Sul solo problema filosofico veramente serio
Vita e morte di Édouard Levé.
Vita e morte di Édouard Levé.
Q uando il 15 ottobre del 2007 Édouard Levé si toglie la vita, ha da poco consegnato all’editore Paul Otchakovsky-Laurens (P.O.L.) il manoscritto di un libro intitolato Suicide. Non è la prima volta che uno scrittore si suicida dopo avere consegnato l’ultima opera. Uno su tutti: Stefan Zweig, insieme alla moglie Lotte Altmann, il 22 febbraio 1942, esattamente il giorno dopo avere inviato all’editore il manoscritto di Il mondo di ieri. Non è stato neppure, quello di Levé, il primo caso di scrittore che si uccidesse dopo avere consegnato o pubblicato, o semplicemente scritto, un testo in cui veniva prefigurato il suicidio: Yukio Mishima (La decomposizione dell’angelo), Silvia Plath (Ariel), René Crevel (La morte difficile), Jean Amery (Levar la mano su di sé. Discorso sulla morte volontaria), Jean-Pierre Duprey (La fin et la manière) si sono tolti la vita dopo avere licenziato libri incentrati sul tema della morte e dell’impossibilità di vivere, anche se la concomitanza cronologica tra consegna e suicidio non è stata ugualmente immediata.
Quello che rende piuttosto unico il caso di Levé è la presenza di entrambi gli aspetti: da una parte la quasi perfetta concomitanza (come Zweig, Mishima, Duprey), dall’altra la centralità, fin dal titolo, del tema suicidiario (come Amery, Plath, Duprey). Sarebbe bastato questa eclatante coerenza poetico-biografica a contribuire alla gloria postuma di uno scrittore che, in vita, solo pochi avevano letto. Ma alla configurazione altamente performativa della propria morte (meditata e tematizzata per decenni) ha contribuito anche, e direi soprattutto, il carattere del testo di Levé, dell’ultimo suo romanzo. Per spiegare in che senso, conviene fare qualche passo indietro.
Levé è uno di quegli autori eclettici in cui tutto si tiene e dove il lettore gode nella labirintica esplorazione dei cunicoli che mettono in comunicazione le varie opere, nella costruzione del puzzle, o dei puzzle, che esse compongono.
Nascere mi succede
Vivere mi occupa
Morire mi completa
La sua morte, organizzata quasi come ultima opera autobiografica transmediale (d’altronde molti dei suoi lavori hanno a che fare con una costruzione performativa del sé) conferisce un carattere particolarmente marcato al senso di compattezza, di compiutezza della sua produzione.
Journal (2004) è apparentemente più anonimo: una collezione di notizie, per lo più di cronaca nera, di guerre e altre calamità umane e naturali da cui Levé ha cancellato ogni riferimento sia geografico che onomastico: il risultato è una sequela di eventi indeterminati che sembrano riprodurre il sinistro rumore di fondo dell’attualità, una radiografia della comunicazione mediatica e del modo in cui questa intercetta la nostra attenzione. ln controluce (e in alcuni dettagli), riconosciamo anche qua l’immagine dell’autore secondo quella tecnica di autobiografia de-centrata, obliqua o indiretta, che molto successo ha avuto nella letteratura francese del secondo Novecento (la stessa che, non a caso, ha generato il termine autofinzione).
Con Autoritatto (2005), presentato da Emmanuel Carrère a Libri Come di quest’anno, l’io autobiografico diventa molto più chiaramente visibile, sebbene ci appaia esploso in una miriade di brevi frasi paratattiche senza nessi apparenti, senza alcuna linearità cronologica o coerenza spaziale. Gusti personali, aneddoti autobiografici, tratti fisici, morali, caratteriali, manie, ossessioni, abitudini ed elementi contestuali del tutto secondari o trascurabili della vita dell’autore, formano un ritratto pulviscolare e disseminato, un autobiografismo senza unità, dissociato, esternalizzato, simile a quello di libri come il Diario aperto (2002) di Michel Tournier, Tropismi (1939) di Nathalie Sarraute, il Diario dalla periferia (1994) di Annie Ernaux e le incursioni del solito Perec in quello che chiamava “infraordinario” ‒ termine contrapposto allo “straordinario”, ossia agli eventi salienti che siamo abituati a mettere al centro delle nostre narrazioni identitarie come capitoli che scandiscono la vita, che compongono la nostra storia. Potrebbe essere al contrario, come suggeriscono questi testi, che a contare davvero non siano gli eventi memorabili, ma la materia fina e diffusa di cui si compone la nostra quotidianità: particelle volatili e impalpabili, microavvenimenti, elementi troppo infinitesimali per rappresentare un segno, un tragitto, una narrazione, ma che costituiscono nondimeno la nostra “sensazione della concretezza del mondo” (come ha scritto ancora Perec) e quindi, di riflesso, della nostra esistenza.
