Q uando si guarda Internet negli occhi, la si ammira, si cerca di trovare un modo di renderla comprensibile, è inevitabile desiderare l’apocalisse. Questo sentimento nasce dalla consapevolezza della crudeltà e della miseria umana messa elegantemente in quadrati o rettangoli digitali o dall’apertura forzata a una serie interminabile di notizie circa il diradarsi di un mondo che abbia qualcosa di simile a quello in cui era possibile il conforto.
Tony Tulathimutte ha provato a mettersi sulla baleniera in cerca della Balena bianca, che in questo caso è più simile a un plancton radioattivo che rende l’acqua fosforescente, nel suo nuovo libro, Rifiuto (2025). L’autore, considerato una stella nascente della letteratura americana, cerca di delineare in questa raccolta di racconti come sono le scogliere del nostro mondo dopo aver subito la marea della tecnocrazia digitale degli ultimi vent’anni, mostrandoci un mondo denso, pervertito e depresso e mandando indietro delle analisi che non possono che dire che siamo malati, finiti, incapaci anche dell’essenza basilare dell’esperienza umana: stare uno con l’altro. Tulathimutte vuole creare uno specchio del nostro tempo, lanciando il sasso e non nascondendo la mano; un’epoca che l’autore rappresenta come governata da due comandamenti: Joker quando dice “Basta una brutta giornata per ridurre alla follia l’uomo più assennato del pianeta” e la profezia di Gramsci, “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.
Perché i personaggi di Tulathimutte sono proprio dei mostri, “che non sanno uscire di casa” come nota Jia Tolentino nella sua recensione sul New Yorker, che navigano in un mondo che non capiscono e che subiscono. Orchi, ma invece di essere creati da Morgoth, sono plasmati da una serie di 1 e 0 digitati per il “bene di tutta l’umanità” da un manipolo di nerd, che fanno microdosing della Silicon Valley.
Il primo della lista è “Il femminista”, e qui l’autore arriva prima dei tempi perché il racconto è dell’autunno del 2019 pubblicato sulla rivista n+1; mentre ancora oggi, com’è giusto dopo una delle rivoluzioni sociali più importanti di sempre, discutiamo di maschi performativi, l’assunto del racconto è un trick assurdista classico, ossia come sarebbe se qualche uomo prendesse il femminismo non come forza liberatrice ma come dogma religioso penitente. Il risultato è un disastro, questa la bio in un’app di incontri del protagonista:
He/him (ma vanno bene i pronomi che ti mettono più a tuo agio). Il consenso prima di tutto. Fan #1 dell’aborto. Amo i libri, il cibo thai, un bicchiere di vinho verde in balcone, chiacchierare per ore… i libri li ho già detti? (Emoji della lingua di fuori) Il mio habitat naturale sono le librerie indipendenti e le botteghe artigianali di quartiere, quando non sono impegnato a smantellare l’imperialismo eteropatriarcale. Ma non chiedo di meglio che chillare accoccolati sul divano per una maratona di Agnès Varda con seguito di discussione e… timida slinguazzata? (Faccina occhiolino) Cucino *sempre* (grazie Mamma!) quindi preparati ai miei brunch! Le donne trans, ovviamente, sono donne. Ogni razza etnia e tipo di corpo + il benvenuto ‒ ma NON ogni età. Il piacere è reciproco o non è piacere.
L’autore, considerato una stella nascente della letteratura americana, cerca di delineare in questa raccolta di racconti come sono le scogliere del nostro mondo dopo aver subito la marea della tecnocrazia digitale degli ultimi vent’anni.
Lungi da me aspettarmi che il mio femminismo profondo e privo di secondi fini mi valga un qualche trattamento speciale, e certo, nessuna donna in particolare ha il dovere di essere attratta da noi… ma il fatto che non lo sia neanche una, su miliardi, è sintomatico di un fallimento categorico, di una violazione di massa del contratto sociale perpetrata da schiere di perfide fighe di legno, coi loro tradimenti, coi loro silenzi, con le loro risatine, posta.
