È il 22 settembre 1989. In Europa centrale e orientale sta per esplodere quello che sarà ricordato come “l’Autunno delle nazioni”, una stagione di enormi stravolgimenti politici e sociali che porterà alla caduta del muro di Berlino e al rovesciamento dei regimi del blocco sovietico. In una tranquilla valle slovena, un gruppetto di persone è seduto a semicerchio all’interno di un bosco di faggi e abeti. Discutono animatamente. Parlano di futuro, stabilità, diversità. Tutti, sulla pelle, sentono brividi di entusiasmo. Nell’oscillare di rami e foglie riconoscono la brezza di un cambiamento possibile.
A Robanov Kot, remoto villaggio di pochi abitanti della valle Savinja, non è riunito un gruppo di rivoluzionari pronti all’azione. O meglio, si tratta in effetti di rivoluzionari che vogliono imprimere un netto cambio di passo, ma non parlano di rovesciare regimi autoritari (forse anche di quello, ma nelle pause e probabilmente sottovoce). Sono un gruppo di studiosi di selvicoltura ed ecologia forestale che hanno da tempo in testa di lanciare e diffondere un approccio innovativo nel modo di gestire i boschi del Vecchio continente, proponendo un necessario ribilanciamento tra economia ed ecologia.
La selvicoltura si potrebbe definire come l’insieme delle tecniche e degli approcci che consentono la coltivazione dei boschi, con l’obiettivo di generare servizi ecosistemici utili alla società.
Di cosa parliamo quando parliamo di selvicoltura
Semplificando, la selvicoltura si potrebbe definire come l’insieme delle tecniche e degli approcci che consentono la coltivazione dei boschi, con l’obiettivo di generare servizi ecosistemici utili alla società. Non solo legno, ma anche tanto altro: tutto ciò che, tramite la gestione attiva di un’area forestale, può portare benefici diretti o indiretti al nostro vivere, come la possibilità di fruizione turistico-ricreativa, il mantenimento di un particolare paesaggio, la prevenzione dagli incendi, la raccolta di prodotti selvatici, la protezione di nuclei abitati e infrastrutture dalla caduta di massi o valanghe, la conservazione attiva di habitat e specie a rischio.
La spinta ideale del gruppo riunito a Robanov Kot nasce da una constatazione di fondo sullo stato delle foreste europee, che risentono dei lasciti di oltre un secolo e mezzo di “selvicoltura finanziaria” applicata su larga scala e votata alla massima produzione legnosa. I boschi, secondo la Scuola sassone di Tharandt (che ha dato il via, nel 1811, alle scienze forestali in Europa), andavano gestiti in base al principio del massimo reddito netto e in funzione delle esigenze dell’industria del legno. Ciò ha spesso portato alla sostituzione delle foreste locali, dove prevalevano latifoglie miste, con impianti artificiali di specie più redditizie: pino silvestre e soprattutto abete rosso.
Questa impostazione è ovviamente da collocare in un preciso contesto storico, quello tedesco e in generale europeo dei primi dell’Ottocento, di grande fermento industriale. Serviva tanto legname e in modo costante nel tempo: le neonate scienze forestali erano state chiamate a trovare un modo per produrlo e lo avevano efficacemente ideato, pensando ai boschi quasi come a campi agricoli. Se questa concezione ha avuto il merito di risolvere le necessità dell’industria, da essa è derivata anche una sempre maggiore fragilità delle foreste, resa evidente soprattutto da schianti da vento e massicci attacchi di insetti, ma anche dalla costante diminuzione di numerose specie. In pratica, una scarsa funzionalità ecologica data da boschi eccessivamente artificializzati.
Per molto tempo le foreste sono state gestite in base al principio del massimo reddito netto e alle esigenze dell’industria del legno. Ciò ha spesso portato alla sostituzione delle foreste locali con impianti artificiali di specie più redditizie, come pino silvestre e abete rosso.
