M.
per sei mesi ha fatto la ghostwriter: ha impersonato le creator di OnlyFans nelle conversazioni con i clienti sulla piattaforma. Io e M. ci conosciamo da un annetto ma non sapevo niente del suo lavoro. Così, quando me l’ha raccontato al bar, dopo essersi licenziata, ho sviluppato un interesse fortissimo, allo stesso tempo letterario ed economico, per questa storia. Quando le chiedo se ha un nome finto che predilige per questa intervista mi risponde “Moana”, perché l’espressione sempre triste e malinconica di Moana Pozzi – abbinata a Moana Pozzi – secondo lei è una buona sintesi del sex work: un lavoro che si muove tra performance e intimità simulata, in cui il corpo diventa racconto e allo stesso tempo strumento per l’estrazione di plusvalore. Avevo paura che questa intervista diventasse un pezzo da cronaca pop, o una storia alla Vice: un racconto rapido, esotizzante e moralmente ambiguo. Spero che non lo sia diventata.
Vorrei usare la storia di M. come una lente per osservare un sistema – quello della sessualità mediatizzata – che oggi intreccia mercato, affettività e finzione. Ci siamo incontrati e mi ha raccontato tutto. Nell’intervista, per indicare le persone che creano contenuti sulla piattaforma, uso principalmente il femminile, ma ovviamente anche gli uomini fanno questo lavoro. La scelta del femminile estensivo ha due motivazioni: la maggior parte delle creator sono donne; l’industria di OnlyFans è costruita intorno a una precisa grammatica di genere, che orienta non solo le pratiche di consumo, ma anche le forme di potere e rappresentazione di chi la abita. Di questo parleremo nel corso della conversazione.
Che lavoro hai fatto?
Non so dirti se per legge esiste un inquadramento, però ho fatto la
chatter. L’industria di OnlyFans ha tre figure principali: le
creator, le agenzie e i
content manager. Le piattaforme principali su cui caricare contenuti sono Instagram, Telegram e il profilo vero e proprio. Su OnlyFans ci sono abbonamenti gratuiti e a pagamento, che vanno dai 5 ai 50 dollari. Dopo che l’utente si è abbonato, può vedere il profilo della
creator e chattare con lei quando vuole: i
chatter impersonificano la
creator. È un lavoro a turni, per cui ogni tot i colleghi si danno il cambio, anche in piena notte a seconda delle agenzie. Chi finisce il turno fa un report delle chat, di quali sono le situazioni in ballo, di cosa si è parlato fino a quel momento, di cosa il cliente ha richiesto; chi inizia prende in carico le chat e prosegue da lì.
Esiste un gestionale, nato per profilare i clienti, che tiene traccia di tutte le persone che interagiscono con le creator e del loro storico: dati anagrafici, kink particolari, cosa hanno comprato e a che ora, quello che gli è stato proposto e non hanno accettato, quanto hanno speso da quando si sono iscritti. Oltre a questo, il gestionale traccia l’attività del chatter e tiene in ordine i conti: vendite, percentuali di guadagno di tutte le parti in causa, indici statistici di efficienza e capacità di vendita del chatter, che in questo modo è spinto essere efficiente. Il chatter viene pagato un fisso all’ora, a cui si somma una percentuale su quello che vende.
Quant’è la paga base?
Ci sono molte agenzie che pagano i chatter tra 1 e 3 dollari l’ora, soprattutto quelli provenienti da Paesi in cui è radicato il lavoro povero. Nella mia esperienza, nel migliore dei casi in Italia guadagni 5,50 euro lordi l’ora, a cui si somma una percentuale sul venduto che, a seconda dell’agenzia, oscilla tra il 5 e il 10% (in rari casi alcune promettono il 20%). Più o meno una volta l’anno in programmi tipo Le Iene fanno servizi dal tono scandalistico in cui denunciano l’esistenza dei chatter e di questo sistema. In questi servizi i chatter sostengono di poter guadagnare anche cifre molto alte, ma nella mia esperienza questo non è vero. Io lavoravo part-time 16 ore a settimana, può sembrare un modo comodo di arrotondare a fine mese, ma in realtà è molto faticoso a livello mentale. I turni di notte, soprattutto quelli del weekend, hanno cominciato a pesarmi da subito.
Tipo?
