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hiunque abbia provato a sollevare l’argomento durante una cena tra amici, o in un altro contesto non specialistico, sa bene che l’energia non è uno di quei temi che riscuotono troppo successo. A meno che non si finisca a parlare di bollette, o che qualcuno sbatta sul tavolo la carta jolly del nucleare, difficilmente la conversazione prenderà slancio, ed è probabile che nel giro di poco qualcuno provi a sterzarla su un binario più rassicurante.
Un po’ come il riscaldamento globale, l’energia è uno di quegli argomenti tanto importanti quanto apparentemente respingenti. Il che è curioso, perché a ben vedere è l’elefante presente in tantissime stanze: quella climatica, quella geopolitica, quella economica, ha un ruolo centrale nel lavoro come nel costo della vita, per non parlare dell’intelligenza artificiale. Il problema è che, per quanto sia letteralmente la linfa che serve al nostro sistema per funzionare, l’energia è anche uno degli argomenti su cui in media abbiamo poche conoscenze specifiche, nonché uno di quelli peggio raccontati.
Nel suo Le energie del mondo (2025), Gianluca Ruggieri, ricercatore e docente di fisica tecnica ambientale all’Università dell’Insubria, prova a rimediare a decenni di narrazioni superficiali e strumentali, ponendosi l’obiettivo di restituire la complessità delle questioni energetiche senza per questo farti cadere il mento sul petto.
Per quanto sia letteralmente la linfa che serve al nostro sistema per funzionare, l’energia è anche uno degli argomenti su cui in media abbiamo poche conoscenze specifiche, nonché uno di quelli più strumentalizzati e peggio raccontati.
Da lontano, lo si potrebbe scambiare per un vademecum per chi voglia farsi un’idea delle sfide legate al settore energetico e colmare le varie lacune. Intendiamoci, per certi versi lo è: parliamo di uno di quei libri che anche una volta finiti tieni a portata di mano, ritornando all’occorrenza su alcuni capitoli specifici. Ma è anche un libro capace di fornire una chiave di lettura per comprendere meglio l’attualità, e volendo, una bussola per orientarcisi.
Che non si tratti del solito libro sull’energia è chiaro fin dalla prima parte, in cui Ruggieri mette in relazione due concetti solo in apparenza slegati, quello di “dipendenza” e quello di “ideologia”. Ripercorrendo gli ultimi cinquant’anni di storia energetica italiana, l’autore mostra in quale modo il nostro Paese abbia sviluppato una dipendenza dai combustibili fossili, come questa dipendenza abbia alimentato un’illusione di sicurezza energetica, e come nel periodo postpandemico l’illusione sia andata in frantumi. “In Italia, in particolare, nel 2020 il 40% dell’energia primaria era fornito dal gas naturale” scrive Ruggieri “E circa il 38% del gas naturale utilizzato proveniva dalla Russia”. Poteva essere un punto di svolta, una presa di coscienza pur tardiva delle conseguenze economiche e geopolitiche di una dipendenza fossile, e invece è stata un’altra occasione persa, in buona parte per via di come la crisi del 2021-23 è stata raccontata.
In un contesto in cui ognuno tira acqua al suo mulino e manipola i dati a proprio piacimento, l’accusa preferita da scagliare contro i propri interlocutori è quella di essere “ideologici”. Ma è possibile fare un dibattito sull’energia (e sul clima) senza essere ideologici? Chi pensa che il contrasto alla crisi climatica sia un atto necessario al benessere di tutti è più o meno ideologico di chi ritiene che la crescita economica sia un obiettivo da perseguire anche a costo di sacrificare la sopravvivenza della civiltà umana per come la conosciamo?
Ci siamo abituati a dare per scontata una disponibilità energetica che fino a prima della rivoluzione industriale era impensabile: nel giro di 200 anni l’energia usata dalla popolazione mondiale è aumentata di diverse decine di volte. Una crescita senza precedenti, che ha favorito un progresso altrimenti inimmaginabile, ma sarebbe assurdo pensare che questo ritmo possa essere mantenuto indefinitamente.
