N ell’estate di otto anni fa, la metropoli del Venezuela mostrava almeno tre anime. Con Nicolás Maduro attaccato da destra e anche da sinistra, ma ancora saldamente sul suo piedistallo tra i palazzi governativi; gli assembramenti a plaza Altamira delle classi più elitarie; la crisi umanitaria e le speranze tradite, ma sempre vive, della gente povera dei ranchos. A distanza di quasi un decennio, osservate da più lontano, le faglie che spaccavano il Paese emergono più nitide e chiare. Mentre, nella canicola estiva del luglio 2017, le televisioni italiane si concentravano sulle immagini dei cassonetti in fiamme, sugli scontri di strada e sulle manifestazioni ‘oceaniche’ per le vie della capitale ‒ in un frame ossessivo e ipnotico ‒ Caracas ‒mostrava almeno due volti, anzi tre. Ognuno incardinato in un’area della città, lungo una mappa aderente alla morfologia storica e sociale del Venezuela.
Nella grande capitale sudamericana, edificata su decine di pendii lussureggianti, tra ranchos poveri ‒ identici alle favelas di Rio de Janeiro ‒ e lussuosi condomini protetti da altane e filo spinato, c’era la Caracas della protesta contro Nicolás Maduro, degli scontri di strada sanguinari, che dall’Europa sembravano totali e invasivi, ma che si addensavano a est, nel quartiere Altamira, la parte orientale della città, quella più abbiente, dei colletti bianchi. Ma c’era anche un’altra Caracas, quella a ovest, dove si concentravano i palazzi governativi e le centrali amministrative d’apparato, i monumenti e i poli della vita culturale. Ed era lì che Maduro restava sul suo piedistallo e Hugo Chávez continuava a essere un faro nella notte.
Mentre nel luglio 2017 le televisioni italiane si concentravano sulle immagini dei cassonetti in fiamme, sugli scontri di strada e sulle manifestazioni ‘oceaniche’ per le vie della capitale Caracas mostrava almeno due volti, anzi tre.
La Guaira
Sull’uscio delle case riverniciate di colori carnosi, negli occhi delle persone si agitavano bagliori contraddittori quando si chiedeva loro cosa ne pensassero dei continui scontri di piazza che stavano lacerando una parte di Caracas. Un’inquietudine racchiusa nella risposta lapidaria di Carmen, insegnante: “Ma se torneranno a governare le destre, noi poveri finiremo per essere abbandonati un’altra volta”. La donna, un’energica e aggraziata cinquantenne, era anche volontaria dei CLAP (Comités Locales de Abastecimiento y Producción), istituiti dal governo nel 2016 per far fronte alla carenza di cibo e alla crisi economica che stava attanagliando il Paese. E che già allora si stavano rivelando contaminati, nei vertici organizzativi, dal malaffare di amici e collaboratori di Maduro. Carmen era una militante di base, la sua speranza era trascinante lungo le piazzette e i mercati del sobborgo di Caracas, fra le piccole abitazioni realizzate grazie all’aiuto dello Stato, che per anni aveva fornito mattoni e vernici a prezzi calmierati affinché la gente dei ranchos potesse costruire le proprie case, in un disegno di edilizia popolare autoprodotta.
La donna portava esempi su esempi dei programmi educativi che negli anni del chavismo erano stati messi a servizio delle classi più povere. “La rivoluzione bolivariana ha dato modo di iscriversi all’università anche agli orfani, ai disabili nullatenenti”. Ma ormai la crisi era entrata spietata e feroce nel microcosmo del suo quartiere, dove la gente aveva sempre vissuto di nulla. “Sì, la situazione è insostenibile. Il sacco di mangime per polli che serve ogni settimana è arrivato a 85.000 bolívar”, praticamente quanto l’assegno di pensione sociale destinato ai nullatenenti, 96.000 bolívar, ammetteva lei stessa, mostrando un allevamento tra due baracche. Nei cortili sghembi che galleggiavano soprattutto di microeconomia informale, sopravvivere era sempre più difficile.