I personaggi di Tulathimutte sono proprio dei mostri, “che non sanno uscire di casa” come nota Jia Tolentino nella sua recensione sul New Yorker, che navigano in un mondo che non capiscono e che subiscono.
L’autore raggiunge i suoi picchi quando decide di descrivere i birignao depressivi della sua protagonista in preda alla sua sorte sciagurata:
Una noiosa, piatta angoscia senza amore e senza fine: neanche paura della morte, solo di invecchiare e ridurre le sue già esigue speranze. Anche se ha la vaga intenzione di rimettersi in salute prima o poi, come quando era stata pescetariana qualche anno fa, a pranzo mangia sempre lo stesso panino floscio dal kebabbaro sotto l’ufficio invece di andare all’insalateria due isolati più in là, e a cena riempie una piadina ancora fredda di fesa di tacchino e mozzarella e uno spruzzo di maionese, la arrotola in un mesto dildo che peraltro è esattamente del colore della sua pelle, e se lo caccia in bocca quasi senza masticare. […] Quindi molla anche i podcast, e non le resta altro da fare che riguardarsi in streaming tutte le nove stagioni della versione americana di The Office, e di nuovo tutte e nove, e di nuovo, e di nuovo, ogni volta con quella cazzo di canzoncina che le fa crepitare gli speaker del laptop sino a quando sente che la retroilluminazione dello schermo le ha candeggiato il cervello.
Con ogni racconto, Tulathimutte vuole alzare la posta, così dopo aver parlato più che di due persone fallimentari di due fallimenti antropomorfi, si passa al racconto “Ahegao” che parla di Kant, un ragazzo terminally online americano di origine thailandese, e dell’ingloriosa vicenda associata al cercare di esplorare la propria sessualità in un mondo che assomiglia sempre di più a un panopticon psicosessuale. Andando avanti nel libro, l’autore sembra, cercare la storia più metaforica, la parabola più completa della distruzione che Internet ha portato alle relazioni sociali, o, per essere meno apocalittici, la mutazione antropologica. La vicenda è deprimente dall’inizio e lo rimane per tutta la durata, dal coming out via email fino alla ricerca di un partner che possa capirlo nelle sue più recondite fantasie, fino a arrivare a quello che è uno dei passaggi più assurdi, incredibili e convinti dell’opera: Kant, ormai disilluso, decide di ordinare un video porno “su misura” da un creator digitale e così gli scrive quello che a tutti gli effetti è una sceneggiatura che ha passaggi tipo questo, un po’ Monty Python un po’ Marquis De Sade:
Lo spettacolo del mio cazzo fa brillare una mina antiuomo dentro di te. Non è che ti piaccia essere umiliato in pubblico, e neanche la prospettiva di farti squartare il culo, sei solo così pateticamente soggiogato, smarrito in un nadir di degradazione e desiderio, che di colpo sei disposto a sacrificare ogni cosa: l’unica speranza rimasta nella tua vita è prendermi il cazzo in gola e ingoiare litri e litri del mio sperma immondo. La tua espressione dovrebbe trasmettere questo.
Ah ah ah ah ah, congratulazioni a tutti i fulmini di guerra che hanno postato il mio LinkedIn ‒ sì, mi chiamo Maximus Aurelius Horney, che mi sembra uno splendido omaggio a uno dei pensatori più da sballo dell’intera storia dell’umanità. […] Solo perché non mi vergogno di essere un ragazzo bianco NON VUOL DIRE che vedo le donne come “vacche da allevamento” né credo nell’“espulsione semitica” o nel “millenario impero anglo-scandinavo”. […] Tutto questo patatrac mi ha aiutato a mettere a fuoco che in questo Paese non c’è posto per una visione avveniristica come la mia. Quindi sparisco, come Tron, ditelo alla mamma, ditelo all’avvocato. [qui easter egg di Latronico in traduzione, ce ne sono degli altri] […] E quindi al momento i miei investibro stanno facendo rotta verso di me a bordo dei loro pod che si collegheranno formando una “Freedom Fleet” che fungerà da base operativa; mi sto accordando con dei contatti in un Paese in via di sviluppo perché ci fornisca pupe ambiziose e fighe che siano incentivate a mettere in atto il mio piano familiare con massima priorità […]. Scrivo da una torrida e minuscola sala d’attesa nell’ambasciata statunitense a Bangkok. Grazie alle competenze di geolocalizzazione di un intero pianeta di hater, gufi, sfigati e musoni la Reale marina militare statunitense ha scoperto e confiscato i nostri natanti, e siamo stati sequestrati contro la nostra volontà.
