C hiedi chi erano i meme. Le ultime generazioni potrebbero non saperlo o averne un’idea così diversa da mandarci in confusione. Late-zoomer e early-alpha stanno crescendo in un ecosistema mediatico sensibilmente diverso da quello di pochissimi anni fa e i meme sembrano aver fatto la fine dei giocattoli dei fratelli maggiori. Quando è successo? E soprattutto, come?
Ormai quasi dieci anni fa, scrivevo La guerra dei meme per raccontare quel nuovo fenomeno ‒ che nuovo era solo per “il mondo dei grandi” che leggono saggi ‒ e sin dalla prima presentazione mi venne chiesto se il libro non fosse già vecchio. Sorte comune a ogni testo che affronta i fenomeni di Internet e che corre il rischio di scattare fotografie mosse a un paesaggio che scorre troppo rapidamente dai finestrini del treno. Per anni ho avuto l’arroganza di rispondere che quello era invece un video che inquadrava davanti al treno, che il libro si stava avverando di fronte ai nostri occhi. Oggi posso serenamente affermare che si tratta di una fotografia, spero accurata, di un paesaggio ormai alle nostre spalle e che i meme hanno perduto la centralità che un tempo avevano nel cuore della pop culture.
Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa sono e sono stati, cioè cosa li ha distinti da ogni altra forma espressiva, precedente e successiva. Per farlo occorre prima di tutto sgombrare il campo da un equivoco colto, specialmente in un contesto come questo, da una falsa pista interpretativa che ancora oggi li lega ad uno dei più influenti saggi del Novecento.
Il gene egoista (1976) è un capolavoro di divulgazione scientifica che ha accidentalmente partorito un figlioletto umanista storpio chiamato “memetica”. Riformulando e integrando le ricerche di genetisti e biologi del decennio precedente ‒ tra cui George C. Williams e William D. Hamilton ‒ l’autore Richard Dawkins propone una versione del darwinismo che riesce a rispondere in modo convincente a presunte aporie della teoria dell’evoluzione, come ad esempio i comportamenti altruistici che osserviamo in natura. A essere egoista infatti non è l’individuo, e neppure la specie, ma il gene che usa a diversi livelli sia le specie sia gli individui come veicoli per moltiplicarsi.
Si scopre che il gene è quindi l’unità minima della biologia, il vero ente che mira a riprodursi, l’attore ultimo della voluntas schopenhaueriana. Ispirato da quest’idea dell’unità minima e spinto da una tensione ambivalente verso le scienze umane, Dawkins decide di dedicare una dozzina di pagine del suo libro a “la sfida formidabile costituita dal dover spiegare la cultura”. Come esiste in biologia, questa unità minima che si replica e si ricompone in complessi sempre diversi deve esistere anche nella cultura e la chiameremo “meme”, dalla radice greca mimeme, “imitazione”. Vasto programma immediatamente abortito giacché Dawkins non ci prova neanche a individuare questa unità minima e ci spiega che “esempi di meme sono melodie, idee, frasi, mode, modi di modellare vasi o costruire archi”. Letteralmente la qualunque.
Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa li ha distinti da ogni altra forma espressiva, precedente e successiva. Per farlo occorre prima di tutto sgombrare il campo da una falsa pista interpretativa che ancora oggi li lega ad uno dei più influenti saggi del Novecento.
Incapace di rispondere a questa domanda e addirittura ignaro della sua esistenza, Dawkins propone una scienza memetica della cultura che si limita ad affermare che la cultura è differenza e ripetizione, è rottura e continuità, che le conoscenze si tramandano di generazione in generazione, ricombinandosi in forme sempre più complesse. Ovverosia l’intuizione di “cultura” che abbiamo tutti, professionisti e non, una delle poche cose su cui si può concordare pacificamente a dispetto di orientamenti, scuole di pensiero e formazioni specifiche. La pericolante “scienza memetica” che prenderà le mosse da questa affermazione lapalissiana sarà in effetti il tentativo di dimostrare l’ovvio ad opera per lo più di studiosi di formazione scientifica che, cimentandosi da dilettanti nei vari campi del sapere umanistico, giungono alla conclusione che, sì, anche qui ci troviamo davanti a un insieme di idee che si ricombinano sincronicamente e diacronicamente.