Caracas Ovest
Scendendo dai ranchos rossi di mattoni, si arriva alle strade pianeggianti della parte occidentale di Caracas, quella governativa, dove, in quei giorni di proteste tempestose, il regime di Maduro e le sue centrali di potere continuavano a mostrare, almeno in superficie, una solenne compostezza. Palazzo Miraflores, la sede del governo, circondata da alberi color smeraldo, era presidiata da giovani militari della Guardia nazionale. Sulla sommità di una bianca scalinata, in cima a una collina, svettava il monumento di Hugo Chávez. Nei murales, forme morbide celebravano l’epica della Rivoluzione bolivariana, unendo in un’unica saga il libertador Simón Bolívar, il comandante Chávez e il continuatore del percorso, Nicolás Maduro.
Lo Stato per anni aveva fornito mattoni e vernici a prezzi calmierati affinché la gente dei ranchos potesse costruire le proprie case, in un disegno di edilizia popolare autoprodotta.
“Le cause della crisi monetaria sono pilotate dalla destra, che controlla i mezzi di produzione e distribuzione. È tutto spiegato nel libro di Pasqualina Curcio, La mano visible del mercado”, argomentava un’altra militante. Sul tavolo del gazebo spiccavano libri e giornali filorivoluzionari, tra cui il Correo del Orinoco, quotidiano governativo che in epigrafe si definiva “L’artiglieria del pensiero”. Tutti raccontavano orgogliosi della loro instancabile militanza politica, fatta di riunioni, comitati e assemblee, di misiones, i progetti sociali voluti dal Comandante. “Chávez è stato avvelenato. Il suo cancro è un’invenzione”, spiegava un uomo. “Andare a nuove elezioni politiche? No, non si può. I risultati verrebbero truccati dalle destre, è già successo. In Venezuela è in atto un attacco dei ricchi contro i poveri. Il Paese non è il quartiere Altamira”, diceva un altro, alzando le braccia per la rabbia.
La fotografia della crisi
Da una parte la speranza, il desiderio di riscatto. Dall’altra un elenco di dati che già in quei giorni di luglio del 2017 indicavano come la crisi economica avesse assunto le proporzioni di un’emergenza umanitaria, soprattutto per le fasce più vulnerabili. L’Osservatorio Caritas Venezuela parlava dell’82% della popolazione in povertà e del 52% in povertà estrema; nel 2016 erano morti 11.000 bambini per carenza di medicinali, una piaga aperta dall’embargo americano. A Caracas, sugli scaffali delle farmacie, le scatole erano piazzate ad ampie distanze, in desolanti allestimenti pensati per colmare i vuoti.
Nel 2016 erano morti 11.000 bambini per carenza di medicinali, una piaga aperta dall’embargo americano.
Un’emergenza che lo Stato cercava di tamponare con un governo composto in parte da ministri militari e in parte da civili. Sotto di loro, altri diciotto generali erano incaricati di occuparsi ciascuno di un singolo prodotto base della disastrata economia: olio, riso, zucchero, farina di mais, ma anche carta igienica, introvabile in alcune zone del Venezuela. Più di due milioni e mezzo di venezuelani erano già emigrati nel 2017 (e nove anni dopo, all’arresto-blitz di Maduro, erano diventati quasi 8 milioni). Secondo quanto raccontavano le persone incontrate in quei giorni nelle strade di Caracas, tra i manghi rigogliosi e i palazzi scorticati, la paura si faceva sempre più cupa. Con 119,87 omicidi ogni 100.000 abitanti nel 2016, la capitale del Venezuela era divenuta la città più violenta del mondo: una metropoli dove era d’obbligo chiudersi in casa al coprifuoco, quando le strade venivano invase dai colectivos, bande di motociclisti in origine legittimate da Hugo Chávez come strumento di presidio nelle periferie altrimenti impenetrabili, ma poi mutate in gang fuori controllo.
