità crescente dell’emozione si accompagna la sensazione di perdere il controllo. Il modello attribuisce alle lacrime soprattutto una funzione interpersonale: segnalano agli altri che, almeno per un momento, le nostre risorse non bastano. Questa capacità di rendere percepibile all’esterno qualcosa che altrimenti potrebbe restare nascosto offre una possibile spiegazione del valore che le lacrime hanno assunto nelle relazioni umane.
Rispetto ad altre reazioni fisiologiche, le lacrime offrono alcuni vantaggi che potrebbero spiegare, in chiave evolutiva, la loro funzione comunicativa. Il primo è la visibilità, perché compaiono nell’area del volto su cui si concentra lo sguardo di chi ci osserva e da cui ricaviamo molte informazioni sull’altro. Il secondo riguarda il controllo: un’espressione del viso o il tono della voce si possono governare o simulare con una certa facilità, mentre le lacrime difficilmente arrivano a comando. Per questo potrebbero essere state percepite come un segnale dotato di una certa affidabilità. A questi vantaggi si aggiunge un costo. Quando sono abbondanti, le lacrime diffondono la luce sulla superficie dell’occhio e offuscano la vista.
Secondo il biologo evoluzionista Oren Hasson proprio questo svantaggio temporaneo rappresenta un handicap a tutti gli effetti: chi piange vede peggio e reagisce con meno prontezza, diventando meno efficace sia nell’attacco sia nella difesa e mostrando così di avere, almeno per un momento, abbassato le proprie difese. Nel loro insieme, questi elementi suggeriscono che le lacrime siano un segnale non verbale di esposizione emotiva che, nel corso dell’evoluzione, ha aumentato le probabilità di ricevere aiuto, ridotto l’aggressività altrui e rafforzato i legami utili al gruppo.
Torna così la censura descritta da Barthes: quando il controllo di sé passa anche dal controllo sul pianto, viene meno uno dei segnali attraverso cui chi ci sta vicino può capire quanto qualcosa ci abbia toccati. E insieme alle lacrime può restare inespressa anche una possibilità di relazione: un avvicinamento, un gesto di conforto e, talvolta, perfino il sollievo che ne deriva.