Tutto questo sembra meno assurdo se si capisce il vero obiettivo polemico di Dawkins e soci, cioè la religione. Più precisamente, una caricatura tanto del pensiero religioso in sé quanto della sua influenza sul modo in cui la cultura pensa sé stessa. Costoro sembrano immaginare che, prima della loro interpretazione materialistica della trasmissione culturale, la visione dominante sul tema voleva che le idee calassero dal cielo nella mente delle persone, un miracolo continuo che solo negli anni Settanta è stato finalmente smascherato nella sua realtà di saperi tramandati e ricombinati. Ovviamente già Aristotele ci diceva che l’immaginazione è una facoltà chimerica, cioè memetica, come direbbero loro, e nessuno ha mai letto la cultura come questa ripetuta immacolata concezione di idee.
La memetica si rivela allora come strategia per attaccare un certo tipo di memi, quelli religiosi, descritti ora con accenti dispregiativi: il meme di Dio, il meme della resurrezione, quello del diluvio e del giudizio universale, tutta una serie di idee false che hanno “infettato” le menti di generazioni. Dawkins in effetti vivrà una seconda giovinezza nel mainstream a partire dagli anni Duemila quando verrà arruolato tra i “Quattro Cavalieri del New Atheism”, in compagnia di Daniel Dennett, Christopher Hitchens e Sam Harris, un movimento culturale che avrà una grande influenza in quegli anni, soprattutto tra i giovani e soprattutto su Internet. Non è un caso allora che, proprio in quegli anni, i giovani su Internet scelgano un neologismo inventato da uno dei loro maestri per descrivere le immagini con cui avevano preso a giocare. E lo scelgono bene. Il concetto dietro al meme dawkinsiano, infatti, funziona tanto male come interpretazione della cultura tutta, quanto bene per spiegare il meccanismo dietro questo specifico artefatto digitale: i meme di Internet.
I meme di Internet sono quella classe di contenuti virali che anziché limitarsi a riprodursi tali e quali a sé stessi, si ricompongono in forme sempre diverse a partire da una matrice codificata. Ciò che li distingue, invece, da ogni altro artefatto culturale umano, da quella ovvietà che Dawkins credeva di aver scoperto nel 1972, è che nei meme questa ricombinazione controllata di differenza e ripetizione è il senso del gioco stesso. Un’immagine diventa meme solo nella misura in cui viene collettivamente accettata come tale, ovverosia come template per nuove iterazioni.
I meme di Internet sono quella classe di contenuti virali che anziché limitarsi a riprodursi tali e quali a sé stessi, si ricompongono in forme sempre diverse a partire da una matrice codificata. Ciò che li distingue è che nei meme questa ricombinazione controllata di differenza e ripetizione è il senso del gioco stesso.
Possiamo suddividere l’origine della maggior parte dei meme in tre categorie: frammenti di attualità, frammenti di cultura pop e immagini precedentemente ignote. Partiamo dall’ultima che comprende opere artistiche originali e fotografie anonime, come quelle per le agenzie di stampa. Fanno parte di questa categoria alcuni tra i meme più antichi e famosi: i Rage Comics originali, i vari Wojak e stock photo rese immortali dalla memificazione come il Distracted boyfriend, l’Expanding brain e l’intera produzione di un anziano modello ungherese, oggi noto come Hide the pain Harold. Queste immagini esistono nella coscienza collettiva solo nella misura in cui sono riuscite a diventare meme, segni che ne generano altri, da sole non vogliono dire nulla.
Discorso apparentemente diverso per le altre due classi che abbiamo isolato. Tanto un Homer che indietreggia fino a scomparire nella siepe quanto un Salvini che sbotta scocciato “Ah, no? Non posso?” avevano una vita culturale precedente alla loro memificazione. Eppure: vi ricordate di cosa stava parlando Salvini in quella trasmissione? Cosa ha fatto indietreggiare Homer? A quale membro del consiglio Boromir spiega che non si può “semplicemente” camminare verso Mordor, di quale eroe Thanos non sapeva neppure l’esistenza o gli elementi oggetto della famosa conta manuale di Berlusconi?
Abbiamo dimenticato quasi tutte queste informazioni perché l’importanza del canovaccio, dello schema narrativo, cioè del meme, ha superato quella del contesto originario. Anche se alcune di queste scene si sono inizialmente imposte all’attenzione pubblica per ciò che rappresentavano originariamente, la memificazione le decontestualizza immediatamente.