Promuoviamo un movimento, a livello europeo, per foreste stabili, sane e produttive. Riteniamo che l’economia forestale tradizionale debba evolvere verso una gestione globale dell’ecosistema, al fine di garantirne la produttività e la stabilità. L’opzione di una selvicoltura paziente e rispettosa delle leggi naturali favorisce la diversità, lo sviluppo sostenibile, la ricchezza strutturale e la rinnovazione naturale delle foreste composte da specie adatte alle stazioni.
Linee guida, con una “r” in più
27 luglio 2023. Trentaquattro anni dopo la nascita di Pro Silva e a seguito di centinaia, forse migliaia tra convegni, seminari e soprattutto escursioni tecniche organizzati dalle varie diramazioni locali dell’associazione, accade qualcosa che probabilmente i padri fondatori riuniti in Slovenia non avevano neppure osato immaginare. La Commissione Europea pubblica delle Linee guida che prendono il nome proprio dal concetto chiave ‒ “selvicoltura close to nature” ‒ coniato nel documento fondativo del 1989. Un grande segnale, che dimostra come quel gruppo di esperti avesse visto lontano.
Non è facile rinunciare di punto in bianco a modelli che hanno garantito benessere attraverso la produzione massiccia di una materia prima rinnovabile, il legno, che ci serve e ci servirà sempre più nel prossimo futuro.
Vasti boschi, in queste zone, sono ancora oggi coltivati in modo analogo a monospecifici campi di mais: si piantano, crescono, si tagliano, si ripiantano. Molte meno le attenzioni alle dinamiche ecologiche, alla rinnovazione spontanea, alla diversità specifica e strutturale tipica di un bosco naturale. Ma ultimamente, anche in queste piantagioni si sono resi evidenti numerosi limiti, che hanno iniziato a porre profondi interrogativi. Problemi crescenti amplificati della crisi climatica, come tempeste di vento, attacchi di patogeni, vasti incendi, ma anche livelli di biodiversità sempre più in calo. Tuttavia, in questi Paesi l’economia forestale è ancora oggi trainante: non è certo facile, in questi contesti, rinunciare di punto in bianco a modelli che hanno garantito benessere attraverso la produzione massiccia di una materia prima rinnovabile, il legno, che ci serve e ci servirà sempre più nel prossimo futuro.
L’utilizzo del termine closer (e non close) è stato ritenuto più accettabile perché indica un cammino graduale da intraprendere: non selvicoltura prossima alla natura in senso stretto ‒ qui e ora ‒ ma più vicina rispetto alla situazione attuale. Un percorso in divenire quindi, da compiere passo dopo passo, di cambiamento in cambiamento. Se da un lato l’aggiunta della “r” può indubbiamente celare un’accettazione solo parziale dell’approccio, dall’altro esorta tutti gli attori coinvolti a ragionare, pragmaticamente, su quali singole azioni si possono implementare, da subito, per muoversi nella direzione di un cambio di rotta ritenuto indispensabile per conservare le biodiversità forestale e rendere le foreste più resistenti e resilienti anche riguardo agli effetti della crisi climatica.
Ma a parte l’aggiunta della “r”, perché si è sentita la necessità di scrivere e pubblicare queste Linee guida?
Due strategie in dialogo
La necessità deriva dalla pubblicazione di due importanti Strategie europee che devono necessariamente dialogare tra loro: la “Strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030” e la “Nuova strategia dell’UE per le foreste per il 2030”. L’approccio “closer to nature” è stato riconosciuto come una sorta di collante capace di tenere insieme le sfide di entrambe: conservazione della biodiversità, adattamento al cambiamento climatico, produzione continua di materia prima rinnovabile e di altri servizi ecosistemici necessari alla società. Nelle Linee guida europee il concetto di gestione forestale “closer to nature” viene descritto come un “grande ombrello concettuale” che riunisce tutti gli approcci che mirano a rafforzare biodiversità, resilienza e capacità di adattamento climatico delle foreste attivamente gestite.