Affinità e divergenze
Nell’aprile del 2017 le proteste erano state aperte dal corteo del MUD (Mesa de Unidad Democrática), la coalizione di opposizione politica della destra populista venezuelana; ne facevano parte anche quattro movimenti di ispirazione progressista: Acción democrática, Un nuevo tiempo, Voluntad popular ‒ parte dell’Internazionale socialista ‒, e Primero justicia. Quattro mesi dopo, nell’afosa Caracas del luglio 2017, erano evidenti le mille contraddizioni di un Paese che cercava di restare aggrappato alle riforme economiche e sociali dei decenni precedenti, messe in atto da Chávez, capaci di livellare le profonde disparità con cui il Venezuela aveva attraversato il Novecento. Dal secondo dopoguerra, infatti, si erano susseguiti una decina di colpi di Stato, spesso appoggiati dallo scomodo vicino nordamericano, funzionali ad addomesticare élites compiacenti attraverso giunte militari guidate da autentici fantocci in divisa, piazzati a capo di regimi dittatoriali.
L’eterogeneo fronte della protesta dell’epoca era composto non solo da politici di destra, spesso prezzolati dalla Casa Bianca, ma anche da una larga fetta di chavisti scontenti.
Non è un caso che l’eterogeneo fronte della protesta dell’epoca fosse composto non solo da politici di destra, spesso prezzolati dalla Casa Bianca, ma anche da una larga fetta di chavisti scontenti. I veri nostalgici, costretti a passare dall’alba di una nuova speranza per le fasce più deboli e invisibili della popolazione ‒ incarnata dall’ex militare dell’esercito venezuelano, ispirato a Che Guevara e influenzato dagli scritti di Antonio Gramsci ‒ a una deriva del suo verbo e delle sue azioni.
Secondo i sondaggi clandestini che circolavano in Venezuela nel 2017, il presidente Maduro poteva contare su uno zoccolo duro di consensi pari al 15-20%, a cui si sarebbe potuta aggiungere una quota del 20-25% di chavisti delusi e critici nei suoi confronti. Tra questi figuravano la procuratrice generale del Venezuela, Luisa Ortega Díaz, protagonista di una rocambolesca fuga in moto verso la Colombia nell’agosto del 2017, e suo marito Germán Ferrer, deputato dell’Assemblea nazionale, chavista e volto noto di Globovisión, la televisione di opposizione. Del vecchio “cerchio magico” attorno a Maduro rimasero il fedelissimo Diosdado Cabello, presidente del Parlamento venezuelano, indagato per traffico internazionale di droga dalle autorità statunitensi e accusato di distrazione di fondi pubblici, e Tareck El Aissami, vicepresidente del Venezuela, di origini libanesi e ritenuto vicino a Hezbollah.
Caracas Est
Gli impiegati che anche in quei giorni assolati si affaccendavano lungo i marciapiedi di avenida Francisco Solano López, gli esponenti della borghesia imprenditoriale e anche tanti studenti, ogni pomeriggio si ritrovavano a plaza Francia, cuore del ricco quartiere di Altamira. Da qui partivano le manifestazioni; poi alcuni creavano i primi avamposti, allestivano i blocchi del traffico, i cosiddetti trancazos, ed esplodeva la guerriglia contro le forze dell’ordine. Ad incendiarla erano gruppi di giovanissimi che, con scudi di legno, molotov, biglie di ceramica e maschere antigas, sfidavano gli agenti della Guardia nacional appostati sui cavalcavia dell’autostrada che taglia in due la città. Lo svincolo dell’autopista Francisco Fajardo, tra La Merced e Chacaíto, era l’epicentro degli scontri.
Dal secondo dopoguerra si erano susseguiti una decina di colpi di Stato, spesso appoggiati dallo scomodo vicino nordamericano, funzionali ad addomesticare élites compiacenti attraverso fantocci in divisa piazzati a capo di regimi dittatoriali.
La polizia era schierata in massa tra Chacaíto e avenida Francisco de Miranda, impedendo al plotone di manifestanti violenti di oltrepassare il limite territoriale imposto dai vertici militari. Eppure, in un’arteria parallela a breve distanza, tra avenida Casanova e il boulevard Sabana Grande ‒ una lunga isola pedonale di un paio di chilometri, costellata di negozi e ristoranti ‒ migliaia di persone passeggiavano e facevano shopping come se nulla stesse accadendo. Non sembrava affatto di trovarsi nella città più pericolosa del Sud America.