Può sembrare un lavoro divertente, alla fine puoi farlo da casa seduto sul divano, ma comporta un grande coinvolgimento mentale e emotivo. Per vendere devi stare dietro a tutto quello che succede anche quando non lavori, a chi sono i clienti e cosa è successo, andarti a rivedere lo storico e le chat dei tuoi colleghi prima di te. Il tutto in nome dalla coerenza, non devi mai dimenticarti che stai partecipando ad una grande farsa, dopotutto. A un certo punto ti ritrovi a cercare costantemente nuove strategie per vendere, i miei colleghi si scambiavano messaggi sul gruppo WhatsApp anche fuori dai propri turni: seguire gli sviluppi di una conversazione con un cliente diventava, passami il termine, appassionante.
Che ne pensi dell’approccio delle Iene?
In questo lavoro non c’è niente di segreto o illegale, è tutto alla luce del sole. Per sapere quello che sto raccontando basta fare delle ricerche su Internet. È pieno di articoli che raccontano storie simili alla mia, spesso hanno tagli penitenti tipo “Il chatter pentito”, o scandalistici come “Cosa c’è dietro il mondo di OnlyFans”. Non solo, si trovano anche facilmente annunci di agenzie che ricercano
chatter con tanto di
job description completa. Nonostante questo, con i clienti non se ne può parlare: far cadere il velo su questo lavoro comporterebbe la diffusione dell’idea che OnlyFans sia una truffa.
Il grande scandalo spesso è: c’è un uomo che parla al posto della creator. La maggior parte dei chatter sono uomini e questa roba manda totalmente fuori di testa il maschio etero: “Oddio, un altro uomo mi ha aiutato a segarmi”. Peraltro, i chatter maschi secondo me sanno meglio cosa vogliono gli uomini. In generale, chi lavora in questa industria non ci vede niente di sbagliato, sta semplicemente fornendo un servizio specializzato su una piattaforma a pagamento. Il cliente medio si sente molto in colpa per aver speso soldi su OnlyFans, ad esempio su Reddit è pieno di thread di gente preoccupata del fatto che la propria banca venga a sapere degli acquisti fatti su OnlyFans. Questo tipo di cliente di solito è molto nervoso e suscettibile, dopotutto sta facendo una cosa che vorrebbe tenere nascosta, e se non riceve quello che si aspetta (attenzioni, contenuti esclusivi, trattamenti di favore), se non ottiene l’illusione di avere un rapporto speciale con la creator, si incazza.
Interessante questa cosa del senso di colpa.
Ci sono vari tipi di clientela. Partiamo da un presupposto: OnlyFans non è più la piattaforma in cui una persona a caso mette la foto dei piedi e tira su due soldi. Funziona bene soltanto per persone con una certa visibilità pregressa.
Tipo le pornostar?
Sì tipo, però i contenuti delle pornostar stanno su altri canali più mainstream e accessibili. Magari loro caricano su OnlyFans i contenuti esclusivi, o magari su PornHub mettono soltanto spezzoni di video o la parte di flirt iniziale. Un’altra categoria di creator di OnlyFans è quella delle influencer, o comunque di persone che hanno una certa visibilità sui social, che giocano con la fantasia della gente che la segue da tempo e che pensa “cazzo quanto vorrei vederle le tette”. Lei si apre OnlyFans e così realizza il desiderio dei follower di entrare nel suo privato.
Dicevamo delle categorie di clienti.
Sì ecco: la prima categoria di clienti è quella dei fan, quelli che pagano l’abbonamento contenti di farlo, di supportare l’attività della
creator per aiutarla negli studi, nelle sue passioni o per comprarsi belle cose, magari degli outfit con cui poi girare dei contenuti. La seconda è quella del cliente transazionale, che paga e vuole ricevere il meglio che può avere: arrivano, poche chiacchiere, ti chiedono se hai il genere di contenuto che desiderano, contrattano, pagano e poi scompaiono. Abbastanza facili da gestire, un po’ pretenziosi e scortesi nelle richieste. Poi ci sono quelli che si sentono in colpa: “Non mi sono mai iscritto a OnlyFans, sei la prima, l’ho fatto solo per te”. Sono molto indecisi e cercano spesso di mutare il rapporto economico in una specie di flirt personale: “Ci possiamo conoscere? Se ti offrissi un caffè?”.