Il contenuto virale ‒ come può essere un tormentone musicale, un gol leggendario o anche la gaffe di un politico ‒ resta semplice contenuto virale finché continua a parlare di sé stesso; diventa meme nella misura in cui si fa cornice narrativa e il referente originale non conta più nulla.
L’altra cosa che smette di contare nei meme è l’autore. Se infatti è irrilevante il contesto originario da cui emerge una nuova cornice memetica, è anche irrilevante chi è stato il primo a scegliere di decontestualizzare quel frammento specifico. E se talvolta la “filologia memetica” operata da pagine come KnowYourMemes rintraccia la potenziale prima iterazione di un template, e magari il nickname dell’Original poster, il fatto non lo rende l’autore del meme poiché quel fotomontaggio che ha manualmente messo insieme è diventato meme solo e soltanto perché migliaia di altre persone lo hanno riconosciuto come tale, usandolo nelle loro reiterazioni. Ogni meme, inteso come cornice memetica, è pertanto strutturalmente anonimo e collettivo e solo le specifiche iterazioni, intese come singolo meme, possono avere un autore, sia esso un utente o una pagina.
Nei meme smette di contare l’autore. Se infatti è irrilevante il contesto originario da cui emerge una nuova cornice memetica, è anche irrilevante chi è stato il primo a scegliere di decontestualizzare quel frammento specifico.
Al volgere del decennio, il formato di content più diffuso su Internet diventa il video breve.
Ad aprire le danze è stato il boom in Occidente della piattaforma cinese TikTok, specializzata esclusivamente su questo tipo di contenuti, seguita a ruota dai reel di Instagram e da quel che resta di Facebook, che ha a sua volta semplificato l’integrazione di video nel feed.
L’Internet delle immagini divertenti cede il passo all’Internet dei video brevi divertenti.
Ma che c’entra questo con quel tipo preciso di contenuto divertente chiamato meme? Fin qui abbiamo dato per scontato che questi artefatti culturali chiamati meme fossero sempre immagini accompagnate da parole perché… era quasi sempre così. Nulla nella nostra definizione di meme prescrive o anche solo suggerisce il formato che dovrebbero avere questi segni che ne generano altri. Infatti, ben prima di TikTok e dei reel, sono esistiti meme che insistevano su altri formati, formati video, formati audio o audiovisivi; ma erano delle eccezioni che saltavano all’occhio.
Internet era dominata da immagini + testo per le stesse ragioni per cui verrà in seguito dominata dai video. Prima di una rivoluzione culturale, ad avere inaugurato l’era dei meme è stata infatti una rivoluzione tecnologica, una serie di scatti in avanti della tecnica che hanno via via composto l’ecosistema adeguato al fiorire di questa forma espressiva. Il primo pezzo di questo ecosistema è stato ovviamente Internet stessa, una rete globale basata sul principio di condivisione orizzontale di informazioni. Che per un po’ di tempo è rimasto per l’appunto un principio.
I meme iniziano a diffondersi nella prima metà degli anni Zero, non prima e non dopo, perché in quegli anni aumenta la velocità delle connessioni e diventa possibile scaricare, caricare e condividere immagini senza impiegare mezza giornata. Parallelamente si diffondono competenze e strumenti: tutti imparano a intervenire su un’immagine con un breve testo e i meme editor online rendono questo compito ancora più elementare. L’ultimo tassello sono stati i social network che hanno in parte alterato il primo ecosistema memetico fondato su imageboard e forum che permettevano una circolazione centrifuga e anonima: da un lato rendendoli un fenomeno veramente di massa, dall’altro introducendo le prime autorialità parziali: utenti e pagine che “firmano” le loro singole iterazioni di un meme.
I meme iniziano a diffondersi nella prima metà degli anni Zero, non prima e non dopo, perché in quegli anni aumenta la velocità delle connessioni e diventa possibile scaricare, caricare e condividere immagini senza impiegare mezza giornata.
Che abbiano stravinto è un dato di fatto e non è difficile capire il perché. È in fondo già successo un secolo fa quando milioni di persone in tutto il mondo si riversavano nei cinema piuttosto che nei musei o alle mostre fotografiche, un’altra invenzione tutto sommato recente. La potenza dell’immagine in movimento travolge quelle statiche, se parliamo di mera capacità di intrattenimento. Non voglio infatti affermare un qualche primato estetico del cinema sulle arti figurative: Kubrick e Turner hanno pari dignità, ma chi dubiterebbe mai che i biglietti venduti nei cinema di tutto il mondo per il solo Shining superano la somma degli ingressi alle mostre dedicate al pittore inglese tenutesi nell’arco degli ultimi due secoli? Gli effetti di questa maggiore potenza si evincono anche da un proporzionale impoverimento della scrittura che si accompagna ai nuovi content in movimento.