La protagonista di questa avventura, che ha i suoi colpi di scena principali proprio nell’etere, è, sempre per mantenere la continuità dei personaggi nella raccolta, la sorella di Kant, Bee. Il Post, che è la parte più corposa del racconto, scritto proprio da Bee, delinea tutta la sua vita e le motivazioni che l’hanno portata a dirottare il discorso pubblico americano su Twitter attraverso dei bot, bot che sono già apparsi nel libro interagendo coi personaggi.
Andando avanti nel libro, l’autore sembra, cercare la storia più metaforica, la parabola più completa della distruzione che Internet ha portato alle relazioni sociali, o, per essere meno apocalittici, la mutazione antropologica.
A volte penso che i ragazzi asiatici abbiano a disposizione tre strategie di sopravvivenza fra cui scegliere, come gli starter dei Pokemon: la prima, la più semplice, è assimilarsi e basta, accettando una cittadinanza di seconda classe in cambio dello scarno mantello di una bianchezza condizionata, vincolandosi a vivere come suore al cubo; questa è l’impostazione di default per i piccoloborghesi in ascesa che parlano come i bianchi e i cui genitori potevano essere immigrati già ricchi o arrivati a stare bene dopo decenni di duro lavoro, destinati ad andare avanti leccando il culo ai bianchi e riducendosi l’anima a un mozzicone a forza di lavori di merda, 20-40 anni a 12 ore al giorno prima di rendersi conto che Cazzo che schifo, mai protagonisti, sempre comprimari, sempre a mangiar merda. In alternativa all’assimilazione c’era l’appropriazione: rintanarsi come un paguro in una cultura minoritaria ma popolare, a volte black, oppure gay o conservatrice, con esiti più o meno analoghi all’assimilazione ma se non altro col bonus di solidarietà senza alcuna base reale. E l’opzione tre è fare il cosplay del proprio background, consumandone ogni prodotto d’esportazione ‒ ramen e roti, boba e bhangra, mochi e manga ‒ un auto-orientalismo che nonostante la sincerità, non fa che affermare l’idea che esistano tratti razzialmente determinati, e che ogni tanto marcisce in una nostalgia falsa e reazionaria.
«Io ho detto che non mi stavano ascoltando, tutte le categorie erano ipersemplificanti, anche “no-label” è un label, era quello che stavo cercando di dire, e sì lo so che le categorie sono importanti, lo so che le etichette e le bandiere e gli slogan sono utili come strumenti pedagogici e come catalizzatori motivazionali, che fa sentire meno solx conoscere altre persone che hanno subito più o meno quello che hai subito tu, e che senza la volontà politica collettiva di una classe definita da una lotta comune non avremmo diritti né forza negoziale eccetera, e che come se non bastasse l’individualismo è un mito che spaccia per libertà una fantasia di autonomia fatta di atomizzazione sociale e perdita di diritti – anche se minchia ci sta aiutando alla grande, tutta la solidarietà che stiamo sviluppando, quando poi alla fine ci si trova sempre paralizzati dalle lotte intestine, ottima mossa lottare contro il patriarcato bianco quando in ogni interazione delle culture wars il panico morale contro il politicamente corretto si è dimostrato lo strumento propagandistico più efficace contro la sinistra, l’eterno babauantijazz-hippie-figlideifiori-rucola-Prius-lattedisoia, efficace proprio perché va ad allargare tutte le crepe che è stato proprio l’identitarismo a creare.