Elementi che in passato erano ritenuti inutili, se non addirittura dannosi, come gli alberi senescenti e il legno morto in piedi e a terra, oggi sono riconosciuti come fondamentali per la conservazione della biodiversità.
Quella “r” aggiunta al concetto di “close to nature”, insomma, non deve essere letta come una scusa per rallentare, ma piuttosto come uno stimolo per dare gambe, il più presto possibile e in modo pragmatico, alle sfide contenute nelle due strategie europee: passo dopo passo, attraverso una coraggiosa azione politica.
Tra segregazione e integrazione
A redigere le Linee guida per una selvicoltura più vicina alla natura sono stati chiamati numerosi esperti da tutta Europa insieme allo European Forest Institute (EFI). Un po’ come nel caso della nascita di Pro Silva, tante teste pensanti provenienti da zone geografiche molto diverse hanno accettato una sfida non certo facile, ma dal grande potenziale generativo.
In futuro avremo bisogno di foreste lasciate alla libera evoluzione naturale, per preservare al massimo la biodiversità. Ma avremo anche bisogno di alcuni boschi fortemente produttivi: piantagioni specializzate per produrre legname.
La riflessione parte da due dati di fatto. Il primo (in verde nel diagramma): in futuro avremo bisogno di foreste lasciate alla libera evoluzione naturale, quindi senza interventi dell’uomo, per preservare al massimo la biodiversità all’interno di ecosistemi forestali il più possibile indisturbati e simili alle foreste vergini. Il secondo (in giallo): avremo ancora bisogno anche di boschi fortemente produttivi, per garantire la disponibilità di legno, materia prima rinnovabile che sarà sempre più richiesta nel cammino della transizione ecologica.
Ma adottando solo queste due modalità di gestione, agli antipodi a livello di approccio, si creerebbe un modello fortemente segregativo: gestione intensiva in certe aree, esclusione totale dell’attività umana in altre. Un modello che, specialmente in Europa, dove le foreste convivono con l’agricoltura e i nuclei abitati in un paesaggio plasmato da millenni dall’azione antropica, non potrebbe mai funzionare. Si genererebbero squilibri e conflitti (dove limitare fortemente la gestione? E dove, invece, puntare su una produzione intensiva?), ma anche rischi ambientali come incendi e dissesti, che potrebbero colpire anche zone abitate e infrastrutture, oltre a causare un’enorme perdita culturale e paesaggistica.
Ecco allora dove si inserisce, come un cuneo (bianco nel diagramma), l’approccio “closer to nature”: tra i due estremi, portando un necessario equilibrio. Nel diagramma una freccia rossa indica chiaramente la direzione: nel contesto europeo occorre muoversi integrando sempre più questa “terza via”. Ma dove collocarsi precisamente? Quali percentuali assegnare alle tre diverse ipotesi gestionali? Dipende da tanti e complessi fattori, diversi di territorio in territorio. Facciamo un esempio plausibile in molti contesti italiani.
Il biologo inglese Edward O. Wilson ha proposto di destinare metà della superficie terrestre a riserva naturale per preservare la biodiversità. Una provocazione che ha avuto il merito di stimolare riflessioni, ma di fatto irrealistica.
“In questi ultimi anni c’è stato un dibattito molto vivace a livello scientifico e culturale sui due approcci di gestione delle risorse naturali: approccio segregativo ed approccio integrativo”, spiega Renzo Motta, docente di selvicoltura all’Università di Torino e membro italiano del gruppo di lavoro che ha redatto le Linee guida europee. Questo dibattito è stato in parte suscitato dal libro Metà della Terra. Salvare il futuro della vita, pubblicato nel 2016 dal biologo inglese Edward O. Wilson, nel quale l’autore propone che metà della superficie terrestre sia destinata a riserva naturale per preservare la biodiversità. La provocazione di Wilson, secondo Motta, ha avuto il merito di stimolare riflessioni e proposte ma, in concreto: “È caratterizzata da una forte connotazione ideologica e appare irrealistica”. Oltre a Motta, molti altri esperti forestali pensano che sia molto più concreto ed efficace, almeno nel contesto europeo, puntare su strategie di integrazione.