L’ideologia più pericolosa è quella che tratta come infinito il capitale naturale su cui si regge la nostra civiltà. Un capitale frutto di un lungo processo di sedimentazione e interconnessione, che non si ricostruisce a colpi di investimenti o manovre economiche.
Basta dare un’occhiata ai
report dell’IPCC (
Intergovernmental Panel on Climate Change) o anche solo alle curve di crescita degli ultimi 30 anni, per rendersi conto che l’ideologia più pericolosa è quella che normalizza lo sfruttamento crescente delle risorse e degli ecosistemi, affidandosi a modelli di sviluppo che trattano come infinito il
capitale naturale su cui si regge la nostra civiltà. Un capitale che è frutto di decine di migliaia di anni di sedimentazioni e interconnessioni, e che non si ricostruisce a colpi di investimenti o manovre economiche.
Ma per smontare questa ideologia dobbiamo prima liberarci di una dipendenza dal fossile che non è solo economica, ma anche psicologica e culturale. E per liberarci di questa dipendenza un passo utile è sfatare i tanti falsi miti che incrostano il discorso energetico: ad esempio l’idea che il futuro dell’energia siano l’idrogeno e le biomasse; o che allo stato attuale non possiamo permetterci una transizione rapida (economicamente parlando, è vero il contrario); o che non siamo ancora in grado di sfruttare le energie rinnovabili su larga scala (eolico e fotovoltaico oggi sono le fonti in più rapida crescita); o che le tecnologie rinnovabili siano meno efficienti di quelle fossili. Quest’ultima falsità è particolarmente insidiosa, perché va a prendere uno dei difetti propria della produzione fossile e lo ribalta in un salto carpiato. Per come è strutturata la filiera fossile, infatti, il 62,5% dell’energia che usiamo viene dissipata e non svolge nessun lavoro, un colabrodo energetico inaggirabile:
Tutte le tecnologie che vengono proposte per la decarbonizzazione sono molto più efficienti di quelle attuali. Guardando i dati a volte potremmo essere tratti in inganno e pensare che non sia così: centrali a gas e carbone hanno un’efficienza del 33-50%, mentre i pannelli fotovoltaici “solo” del 30%. Ma una volta bruciato il carbone, il petrolio o il gas, quella risorsa non c’è più. Mentre usare il vento o la radiazione solare non intacca alcun patrimonio e non consuma nulla: avremmo già un miglioramento energetico anche con un’efficienza irrisoria. Perciò con le rinnovabili non solo possiamo generare elettricità eliminando gli sprechi, ma anche recuperare energia che altrimenti andrebbe perduta.
Uno dei maggiori meriti di questo libro, è la sua capacità di mostrare come la transizione ecologica non possa essere unicamente una transizione energetica, ma debba necessariamente prevedere anche un cambio di paradigma culturale. Per un libro che parla di energia non è affatto una cosa scontata. Ma nemmeno inattesa, considerando che, come abbiamo visto, uno dei primi concetti affrontati dall’autore è quello di “dipendenza”. Se è relativamente semplice individuare nel sistema fossile dinamiche di dipendenza economica (e geopolitica), più difficile è prendere atto di quanto ci risulti culturalmente difficile allontanarci dal modello di sviluppo fossile, e dalle promesse che da sempre porta con sé.
A giudicare dagli ultimi chiari di luna, esiste la possibilità concreta che l’abbandono delle fonti fossili venga sfruttato per ricentrare le dinamiche di potere esistenti.
Prendiamo l’automobile: come Ruggieri spiega bene in un capitolo dedicato alle auto elettriche e alla mobilità sostenibile, a partire da inizio Novecento l’automobile ha colonizzato il nostro immaginario, prendendosi uno spazio enorme. Pensiamo ai film, allo sport, alle pubblicità, ma anche a come sono costruite le nostre città. “Per generazioni”, scrive Ruggieri, “l’automobile è stata sinonimo di emancipazione, libertà, futuro”. Questo ha contribuito a far sì che gli impatti negativi dovuti alla sua diffusione siano sempre sembrati trascurabili rispetto ai vantaggi prodotti.
