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L’Oriente di Trump

Come l’estremo Oriente ha accolto la vittoria di Trump e cosa cambia nei suoi rapporti con l’America.

China Files è un’agenzia editoriale che produce servizi di informazione formata da giornalisti che si occupano di Asia.

I n Jurassic Park, Steven Spielberg faceva dire al matematico Ian Malcom la celebre frase: “Una farfalla batte le ali a Pechino e a New York arriva la pioggia invece del Sole”. Riduzione cinematografica della teoria del caos, la frase può essere oggi tranquillamente ribaltata, dopo che dal “pivot to Asia” dell’amministrazione Obama si passa all’incognita Trump.

L’estremo Oriente si è svegliato all’indomani del voto statunitense riflettendo sulle migliori strategie per affrontare la nuova fase. Se Hillary Clinton avrebbe rappresentato la continuità e quindi la prevedibilità, nei palazzi del potere asiatico si cerca ora di ridefinire politiche estere, interne e commerciali con lo scopo di sfruttare al meglio il cambio della guardia a Washington, senza possibilmente farne le spese. Al di là dei convenevoli di rito per accogliere Trump tra l’elite globale, l’annunciato protezionismo e la probabile stretta sull’immigrazione del neo inquilino dello studio ovale preoccupano i più, mentre il grande punto interrogativo sulla politica estera finirà per ridefinire investimenti militari e relazioni bilaterali.

Oggi, più che mai, se una farfalla batte le ali a Washington, cicloni investono i mari d’Oriente, monsoni investono il subcontinente indiano e terremoti sconquassano il Giappone. Ecco una carrellata di reazioni dai principali Paesi dell’Asia orientale.

Cina
Tra Clinton e Trump per Pechino vince il Partito unico. A poche ore dallo spoglio, l’agenzia di stampa statale Xinhua aveva ricordato come il grottesco teatrino dei due sfidanti alle presidenziali americane, scandito da scandali e accuse incrociate, fosse l’esempio lampante del decadentismo occidentale. “La democrazia porta caos e incertezze, l’assolutismo cinese assicura stabilità”; questo il messaggio velato circolato sui media d’oltre Muraglia, che in assenza di comunicati ufficiali – in ossequiosa osservanza al principio cardine della non ingerenza negli affari altrui – danno voce alla nomenklatura cinese.

 Nei mesi che hanno preceduto la vittoria del biondo imprenditore l’appoggio del gigante asiatico è sembrato oscillare tra i due candidati, a seconda che si prendesse in esame il sentire popolare o le elucubrazioni della leadership capitanata da Xi Jinping. Stando a un articolo autografato da Isaac Stone Fish apparso su Foreign Policy, alla vigilia dello spoglio l’ipotesi Clinton tranquillizzava i policymaker sostenitori dell’“usato sicuro”.

Nonostante le affilate critiche contro la scarsa osservanza dei diritti umani in Cina e la politica estera assertiva dimostrata dalla candidata democratica ai tempi in cui era Segretario di Stato, la Clinton avrebbe infatti rappresentato, senza grandi scosse, una naturale estensione dell’amministrazione Obama. Quindi “Pivot to Asia” e alleanze strategiche con i rivali asiatici, ma anche maggiore tolleranza verso le politiche economiche e monetarie cinesi, assicurando lunga vita alle sinergie commerciali grazie alle quali lo scorso anno la Cina è diventata il primo partner degli Stati Uniti, scavalcando il Canada. Al contrario, Trump – con le sue minacce protezionistiche – costituisce “un brutto colpo per la governance globale e la globalizzazione” in un momento in cui la crescita cinese, ai minimi dagli anni Novanta, ha assoluto bisogno di cementare quegli scambi virtuosi che nel 2015 hanno raggiunto quota 659,4 miliardi di dollari.

 Le stesse caratteristiche che hanno permesso al candidato repubblicano di accattivarsi le simpatie del cinese comune – in virtù della sua natura di outsider, anti-establishment, e fautore di un insolito disimpegno dall’Asia-Pacifico dopo decenni di imperialismo a stelle e strisce – creano invece disagio al vertice del potere. “Qualunque sarà l’esito delle urne i problemi sembrano garantiti, tanto per gli Stati Uniti quanto per il mondo”, vaticinava la Xinhua un paio di giorni fa.

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Immagine: Anthony Kwan/Getty

Un primo segnale inquietante è arrivato dalle borse: Hong Kong è affondata di 800 punti non appena il candidato alla Casa Bianca ha vinto lo stato jolly dell’Ohio, per poi assestarsi su un -3 per cento. Ma nelle segrete stanze di Zhongnanhai, il Cremlino cinese, prevale una diplomatica cautela. Dopo un primo tentennamento, il presidente Xi Jinping si è congratulato con Trump mentre il portavoce del ministero degli Esteri ha reso noto che “la Cina collaborerà con il nuovo presidente per assicurare uno sviluppo costante e solido delle relazioni bilaterali”. La partnership sino-americana “è abbastanza matura da riuscire a superare le differenze”, sembra autoconvincersi la seconda economia del mondo.