Un coraggio che è stato proprio quello di infilarsi nella cultura di Internet e nei suoi protagonisti più atroci e umiliati per creare una raccolta che assomiglia molto a un racconto morale; il risultato è caotico e apocalittico come la materia che cerca di tradurre e ci vuole una forza d’animo importante per reggere il trauma di guardare negli occhi il dio dei nostri tempi, o se volete una distorta mente alveare. Ci sono tantissime intuizioni geniali, principalmente quelle che nel testo si trovano sotto forma di un trattato di sociologia, che rivelano una comprensione approfondita e lontana da stereotipi per la materia umana, come la capacità di mostrare lo split cognitivo degli uomini causato dalla rivoluzione femminista, l’oscurità e il Newspeak dei gruppi whatsapp, l’impatto sulla psiche della massima di Andy Warhol rovesciata, per usare i termini che usa Alessandro Lolli nel suo ultimo saggio, “Non più famoso per 15 minuti globalmente, ma famoso per 15 persone per sempre” e come usare la propria voce su Internet sia un gioco fallace, di specchi, di riconoscimenti e di problemi inflazionati che inquinano e divertono.
L’agilità con cui si muove l’autore all’interno delle nevrosi della cosiddetta sinistra americana è impressionante; riesce a trovare tutti i tessuti molli dove l’ideologia che ha pervaso le università americane (una parte degli studenti progressisti, sicuramente i più rumorosi) e poi noi mostra i suoi limiti.
Per questo, quando Latronico cita nella sua postfazione Jonathan Franzen e David Foster Wallace per parlare di realismo, quasi a suggerire che lui e Tulathimutte siano gli eredi dell’uno e dell’altro, giustapponendo ha evidenziato, secondo me, una differenza profonda tra il “realismo per assurdo” wallaciano e quello tulathimuttiano: Wallace crea dei personaggi folli, pervertiti, assurdi, atroci (ci ha scritto un intero libro), ma eleganti nella loro assurdità e quando ne scriveva sembrava ci tenesse, anche se schifosi gli voleva bene; per Tulathimutte i suoi personaggi sono carne da cannone, poi sono anche contento che non ci sia quel sottotesto “volemose bene” all’americana su cui Wallace indugia, ma a volte mi sembrava di leggere delle maledizioni contro delle bambole voodoo.
Nel mondo dei millennials occidentali convivono l’ossessione per l’acquisto di oggetti di pregio, secondo alcuni per la morte di desideri più ambiziosi, e un profondo, latente e pervertito “nichilismo fine a sé stesso”.
Dopo la morte di mia madre mi sono trasferitx a NYC, e non mi viene in mente neanche una ragione per cui dovrei uscire di casa in quest’isoletta fetida e afosa, coi tornelli unti di sudore genitale e sborra di topo; piena di tagliagole, di voragini che si spalancano all’improvviso per le strade, di metallo urlante, di insulti chimici, di notizie locali, di meteo, di sport. Mi sembrerebbe così statico, una specie di atavismo, costringere il mio involucro protoplasmatico ad aspettare in coda per un bagel, o a bere ghiaccio sciolto da un bicchiere sbeccato al bar. La rete è chiaramente meglio, senza lungaggini, retta dalla democrazia dell’umiliazione, tutti acquattati a sbirciare da una serratura o gloryhole che sia.
Il millenarismo è divertente, ci fa godere (Zizek direbbe sessualmente), crea personaggi incredibili come Kant e Bee di questo libro, ma credo che per una generazione, anche la mia, sia la risposta a una sindrome del sopravvissuto, a un silenzio traumatico che segue le domande “Per quanto ancora dobbiamo vivere così?”, “Perché sopravviviamo sempre noi?” e “Qual è la prossima catastrofe?”. Però rende le narrazioni pesanti e soprattutto in un contesto come Internet si è sopraffatti sempre, anche se mediati dalla letteratura. Per questo, quando leggevo dei college americani, di Twitter e di faide assurde tornavo sempre con la mente a questo pezzo uscito su Gawker, “I Should Be Able to Mute America” in cui l’autore, Patrick Marlborough scrive questo: “we need a way to mute America. Why? Because America has no chill. America is exhausting. America is incapable of letting something be simply funny instead of a dread portent of their apocalyptic present. America is ruining the internet. America is the internet. […] The greatest trick America’s ever pulled on the subjects of its various vassal states is making us feel like a participant in its grand experiment”.