Questi clienti vogliono comprare porno ma devono ammantare il loro desiderio dietro un velo di conoscenza e di rapporto diretto. Nell’approccio sono i più simili alla vita reale. Su OnlyFans ho chattato con gente che parlava come i tipi che becco su Hinge: niente di esplicito, come se esistesse la possibilità di un incontro reale che però non avverrà mai. I clienti di questa terza categoria sono i peggiori, un po’ perché ti fanno perdere un sacco di tempo, un po’ perché si vogliono far conoscere: ti mandano un selfie, ti fanno vedere quanto è bella la loro faccia o il loro pene, cercano di sedurti insomma. Abbastanza ridicoli. Poi ci sono i perditempo, quelli che non compreranno mai niente, e infine gli schiavi, una categoria di persone che sanno molto bene quali sono i propri kink e cercano le dinamiche tipiche dei rapporti di dominazione/sottomissione caratteristici del mondo BDSM: vorrei essere il tuo schiavo, sono il tuo cane, sei la mia mamma.
Più in generale la vendita dei contenuti come funziona?
Di base esistono due tipi di contenuti, quelli per tutti e quelli
custom. I contenuti per tutti sono quelli che la
creator produce perché le va, i
custom sono contenuti personalizzati di tutti i tipi. Il primo sono i
dick rating (scritti, vocali, video, video topless, video nuda), per i quali chiediamo foto del pene da varie angolazioni, facciamo pagare il cliente e poi scriviamo una recensione che inviamo direttamente o che la
creator legge o interpreta in video, se le viene richiesto. Le persone che godono con la
small penis humiliation (SPH, in gergo) vogliono che tu dica loro che ce l’hanno piccolo, che fanno schifo, che non sono veri uomini e cose del genere. Altri vogliono essere elogiati: una roba per cui solo un uomo potrebbe pagare.
I JOI (Jerking Off Instructions) sono vere e proprie istruzioni su come masturbarsi, customizzate in base al contenuto o a come la creator deve apparire in video. Molto spesso terminano con un conto alla rovescia. Infine ci sono i video custom in generale, in cui il cliente può dare un po’ le istruzioni che gli pare, spesso chiedendo alla creator di pronunciare il suo nome, ammesso ovviamente che lei abbia voglia di fare quella determinata pratica. Alcune creator non fanno nemmeno il nudo, per dire. I contenuti custom costano di più perché difficilmente possono essere rivenduti ad altri, per questo si cerca di spingere il cliente verso contenuti più generici, che possono essere rivenduti magari a prezzi più bassi in seguito.
Quanto tempo ci mette la creator per realizzare un contenuto?
Dipende, alcune sono molto veloci, altre ci mettono anche mesi, e questo è un problema perché il cliente aspetta, spesso è impaziente e noi dobbiamo tenerlo buono. Magari il cliente vede che la creator posta su Instagram, è attiva sui suoi profili però non gli manda il video o non risponde in chat e comincia a spazientirsi o a sentirsi scammato. Ci sono effettivamente le agenzie che vendono contenuti che poi non arriveranno mai, alcuni clienti magari sono stati davvero truffati una volta: il tuo compito è quello di rassicurarli e mostrarti sempre disponibile e professionale, mentre aspetti che la vera creator produca il custom. Questa parte del lavoro è sicuramente tra le più faticose da gestire.
Posso chiedere alla creator anche di fare sesso con altre persone?
Sì certo, ammesso che lei voglia. Ovviamente anche in quel caso c’è ogni tipo di categoria: boy-girl, girl-girl, boy-girl-girl e così via. Chiedere contenuti custom di questo tipo è complesso e costa tanto perché la creator deve trovare la persona pronta per farlo. Il contenuto più facile da trovare è quello girl-girl, perché le creator tra amiche non hanno problemi a girare questi video, al contrario che con gli uomini.
E il tuo rapporto con il sesso è cambiato facendo questo lavoro?
Sì. All’inizio l’idea di fare questo lavoro ti fa ridere. Ho iniziato questa cosa senza sapere molto di OnlyFans, ho preso il lavoro come una specie di esperimento sociologico. Mi sono detta: mi piace fare sexting, non mi imbarazzo facilmente, dovrebbe riuscirmi bene. La
sex chat in sé è diversa dalla chat normale, è più esplicita e a pagamento. Fare sexting con i clienti è faticosissimo, è la cosa meno erotica che io abbia mai fatto: ovviamente non pensavo che mi sarei eccitata facendo questo lavoro, ma ero curiosa. Alla lunga sono sempre le stesse cose, ripetitive a seconda del tipo di cliente. A volte facevo tre
sex chat insieme. Chiaramente, il tempo è denaro anche nelle
sex chat, quindi se il cliente non viene devi fargli capire che il tempo del giochino è finito.