India
A pochi minuti dall’ufficializzazione della vittoria di Donald Trump, Narendra Modi come al solito ha affidato le proprie reazioni ufficiali ai social network, twittando: “Congratulazioni a Donald Trump per l’elezione a 45esimo presidente degli Stati Uniti. Apprezziamo l’amicizia nei confronti dell’India dimostrata durante la campagna elettorale. Attendiamo con entusiasmo di poter lavorare insieme da vicino e portare i rapporti tra Usa e India verso nuove vette”.

Il riferimento alla “amicizia” poggia su alcune dichiarazioni iperboliche che The Donald ha fatto dal palco del comizio organizzato dalla Republican Hindu Coalition del New Jersey il 26 settembre scorso, in cui Trump si è sperticato in lodi per il “fantastico” contributo degli indiani “alla civiltà mondiale e agli Stati Uniti”, promettendo di lavorare fianco a fianco con gli “amici hindu” uniti nei valori della famiglia, del lavoro e di una politica estera americana “forte”. Visto l’uditorio, è parso a tutti poco importante ricordare che l’India è oggi il terzo paese musulmano al mondo; dettaglio che viene poco enfatizzato anche dal primo ministro Narendra Modi, a capo del partito conservatore di destra hindu Bharatiya Janata Party. Le minacce lanciate da Trump contro l’Islam e il terrorismo islamico – intesi, a torto, come un’entità indistinguibile – indicano delle probabili sovrapposizioni d’intenti con l’amministrazione Modi, di chiaro stampo anti-musulmano fatto salvo il governo saudita, amico e partner d’affari comune sulla sponda Washington – New Delhi.

Se gli sprazzi programmatici di politica estera attribuibili a Trump si concretizzassero in azioni di governo concrete, anche la guerra commerciale dichiarata dal nuovo presidente Usa a Pechino troverebbe nell’India un alleato naturale. Più problematica appare la questione pakistana. Trump, riportano i media indiani in queste ore, ha in passato descritto il Pakistan come “il paese probabilmente più pericoloso al mondo”, mettendosi in linea con l’opinione di Modi che vede Islamabad come “il safe heaven dei terroristi”. Occorre aggiungere però che Usa e Pakistan da decenni intrattengono una relazione controversa ma, apparentemente, inossidabile, con legami acclarati tra servizi segreti e ambienti militari. L’India da mesi ha intensificato la propria opera diplomatica con l’obiettivo di isolare il Pakistan a livello internazionale e Trump appare, con tutte le riserve del caso, un leader quantomeno propenso al cambio di casacca.

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Immagine: Anthony Kwan/Getty

Dal lato economico, Trump in campagna elettorale ha annunciato un taglio della corporate tax dal 35 per cento al 15 per cento, misura che se applicata farebbe degli Usa uno dei paesi più appetibili per gli investimenti stranieri. E gli imprenditori indiani, secondo Business Standard, non aspetterebbero altro. Per contro, il giro di vite annunciato sulle politiche per l’immigrazione potrebbe andare a modificare le agevolazioni di cui i lavoratori qualificati indiani – specie nell’IT – godono attraverso il visto lavorativo H1B, con cui migliaia di indiani dagli anni Novanta risiedono negli Stati Uniti lavorando a fronte di salari decisamente inferiori rispetto ai colleghi americani. Trump, in campagna elettorale, aveva bollato il visto H1B come “ingiusto”, al pari di tutti i candidati alla presidenza dal 1990 a ieri. Nessuno però, una volta insediato alla Casa Bianca, l’ha mai modificato.

Giappone
Fino a qualche mese fa, con Cina e Messico, il Giappone era tra i nemici giurati del candidato alla presidenza USA Donald J. Trump. Dalle accuse dirette al governo di Tokyo di giocare “sporco” tenendo lo yen basso per favorire le esportazioni a quelle dirette alle aziende del Sol Levante di rubare lavoro agli americani, fino alla minaccia di “chiudere l’ombrello nucleare”, ritirare le truppe di stanza e lasciare che Tokyo provveda da sola alla difesa del proprio territorio. Da gennaio, quando entrerà ufficialmente alla Casa Bianca, il presidente Trump dovrà quanto meno aggiustare il tiro. Il Giappone rimane infatti un paese fondamentale nella strategia asiatica di Washington e Washington rimane il principale alleato del Giappone sugli scenari internazionali. Non ci sarà una separazione violenta. Ma se il presidente Trump manterrà parte delle promesse del candidato Trump, Tokyo dovrà comunque trovare delle scappatoie.