Alla fine degli anni Dieci, proprio come le arti figurative all’avvento del cinema, i meme si trovavano in piena fase avanguardista. Per via della natura dichiaratamente ricombinatoria del gioco, i meme hanno preso a combinarsi in modi imprevisti e intenzionalmente trasgressivi. Meme che combinavano più template, meme che tradivano le aspettative intrinseche di una determinata cornice, meme completamente surreali che si facevano beffe di ogni possibile aspettativa interna alla forma espressiva, insomma dei metameme, meme “consapevoli” di essere tali che incrementavano la complessità del gioco stesso, spingendo al massimo la ricorsività. Sebbene il tipo semplice di meme, battutine illustrate da un’immagine già nota, restassero la forma più diffusa e riconoscibile, questi meme avanguardisti erano riusciti a guadagnarsi uno spazio importante nella cultura di Internet, accompagnati da una sottocultura che ne difendeva il valore artistico e stroncava le opere troppo banali, e finendo persino adottati da attori più istituzionali, come brand, politici e personaggi pubblici, che azzardavano occasionalmente l’uso di queste creature più sofisticate.
Oggi, io, che facevo parte di quella sottocultura snob che schifava l’ennesimo faccione di Messi stupito usato per raccontare qualche dinamica di coppia, mi ritrovo a ridere dell’ennesimo montaggio di Mourinho che esulta in faccia alla telecamera di bordo campo con sopra scritto “Quando rispondi male alla cameriera goth per farti sputare nel caffè”. Tra Messi e Mourinho la differenza salta agli occhi, il primo ha la strada segnata… Per quanto possa essere buffa l’espressione che uscì a Messi in quel frangente, con la mano “da italiano” a completare il disegno di disappunto, smette di farti ridere la terza volta che la incontri. Discorso diverso per Mourinho, ma anche per Magnum P.I. che rompe di continuo la quarta parete, per l’antagonista di Dexter che ti sospetta, o per Matthew McConaughey che piange di fronte a qualsiasi video fuori luogo che ha sostituito il vlog di sua figlia in Interstellar. Sul lungo termine, anche questa roba annoia, come tutto, ma basta una breve disintossicazione seguita da una battuta azzeccata e ritorna “la magia del cinema” a ripristinare almeno parte dell’efficacia perduta.
Alla fine degli anni Dieci, proprio come le arti figurative all’avvento del cinema, i meme si trovavano in piena fase avanguardista. Per via della natura dichiaratamente ricombinatoria del gioco, i meme hanno preso a combinarsi in modi imprevisti e intenzionalmente trasgressivi.
È stato importante identificare con precisione i meme propriamente detti e distinguerli da tutti gli altri content virali altrimenti non coglieremmo la differenza tra Mourinho che esulta sempre allo stesso modo per permetterti di fare una battuta e un’intervista semidimenticata del giovane allenatore che per la prima volta dà di matto in conferenza stampa e circola accanto al montaggio di prima ma perché il bro vuole che tu riveda proprio quel momento lì.
Per non parlare della definizione ancora più ampia di Dawkins che non solo non troverebbe differenze tra tutti questi contenuti, ma chiamerebbe meme anche la mia caffettiera perché dialoga col design di tutte le caffettiere che l’hanno preceduta e la seguiranno, nonché questo stesso articolo perché usa l’alfabeto e le convenzioni del linguaggio umano.
I meme sono morti come idea, come attore principale di Internet, come parola-chiave delle nuove culture digitali. Resistono come forma tra le altre. La chiesa non è più al centro del villaggio: essi sopravvivono.