Suicidio è sicuramente il libro più caldo di Levé, il più emotivo, o se vogliamo l’unico in cui calore ed emotività trovano un qualche spazio. Alcuni critici lo considerano la sua opera migliore, di certo si colloca a conclusione di una parabola.
Con Suicidio (2008), infine, l’io dell’autore ci appare in maniera molto più limpida, non più completamente esteriorizzato o frammentato sebbene non ancora unificato: riconosciamo Levé (e Levé si riconosce) nell’immagine allo specchio di un giovane suicida, amico di gioventù dello scrittore, che si tolse la vita a soli venticinque anni e la cui breve esistenza è narrata nel romanzo. Il testo è scritto in seconda persona, come una lettera rivolta allo scomparso, e nell’atteggiamento solidale ed empatico del narratore verso il suo protagonista è facile scorgere il senso di un destino comune. Una lettura parallela di Suicidio e Autoritratto, ci mostrerebbe chiaramente i punti di sutura, la maniera in cui Levé ha proiettato sé stesso nella vita del giovane suicida badando meno alla verità fattuale che alla possibilità di reinventarsi, o di riconoscersi, nell’altro. Mi vengono in mente in questo senso certi testi di Patrick Modiano, maestro nell’arte sottile dell’autobiografismo per interposta persona, o Winfried Georg Sebald che inscatolava alter ego tra testi e fotografie falsamente indiziarie.
Suicidio è sicuramente il libro più caldo di Levé, il più emotivo, o se vogliamo l’unico in cui calore ed emotività trovano un qualche spazio. Alcuni critici lo considerano la sua opera migliore, di certo si colloca a conclusione di una parabola: dai primi testi algidamente concettuali, in cui il soggetto è presente soltanto tra le righe o, per così dire, nella pressione del rimosso, all’Autoritratto in cui l’io torna in scena ma come sbriciolato e svuotato di qualsiasi unità psicologica, fino a Suicidio dove il volto di Levé ci appare infine in un ultimo tragico e precario riflesso. Un percorso a ritroso dal mondo esterno (l’“extime” di Tournier) all’intimità più scottante: uno sprofondamento nel proprio io negato, o forse una lotta sempre più ravvicinata con la propria identità nella presunzione dandy della completa sovrapposizione di vita e arte: sovrapposizione che nel suicidio trova l’esito più fanaticamente coerente, la più efficace “creazione” della vita come opera d’arte.
È perciò, perché capace di esibire una qualche forma di padronanza, che quello del protagonista di Suicidio viene presentato come un gesto di affermazione, non di negazione, come qualcosa che produce più, e non meno, senso.
Il tuo silenzio è diventato un’eloquenza.
tu, che un tempo eri distante e tenebroso, oggi risplendi accanto a me.
Gli scomparsi sono loro. Tu sei più che mai presente.
Se fossi ancora vivo, forse saresti diventato un estraneo. Morto, sei altrettanto vivo che da vivo.
Non è soltanto la figura del suicida a fissarsi per sempre, e quindi a diventare “qualcuno” più definitivamente e compiutamente di chiunque sia ancora vivo (“Soltanto i vivi sembrano incoerenti”), ma è anche la vita di chi resta, o comunque del narratore, che in qualche modo beneficia di quell’atto:
Morto, mi rendi più vivo.
Il tuo aver deciso di cancellare il mondo evita di farlo a chi ti sopravvive.