Escludendo un ritiro delle truppe USA dal Giappone in tempi brevi — in quest’eventualità si stima che Tokyo dovrebbe spendere quattro volte tanto i soldi investiti negli ultimi 40 anni per contribuire al mantenimento sul suo territorio di quasi 90 basi, sessantamila tra militari e civili Usa — la principale preoccupazione del governo di Tokyo è l’annullamento del Trans-Pacific Partnership (TPPs), l’accordo di libero scambio negoziato per oltre un decennio e firmato a febbraio di quest’anno da dodici paesi del bacino del Pacifico. Una volta entrato in vigore, l’accordo dovrebbe garantire alle aziende giapponesi, in particolare quelle del settore automotive, più accesso ai mercati dell’area e funzionare da leva per la sigla di altri accordi di libero scambio. “Tutti i leader dei paesi firmatari hanno trovato l’accordo per farlo entrare in vigore al più presto”, ha spiegato in una conferenza stampa convocata poco prima della conferma della vittoria elettorale di Trump il capo portavoce del governo di Tokyo Yoshihide Suga. “Il Giappone vuole guidare questo processo, mentre l’economia globale scivola verso il protezionismo”.

Tra gli alleati degli Stati Uniti, Tokyo è forse quello che in questi mesi si è più preparato a un’eventuale presidenza Trump e che, nonostante gli attacchi, non si è sbilanciato in giudizi sul candidato repubblicano. Al termine dell’incontro con la stampa, Suga ha ribadito che l’alleanza con gli Stati Uniti è la pietra angolare della diplomazia giapponese e che il governo non si farà trovare impreparato a dialogare con il nuovo inquilino della Casa Bianca. Il primo ministro Shinzo Abe, tra i primi a complimentarsi con Trump, nel suo messaggio ne ha evidenziato il talento di imprenditore prima e il coraggio ora, da leader in pectore del mondo libero. Intanto, a Katsuyuki Kawai, consigliere diplomatico del governo, veniva dato ordine di andare a Washington per un primo sondaggio. Ma è verso Mosca che Tokyo guarda con sempre più interesse. A dicembre il presidente russo Vladimir Putin sarà in Giappone per risolvere vecchie dispute territoriali e, forse, trovare un alleato.

Corea
La presidentessa sudcoreana Park Geun-hye intende stabilire al più presto possibili nuovi legami di cooperazione con la futura amministrazione statunitense a guida Trump. La fretta è dettata dallo scandalo che sta travolgendo il governo di Seul per l’influenza che la misteriosa Choi Soon-sil avrebbe esercitato per oltre vent’anni sull’attività politica di Park anche – e soprattutto – quando quest’ultima entrò alla Casa Blu da capo di Stato nel 2012.

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Immagine: Anthony Kwan/Getty

La prossima settimana la presidentessa rischia di finire sotto inchiesta e nel suo stesso partito, il Saenuri, cresce la fronda degli oppositori che la vogliono estromettere dal movimento conservatore. È quindi una leader indebolita quella che si troverà a trattare con il principale e più stretto alleato della Corea del Sud. Lo stretto rapporto che Seul intende provare a intrecciare anche con The Donald ha come primo obiettivo garantire la sicurezza della penisola coreana. Quindi la richiesta ai funzionari governativi è quella di fare del proprio meglio affinché Washington si impegni a costringere il regime nordcoreano ad abbandonare le sue ambizioni nucleari. La posizione di Trump nei confronti di Kim Jong Un e dei generali di Pyongyang copre uno spettro di sfumature che vanno dall’aver definito il giovane dittatore un maniaco al non escludere la possibilità di sedersi a un tavolo e mangiarci assieme qualche hamburger. Nel mezzo ci sono la richiesta di un intervento più deciso della Cina nel far pressioni sul regime e il sostegno all’ipotesi che sudcoreani e giapponesi si dotino a loro volta dell’atomica. In tema di difesa Trump ha tuttavia fatto dichiarazioni in campagna elettorale che suonano stonate per le orecchie sudcoreane. Il presidente eletto aveva infatti ipotizzato che Seul paghi di più per il sostegno statunitense e per il mantenimento delle truppe a stelle e strisce nella penisola, dove Washington ha di stanza circa ventottomila militari.

Le preoccupazioni maggiori riguardano però il dislocamento del sistema anti-missilie Thaad, ufficialmente pensato per respingere eventuali assalti nordcoreani, ma inviso ai cinesi, che lo considerano una minaccia nei propri confronti. Tant’è che la scorsa estate il governo aveva deciso di collocare il controverso sistema d’arma all’interno di un terreno proprietà del conglomerato Lotte, così da mettere a tacere le proteste dei residenti della prima località scelta nel distretto di Seonjiu. Non è un caso quindi che ancora prima delle dichiarazioni di Park siano arrivate quelle del partito di maggioranza, per garantire che il progetto Thaad andrà comunque avanti.

I coreani soppesano inoltre le dichiarazioni di Trump a favore di un maggiore protezionismo. Lo spauracchio dell’imposizione di dazi per tutelare le imprese del made in USA non può essere certo gradita a un Paese che ha nell’export uno dei motori della crescita. Per la Korea International Trade Association, la politica dell’America First rappresenta quindi un ostacolo all’economia globale e al commercio internazionale.

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