Riassumendo, la detronizzazione dei meme si è svolta in tre fasi:
Quale futuro per i meme quindi? Proprio mentre nella cultura generale si parla sempre meno di meme, nell’ambiente si parla sempre più spesso di memer. Abbiamo costeggiato più volte il tema dell’autorialità memetica senza affrontarlo come si deve. L’autorialità memetica si dà quando un soggetto, sia esso un singolo o un collettivo dietro una pagina, firma delle singole iterazioni di meme: non il template in sé, che non può avere autore, ma l’unione del template con una battuta o un altro contenuto originale. E però si nota qualcosa di singolare nella carriera di tutti i più grandi memer che hanno calcato il palcoscenico digitale negli ultimi quindici anni. Più crescono come memer… e più smettono di essere memer. Il ricorso a template affermati si fa mano mano più sporadico, e in molti casi scompare del tutto. Il memer crea una sua poetica, un suo universo di segni ricorrenti, una memetica privata che fa tutt’uno con ciò che abbiamo sempre chiamato cifra autoriale.
Guardiamo le pagine che hanno firmato i racconti di Divertenzio puro, raccolta uscita a inizio 2025 che raduna i più grandi memer italiani della nostra era per farli cimentare con la forma racconto. Già il fatto che tutti loro si siano dimostrati all’altezza della pura parola scritta dovrebbe suggerirci qualcosa. E quel qualcosa viene confermato se andiamo a vedere la loro produzione digitale: quasi nessuno di loro usa meme propriamente detti se non occasionalmente.
Quale futuro per i meme quindi? Proprio mentre nella cultura generale si parla sempre meno di meme, nell’ambiente si parla sempre più spesso di memer.
Niente a che vedere con ciò che fa Marazzi, autore di brevissime prose poetiche che sono, spesso ma non sempre, accompagnate da un’immagine distonica. Amare riflessioni sul quotidiano, sui momenti morti dell’esistenza, illuminazioni che ti colgono mentre fai la lavatrice vengono illustrate da miniature medievali e dipinti ad olio. Armeni e Marazzi non condividono quasi niente né con i meme propriamente detti, né tra di loro. E il discorso si può estendere al fiabesco relatabile di Monica Magnani (Vabe RagaA), alla Roma mostruosa di Federico Gemma (0ni_giri) o a quella soffocata dai luoghi comuni di Marzio Persiani (Relatable Roma Memes), curatore della raccolta. Dove sono i meme qui? Forse in uno sguardo sul mondo che i meme hanno insegnato loro, una delle vie maestre per l’ironia, lo straniamento, la messa tra parentesi del mondo per un paio di generazioni. La cultura memetica lavora qui come background condiviso, come l’arte marziale originale di un MMA fighter che non tirerà mai più un calcio stilisticamente perfetto come il suo taekwondo vorrebbe ma nei suoi calci senti che c’è qualcosa in più.
L’autorialità non è quindi il terreno in cui sopravviveranno i meme, sono piuttosto questi nuovi autori a essere il frutto di una stagione ormai conclusa. Per un po’ continueremo a chiamarli impropriamente memer, per renderli leggibili al grande pubblico, un’etichetta di marketing che garantisce agibilità a festival come la Memissima di Torino e kermesse analoghe. Piano piano ci renderemo conto che l’etichetta sta stretta a quasi tutti loro e che personalità che non abbiamo mai identificato come memer portano addosso i segni di quella stagione tanto quanto i primi. Stand-up comedian, youtuber, scrittori, fumettisti: scopriremo che generazioni di artisti sono stati influenzati da quella sottocultura senza mai fare meme per davvero, semplicemente respirandoli.
I meme invece sopravviveranno rivelandosi quello che sono sempre stati: una forma di artigianato digitale che per sua natura spinge in direzione opposta e contraria all’autorialità e a cui solo un accidente storico ha garantito le luci della ribalta per un, tutto sommato, breve lasso di tempo. In un periodo in cui la creazione di contenuti originali era troppo costosa in termini di risorse, tempo e competenze, i meme hanno assolto il loro mandato storico, imponendosi come forma espressiva più efficace, più fit, per tornare a Darwin. Oggi persino l’umorismo più tipicamente memetico viene insidiato da tutti i lati dalla cultura dei creator: se mi viene in mente una battuta che potrebbe essere perfettamente illustrata da Di Caprio che si illumina di fronte alla TV in C’era una volta a Hollywood, piuttosto che usare quello screenshot, mi punto una telecamera in faccia e la recito io la scenetta di quello sbalordito che magari ci svolto pure una carriera.
I meme sopravviveranno rivelandosi quello che sono sempre stati: una forma di artigianato digitale che per sua natura spinge in direzione opposta e contraria all’autorialità e a cui solo un accidente storico ha garantito le luci della ribalta.