Lo fa, ad esempio, il progetto Horizon TRANSFORMIT, coordinato da EFI, che mira proprio a promuovere una “Gestione forestale integrativa” (IFM, Integrative Forest Management) al fine di “trasformare le foreste europee” (da qui il nome). Questo approccio prevede di coniugare, all’interno di un complesso forestale, la fornitura di servizi ecosistemici, la conservazione della biodiversità e la resilienza climatica. Il progetto ha da poco pubblicato una lista di 17 indicatori che vengono proposti come uno strumento pragmatico per guidare i gestori forestali verso il cambiamento auspicato. Inutile dire che questi indicatori ricalcano, in buona parte, le indicazioni generali contenute nelle citate Linee guida europee.
In Italia la selvicoltura prossima alla natura è applicata da anni ma a macchia di leopardo, soprattutto sulle Alpi.
A che punto siamo
Dall’approvazione delle Linee guida europee sono passati più di due anni. Il tema ha inizialmente suscitato grande interesse e dibattito tra esperti di alto livello, ma un cambiamento diffuso, purtroppo, appare ancora troppo lontano dal realizzarsi, specialmente in quei Paesi dove gli interessi attorno alla produzione massiccia di legno sono elevati. In Italia, anche grazie a Pro Silva, la selvicoltura prossima alla natura è applicata da anni ma a macchia di leopardo, soprattutto sulle Alpi. Nel nostro contesto sono poche le aree in cui la gestione forestale è definibile come intensiva, ma molti miglioramenti in senso naturalistico potrebbero essere comunque implementati nelle pratiche ordinarie, spesso uguali a sé stesse da decenni.
“Sembra esserci una generale esitazione riguardo all’adozione delle Linee guida”, spiega al Tascabile Jørgen Bo Larsen, il coordinatore delle stesse. Secondo il ricercatore, il principale motivo è che la loro adozione comporterebbe una maggiore regolamentazione del settore forestale senza alcuna compensazione economica. “Manca uno schema di certificazione volontaria per una gestione forestale più vicina alla natura, come era previsto dalla Strategia forestale dell’UE per il 2030”, sottolinea Larsen: “Se e quando questo sistema di certificazione ancora in sospeso verrà sviluppato e accompagnato da un sistema di compensazione, la situazione potrebbe iniziare a sbloccarsi”. Larsen ha un’opinione chiara rispetto a come dare una spinta concreta alla diffusione dell’approccio. Un’opinione che dà grande valore al modello integrativo e che, proprio per questo, potrebbe non piacere a chi invece propende per quello segregativo.
L’esperto danese Jørgen Bo Larsen propone di non considerare le aree protette solo come zone in cui limitare fortemente le attività antropiche, ma come laboratori privilegiati in cui applicare l’approccio closer to nature.
L’esperto danese, attraverso questa proposta provocatoria, esorta a non considerare le aree protette solo come zone in cui limitare fortemente le attività antropiche, di gestione forestale in particolare, ma, al contrario, come laboratori privilegiati in cui sviluppare una gestione forestale integrativa seguendo l’approccio closer to nature.
Due esempi, in Italia
Jerry F. Franklin, un grande studioso della gestione forestale su basi ecologiche dell’America Settentrionale, ha spiegato che in passato la selvicoltura si è concentrata soprattutto su quanto prelevare dal bosco. Adesso, anche alla luce delle nuove conoscenze scientifiche, occorre invece concentrarsi su quanto e cosa lasciare. Questa visione si sposa benissimo con gli obiettivi di due diversi progetti finanziati dal programma Life dell’Unione Europea che lavorano a un processo di integrazione basato sull’approccio closer to nature: inserire, all’interno della gestione forestale ordinaria, pratiche adatte ad aumentare la conservazione della biodiversità. Non a caso a questi progetti collaborano sia l’European Forest Institute, sia la Rete Integrate, sia, ovviamente, Pro Silva.