A conti fatti, quando ci spostiamo con un’automobile dotata di motore a combustione, è come se ci stessimo muovendo a bordo di una stufa. Una stufa in grado di convertire in moto solo una frazione minima del calore, che disperde energia sia quando accelera sia quando frena, e che per portare una persona di corporatura media deve spostare una massa 10-15 volte superiore. Tutto questo fa sì che quando usiamo un’automobile tradizionale per muoverci consumiamo 100 volte l’energia che sarebbe teoricamente necessaria.
Un altro merito è quello di fornire un punto d’osservazione obliquo su questioni che tendono a essere inquadrate sempre con le stesse angolazioni. Il caso delle auto elettriche, a proposito, è emblematico. Mentre il discorso pubblico tende a imporre una dicotomia falsata – da un lato chi vorrebbe mantenere in strada le auto a motore termico, dall’altro chi invece sostituirebbe ogni veicolo fossile con uno elettrico – Ruggieri insiste sulla necessità di ripensare la mobilità, riducendo il numero di auto in circolazione, potenziando un trasporto pubblico sostenibile, orientando le politiche cittadine alla sicurezza stradale e alla sostenibilità.
Se è relativamente semplice individuare nel sistema fossile dinamiche di dipendenza economica (e geopolitica), più difficile è prendere atto di quanto ci risulti culturalmente difficile allontanarci dal modello di sviluppo fossile, e dalle promesse che da sempre porta con sé.
Ed è qui che il libro si apre a un discorso meno tecnico e più sociale. Perché per quanto sia fuori discussione che abbiamo bisogno urgente di una transizione ecologica, è anche vero che questa transizione non sarà automaticamente giusta. A giudicare dagli ultimi chiari di luna, anzi, esiste la possibilità concreta che l’abbandono delle fonti fossili venga sfruttato per ricentrare le dinamiche di potere esistenti. Per evitare che ciò succeda, è necessario tenere conto delle ricadute sociali che ogni cambiamento strutturale inevitabilmente finisce per creare, e orientare questo necessario cambio di rotta verso una riduzione delle disuguaglianze e a una effettiva democrazia energetica:
Sappiamo bene come le grandi aziende di fornitura energetica siano state in grado di moltiplicare a dismisura i propri profitti, i dividendi e i compensi per i propri dirigenti, anche in situazioni di crisi generale. E sappiamo altrettanto bene come i grandi paesi esportatori abbiano potuto accumulare enormi ricchezze che nel peggiore dei casi finiscono a finanziare invasioni e guerre, come è successo negli ultimi anni in Ucraina, in Yemen e in Nagorno-Karabakh. Le tecnologie della transizione invece possono essere dispiegate su scala molto diversa, e in impianti molto più vicini al consumatore finale. […] La partecipazione popolare alla transizione potrà ulteriormente rafforzarsi attraverso strumenti come l’autoconsumo collettivo e le comunità energetiche rinnovabili, che consentono la condivisione a livello locale dell’energia elettrica prodotta in impianti rinnovabili.
Dicevamo all’inizio che l’argomento energetico viene spesso ostracizzato da molte conversazioni e che in parte ciò è dovuto al modo superficiale e frammentario in cui è stato raccontato. Se questo libro funziona così bene è anche perché è strutturato in modo da mettere in relazione i tanti aspetti della questione, fornendo uno sguardo ampio che rende naturale al lettore trovare i punti di contatto tra problemi che è abituato a considerare separati. A giudicare da questo libro, Ruggieri sarebbe in grado di dare l’argomento energetico in pasto a una tavolata di persone tutt’altro che propense, e innescare una conversazione che duri fino agli amari. In tempi di
capitalismo dopaminergico, falsi miti, e attenzione frammentata, non è cosa da poco.