Ad un certo punto questo scollamento tra quello che scrivevo e quello che provavo mi ha destabilizzata, mi è passata la voglia di fare sexting. Nella mia vita privata dicevo le stesse cose che al lavoro. Di base io non condanno le fantasie delle persone, anzi, le rispetto. Ma quando ho cominciato a vedere il mondo attraverso quella lente, è diventato pesante. Secondo me se non sei totalmente immerso nell’ambiente diventa dissociante, è come se avessi avuto una doppia vita per un po’. C’è da dire che, in generale, esiste pochissima consapevolezza sessuale. Soltanto nel mondo kink e BDSM c’è una consapevolezza diffusa su come si tratta l’altra persona, nel sesso “vanilla” spesso c’è poca cura o consapevolezza, manca la cura dei sentimenti.
Ti turbava solo il lato sessuale?
Le cose che poi mi hanno turbata non sono quelle che mi aspettavo: non è vedere foto di cazzi o video di mistress che rende il lavoro pesante, piuttosto la relazione psicologica con i clienti. Molti di loro spendono soldi e instaurano con te – con la
creator – un rapporto vero e proprio. Questa relazione a una certa è strana: loro pensano di relazionarsi con la
creator (con cui forse non hanno mai parlato), in realtà comunicano non con uno ma con tanti
chatter di cui non conoscono l’identità. Ecco, i rapporti che si creano tra
creator e cliente sono delle specie di matrioske, ci sono tanti stadi di separazione tra di loro. Le persone chiedono consigli personali, si sfogano sui loro problemi di famiglia, soldi e salute, dicono cose come “sono contento di averti incontrata, sono contento che mi ascolti”.
Diventano relazioni personali, senti il peso della responsabilità. Ho chattato quasi con piacere con alcune persone, abbiamo parlato di Palestina, di ambiente, di politica. Alcuni clienti sanno benissimo che c’è un’agenzia, magari stanno al gioco, altri non ne hanno idea. Gli schiavi arrivano a dei livelli di sottomissione estremi, la padrona può decidere persino della loro vita relazionale e impedire loro di uscire con una ragazza. Anche se la creator magari non vorrebbe sottomettere i clienti, per le agenzie è anche una questione economica, sottomettere e controllare il cliente porta soldi.
Le creator non parlano mai col cliente?
Tendenzialmente no; se lo fanno paradossalmente è un problema, perché potrebbero non seguire lo script e parlare in modo differente da noi. A livello mentale è difficile gestire la chat, anche perché non è mai solo una, io ad esempio ho gestito fino a nove creator contemporaneamente: devi “switchare” tra le varie “personalità”, è un lavoro di scrittura vero e proprio. Alcune creator tengono di più alla loro identità, ad altre importa solo che non fai errori grammaticali o che non usi certe emoticon.
Com’è il rapporto dei clienti con i soldi?
Ho visto gente che da quando si è iscritta ha speso fino a 10.000 dollari. Alcuni non hanno problemi di spesa, altri sì, quindi ti chiedono di aspettare lo stipendio per la transazione o se possono ricevere sconti. In alcuni casi si innesca una specie di meccanismo di dipendenza. Molti clienti sono giovanissimi: è molto più comune trovare adolescenti che come primo approccio al sesso usano OnlyFans rispetto al boomer che uno si potrebbe immaginare. Questi ragazzi si presentano insicuri, dicono di essere vergini, di non aver mai visto una donna nuda e sfogano le loro fantasie sulla creator. Alcuni clienti aspettano la paghetta dai genitori per comprare contenuti.
Voi chatter avete potere di contrattazione sulle vendite?
Sì, siamo venditori, dobbiamo studiare il cliente. Abbiamo una repository con i contenuti e i prezzi, possiamo scegliere come venderli, che pacchetti fare, come trattare. Dobbiamo anche dare l’impressione al cliente che quel contenuto sia esclusivo, quindi lo sconto è anche uno strumento di finzione e di convincimento. Per l’agenzia è sempre meglio vendere a un po’ meno che non vendere. Di base contenuti molto vecchi o le foto possono essere svenduti. Ogni creator ha i suoi prezzi, ma a decidere sono anche le agenzie, infatti se una creator cambia agenzia e quella nuova fa prezzi più alti bisogna lentamente rimodellare le tariffe senza far percepire al cliente che è cambiato qualcosa. C’è tanto ragionamento economico dietro OnlyFans.