Giochiamo volentieri il gioco della finzione, dell’opera che impacchetta la vita, ma sappiamo che questa è solo una piccola parte della verità. E lo sapeva Levé, se nell’anticipazione letteraria del proprio suicidio non ha potuto fare a meno di inserire la disfunzione, il dettaglio rivelatore attraverso cui il reale sfugge alla pianificazione artistica, riafferma la sua incertezza, e l’ambizione di controllo conosce il fallimento. Il dettaglio è il seguente: nelle prime pagine di Suicidio, quando la moglie trova il giovane marito appena suicidato, nell’agitazione fa cadere un libro che questi aveva lasciato aperto sul tavolo a una pagina precisa con l’idea di comunicare l’ultimo messaggio, di fornire l’ultimo pezzo del puzzle. Cadendo il libro, perdendo il segno, l’immagine resterà per sempre incompleta. L’imprevedibilità della vita ha rivendicato in extremis, non senza ironia, le sue prerogative di fronte al gesto più radicale di autopoiesi. Ed è forse la stessa ironia, lo stesso umorismo tirato che ci fa sorridere in molte pagine di Autoritratto: la linfa pantagruelica che irrora il livore parnassiano, l’imprevisto che confonde le carte.
Nell’opera di Levé non c’è traccia di rivolta, il suo suicidio pianificato somiglia al suicidio stoico, prodotto della rinuncia. E quel suicidio, come forse ogni suicidio, è la più grave, più grande e chiassosa denuncia della propria solitudine.
Allo stesso tempo in Levé stride fortissimo la contraddizione, la frizione tra io e altri, anche nella morte volontaria. Il giovane venticinquenne di Suicidio vive infatti nella memoria di chi l’ha conosciuto: ogni aspetto della sua morte sottolineato dal narratore riguarda la capacità di quel gesto definitivo di creare un legame indissolubile con chi sopravvive, a partire dal narratore stesso. Il giovane prigioniero di sé stesso spera di uscirne suicidandosi, di “sciogliersi negli altri”, come l’autobiografo che si scioglie e si riconosce nel “fuori”, nell’infraordinario perechiano, nell’“extime” di Tournier, nei frammenti disseminati del proprio io. Chi si toglie la vita, sosteneva Arthur Schopenhauer, vorrebbe vivere più di chiunque altro, ma non ci riesce. Così noi lettori, oggi, siamo forse la sola comunità postuma e impossibile a cui lo scrittore Levé ha saputo credere davvero, in vita e in morte: ed è questo appello, questo bisogno degli altri iscritto nell’atto stesso con cui si estromette da qualsiasi rapporto umano, credo, a rendere il libro (e retrospettivamente tutta l’opera) di Levé così struggente.
Ho a lungo cercato chi fossi, e devo dire che dopo trentadue anni di vita non mi sono incontrato. Esisto tuttavia nel cuore, nello spirito e nel corpo di coloro che mi hanno amato. Ma l’assurdità della vita è tale che non esisto per me stesso. Troppo vicino a me, senza dubbio, non riesco più a vedermi. Non sono un vuoto, perché il vuoto è senza emozione. Sono uno spazio colmo di dolore, che le mie lotte non sono riuscite a contenere nel suo flusso crescente. In questa esistenza in cui ogni istante fa male, non c’è più spazio né per il desiderio né per il piacere. Che fare di una vita il cui senso mi è sfuggito? Che fare di una vita in cui felicità, entusiasmo e calma sono assenti […]? La mia morte volontaria mi appariva come l’inizio della vera vita. Oggi il dubbio si è impadronito di me: non sono più certo di ciò che troverò dall’altra parte, ma mi resta, curiosamente, abbastanza fiducia e speranza per credere che sarà meglio, o che semplicemente non ci sarà più nulla. Scommetto su una vita che nessun aggettivo saprebbe qualificare, ma dalla quale il dolore sarà assente, oppure sull’assenza di vita dopo la morte, cioè anche sull’assenza di dolore. (Lettera di Levé custodita negli archivi dell’IMEC, Institut Mémoires de l’Édition Contemporaine, Abbaye d’Ardenne, Francia).