Il primo è il progetto Life Span, coordinato dal CNR-IRET, che nella parte friulana della foresta del Cansiglio e nella foresta bavarese di Sailershausen sta realizzando una particolare forma di gestione integrata: la creazione di un insieme di SHS (Saproxylic Habitat Sites, siti adatti agli organismi saproxilici, cioè che necessitano di legno morto), dove il bosco viene reso il più simile possibile a una foresta vergine, con alberi morti in piedi e a terra, radure e fusti in cui sono presenti cavità e ferite. Queste piccole isole sono sparse nel mare di una foresta attivamente gestita, dove si produce anche legname con interventi non intensivi: esse agiscono come nodi di una rete che favorisce la diffusione della biodiversità in tutto il comprensorio forestale.
Sulla stessa linea di pensiero lavora anche il progetto Life GoProForMED, coordinato da DREAm Italia e attivo in quattro Paesi del bacino del Mediterraneo: Italia, Spagna, Francia e Grecia. Il progetto propone la creazione di una rete ecologica costituita da “core area” (aree ad alto valore conservazionistico), “isole per la biodiversità” (simili a quelle previste dal Life Span) e singoli “alberi habitat”, il tutto distribuito all’interno di una superficie boschiva in cui è prevista anche una gestione produttiva.
Anche in Italia stanno emergendo progetti che si rifanno alla direzione proposta dagli studiosi riuniti nel 1989 in Slovenia: avvicinarsi, con coraggio e senza esitazioni, all’integrazione di produzione e conservazione.
Integrazione: una sfida politica e culturale
Gli strumenti per sviluppare questo approccio e quindi per “trasformare le foreste europee”, insomma, ci sono già tutti: Linee guida, indicatori, reti di esperti, associazioni come Pro Silva, progetti pilota. Cosa manca ancora? Probabilmente solo una seria volontà politica: quella di andare oltre le pressioni di chi vuole mantenere lo status quo e passare dalle intenzioni ai fatti, attraverso forti investimenti in azioni e strumenti concreti che rendano questo approccio non solo desiderabile dalla società, ma anche conveniente per proprietari e gestori, come auspicato da Larsen. Ma sarebbe un vero peccato considerare tutta questa storia solo come una questione prettamente tecnico-scientifica da risolvere unicamente a livello politico. Si tratta infatti anche di una vera e propria sfida culturale, che appare cruciale per il futuro.
L’approccio segregativo, dividendo nettamente due modalità di gestione ‒ conservativa e produttiva ‒ separa in fondo anche due mondi, due pezzi importanti della società, che troppo poco spesso si conoscono e si confrontano: chi studia e promuove la tutela degli ambienti naturali e chi lavora nella filiera produttiva bosco-legno e nell’ordinaria gestione forestale. L’approccio integrativo, al contrario, li obbliga ad avvicinarsi, a “sporcarsi le mani”, a trovare punti di contatto attraverso compromessi accettabili da entrambe le parti, basati su esigenze reali, evidenze scientifiche e su una comune visione di intenti. Li esorta, così, anche a parlarne pubblicamente, a raccontare i passi in avanti compiuti, a condividere questo necessario esercizio di equilibrio con più persone possibili. Li spinge, insomma, al difficile compito di costruire e condividere una nuova “selvicultura”, quella auspicata dal “Manifesto per una selvicoltura più vicina alla natura” proposto dalla rivista Sherwood e cofirmato da numerosi attori del mondo forestale e ambientalista italiano.
L’approccio segregativo separa due mondi che troppo poco spesso si conoscono e si confrontano; l’approccio integrativo, al contrario, li obbliga a trovare punti di contatto attraverso compromessi accettabili da entrambe le parti.