Ma chi c’era dietro il movimento di protesta che in quei mesi del 2017 infiammava parte del Venezuela? A livello politico, dalle elezioni del 2014 ‒ in cui Maduro aveva sconfitto Henrique Capriles, non senza le consuete accuse di brogli ‒ una figura era emersa con particolare forza rispetto alle altre: María Corina Machado. Un personaggio non del tutto limpido già all’epoca, che nessuno avrebbe immaginato, otto anni dopo, insignito del Nobel per la Pace. Durante quelle manifestazioni, più d’una volta arrivò nei luoghi di ritrovo della fronda antimadurista: pochi minuti per stringere mani, elargire sorrisi, arringare la folla, spuntando dal tettuccio apribile di un SUV dai vetri oscurati oppure, in un’altra occasione, a bordo di una moto. “Questa è l’ora zero delle proteste, non ci fermeremo”, era lo slogan del suo comizio lampo, prima di schizzare via scortata da altri centauri.
A livello politico, dalle elezioni del 2014 una figura era emersa con forza: María Corina Machado. Un personaggio non del tutto limpido già all’epoca, che nessuno avrebbe immaginato, otto anni dopo, insignito del Nobel per la Pace.
Per il giovane ricercatore venezuelano era ormai in atto il declino del ciclo progressista in America Latina, avviato da Chávez e proseguito poi con Lula in Brasile, i Kirchner in Argentina, Morales in Bolivia, Mujica in Uruguay, Correa in Ecuador e altri ancora. “Ma oggi, in Venezuela, non c’è una dittatura, perché il controllo del potere non è solo nelle mani di Maduro. Esistono gruppi che si alleano a seconda degli interessi; non c’è una dominazione totale dall’alto verso il basso. Se il conflitto va fuori controllo, il caos diventerà ingovernabile”.
Le imprese degli italo-venezuelani
Nelle retrovie della protesta che divampava pochi isolati più in là, sotto il cavalcavia oltre plaza Francia, non era affatto trascurabile la presenza degli italo-venezuelani, soprattutto quelli di estrazione imprenditoriale, vicini all’alta borghesia. Molti di loro, all’ombra della monumentale fontana al centro della piazza, criticavano aspramente papa Francesco “per le sue parole troppo indulgenti verso il regime madurista”.
“L’opposizione paga i gruppi violenti per estremizzare la lotta e li assolda nei ranchos, le bidonville di Caracas dove la gente non ha nulla”.
Fino ad allora l’ex presidente Chávez e il chavista Maduro avevano sostanzialmente tollerato gli italiani, che con circa 120.000 residenti ufficiali, tra immigrati, nati e successivi trasferimenti, dopo quella spagnola (300.000 registrati) sono la seconda comunità del Paese, in grado di vantare almeno un paio di presidenti della Repubblica di chiara origine italiana. Una presenza legata ai grandi movimenti migratori del secolo scorso. Eppure si aveva la sensazione che le cose potessero cambiare presto. In quei giorni, l’aggressione al deputato italo-venezuelano dell’Assemblea nazionale, Américo De Grazia, sembrava solo un antipasto. “Non è ufficiale, ma le voci corrono: vogliono azzerare le proprietà, portarci alla fame e costringerci a lasciare il Paese”, raccontavano con preoccupazione alcuni imprenditori riuniti in una stanza per testimoniare la loro esperienza. Molti erano già stati bersaglio di estorsioni, rapimenti e violenze da parte di una malavita sempre più a briglia sciolta. “L’Italia e il suo governo ci hanno abbandonato al nostro destino. I nostri genitori hanno creato sviluppo lavorando con onestà. Rischiamo di dover tornare in Italia da rifugiati, se non fosse per il doppio passaporto”.
“Quanto durerà questo Eden?”, si chiedeva il proprietario di un’azienda di pizze surgelate per supermercati. “La produzione è ferma: lo Stato mi impedisce di comprare la farina, dà la precedenza alle panetterie popolari; se la prendo dai privati o in forma illegale, mi arrestano”. Fuori, oltre le vetrate e il muro di cinta, uno slum scendeva come una colata di cubicoli fino alle propaggini del ricco e scintillante centro. Caracas si dispiegava tra grattacieli e baracche, sospesa nell’incertezza, in attesa del suo futuro.