Nell’approccio materiale al lavoro secondo te esistono creator di destra e creator di sinistra? Ti faccio un esempio: lei [le mostro il profilo di una creator] è una famosa per associare al suo lavoro su OnlyFans una serie di pratiche di divulgazione e di attivismo, l’educazione sessuale, i videocorsi su Patreon, le slide con le analisi woke sul fatto del giorno. La segue la pagina di Non Una Di Meno, per dire.
Lei quindi la identifichi come di sinistra. Sì capisco, ci sta. Pensa anche a lei [mi mostra il profilo di un’altra creator], che fa l’attivista per la tutela degli animali. Che poi è anche una questione di target e di pubblico che le creator vogliono raggiungere. Esistono creator i cui clienti standard sono i professori universitari.
Ecco, se noi trasportiamo questa attitudine identitaria da social al lavoro, c’è una differenza politica tra le creator?
La mia agenzia aveva un target specifico di creator, diciamo “di sinistra”. Ci sono tante creator che fanno attivismo, che fanno divulgazione sull’educazione sessuale e affettiva, sull’animalismo, sul veganesimo. Altre fanno solo porno, fanno le mistress e magari pippano un sacco di bamba. Forse la distinzione è questa. Mettiamola così: nella prassi economica le creator donne sono più di sinistra, i creator uomini hanno un approccio più di destra. I creator uomini fanno quasi solo video in cui trombano altre creator, li vendono a basso prezzo e la creator che recita con loro perde valore sul mercato della piattaforma, perché i contenuti che sul profilo di lei stanno a una certa cifra, su quello di lui li trovi a molto meno.
Diresti che ci sono creator e contenuti “progressisti”?
Sì, perché le
creator, nella loro immagine pubblica più che nell’approccio al lavoro, sintetizzano certi ideali. Se fai questo lavoro hai una certa attitudine a promuovere idee che oggi si è intestata una certa parte di sinistra: la libertà sessuale, la scelta sul proprio corpo, l’autonomia economica delle donne. C’è molta retorica sul piacere individuale della donna, sulla libera scelta nelle pratiche e così via. I contenuti degli uomini sono molto più mainstream, piacciono a un pubblico più di destra. Che poi si crea un cortocircuito: OnlyFans è una piattaforma genericamente progressista che ha un pubblico prettamente conservatore. Le stesse persone che lo usano, in pubblico lo condannano. In Italia
Tremonti ha introdotto la tassa etica sul porno: è una flat tax del 25% sui redditi, è tantissimo.
Ma i clienti dei creator uomini chi sono?
Gli uomini. Uomini che vogliono vedere le donne con cui gli uomini scopano. Non ho mai avuto una cliente donna, al massimo uomini che fingono di essere donne perché pensano di ricevere un trattamento di favore, ma li sgami subito. Una donna non pagherebbe mai per un servizio del genere secondo me. C’è una parte omosessuale maschile che non conosco, non ti posso dire niente su quella.
E la chat tra uomini come funziona?
Non ho mai impersonato un creator uomo, non te lo so dire, ma sarebbe molto interessante saperlo. Secondo me lì la chat è inesistente, ti pare che i clienti etero ammettono di masturbarsi con altri uomini? Sbloccano il contenuto e stanno zitti. Anche le didascalie dei contenuti dei creator uomini sono molto incentrate su un approccio oggettificante della donna. OnlyFans è un prodotto ideato dagli uomini per gli uomini, è un prodotto patriarcale e maschilista che però è raccontato come uno strumento di liberazione femminile, perché serve a far fare soldi alle donne. In parte se vuoi è vero, alcune ci guadagnano molto, ma c’è un grosso tema di immagine pubblica. Cosa succederà a una ragazza che a vent’anni vuole fare l’onlyfanser quando a trenta vorrà cambiare lavoro? Per un uomo resta molto diversa la questione. Cicciolina sarà per sempre quella che si è scopata un cavallo (falso, tra l’altro), Rocco Siffredi è un imprenditore, un regista, persino un padre di famiglia. Molte ragazze vengono rovinate da agenzie che svendono i loro contenuti a pochissimo e poi i clienti li diffondono su siti gratuiti. A quel punto, da un punto di vista meramente economico, quella creator sul mercato non vale nulla.