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Derubare l’Altro

L’appropriazione culturale è un fenomeno diffuso e stigmatizzato nel mondo anglosassone. Perché in Italia lo è meno?

Giulia Blasi conduce Hashtag Radio 1. Fa parte della redazione del Tascabile. Il suo ultimo romanzo è "Se basta un fiore" (Piemme) Scrive per Marie Claire e collabora con diversi magazine su Medium.

L ionel Shriver, autrice di …E ora parliamo di Kevin (uscito in Italia per Piemme, e dal quale è tratto il film omonimo con Tilda Swinton e John C. Reilly), non sarebbe forse mai stata altro che una scrittrice molto stimata, se il suo intervento al Brisbane Writers Festival dell’8 settembre 2016 non l’avesse catapultata al centro del dibattito su una questione molto sentita nel suo paese natale, gli Stati Uniti, ovvero quella della cultural appropriation. Ne cito un brano che chiarisce meglio di cosa stiamo parlando, e il tono utilizzato da Shriver.

Susan Scafidi, una docente di legge alla Fordham University che per la cronaca è bianca, definisce cultural appropriation ‘l’atto di prendere proprietà intellettuali, sapienze tradizionali, espressioni culturali o manufatti dalla cultura altrui senza permesso’. […]

Quello che mi colpisce di questa definizione è ‘senza permesso’. In che modo potremo mai noi scrittori di fiction chiedere il ‘permesso’ di usare un personaggio appartenente a un’altra razza o cultura, o utilizzare il gergo di un gruppo a cui non apparteniamo? Mettiamo su un gazebo all’angolo e avviciniamo i passanti con una cartellina per raccogliere firme che ci attribuiscano il diritto illimitato a usare un personaggio indonesiano nel Capitolo Dodici, un po’ come fanno i volontari delle campagne elettorali per fare sì che il loro candidato arrivi sulla scheda?


Shriver difende il diritto dello scrittore alla massima libertà nelle sue scelte artistiche: dal suo punto di vista, ognuno può scrivere ciò che vuole, e ciò che è in grado di scrivere. Cito sempre dal suo discorso: “Se portate alla loro conclusione logica, le ideologie che si sono affermate di recente mettono in discussione il nostro diritto di scrivere qualsiasi genere di narrativa. Nel frattempo, il genere di narrativa che abbiamo ‘il permesso’ di scrivere rischia di diventare così ristretta, così circoscritta, così in punta di piedi che tanto vale non scrivere neanche una parola di un tale insipido sbrodolamento”. A venti minuti dall’inizio del suo discorso, l’attivista Yassmin Abdel-Magied, fondatrice di Youth Without Borders, si alza e se ne va. In un lungo post su Medium, spiega le ragioni politiche del gesto: Shriver, dice, ha affrontato la questione da una prospettiva offensiva, figlia del privilegio connaturato all’essere bianca. Ecco il cuore dell’obiezione di Abdel-Magied:

Non è sempre accettabile che un uomo bianco scriva la storia di una donna nigeriana perché la donna nigeriana vera e propria non riesce a trovare un editore o a farsi recensire. Non è sempre accettabile che una donna bianca eterosessuale scriva la storia di un uomo indigeno non eterosessuale, perché quando è stata l’ultima volta in cui avete sentito un uomo indigeno non eterosessuale raccontare la sua storia? […] Non è sempre accettabile che la persona che gode del privilegio dell’istruzione e della ricchezza sia nelle condizioni di scrivere la storia di un giovane indigeno, filtrandone l’esperienza attraverso la loro lente deformata e deformante, raccontando una storia che probabilmente andrà a rafforzare una narrazione pre-esistente che serve solo ad approfondire uno svantaggio che questa persona non sarà mai nelle condizioni di sperimentare…

La questione della cultural appropriation è dibattuta nel mondo anglosassone con una serietà che risulta strana ed esagerata agli occhi degli europei. Gli italiani, in particolare, guardano a queste diatribe con una sorta di strabiliato divertimento: possibile, davvero, che si accapiglino su queste faccende? Non è che stanno esagerando, gli americani – anche se non solo gli americani hanno questo problema: Abdel-Magied è australiana – con tutto questo politicamente corretto?

Per comprendere davvero il problema bisogna uscire dalla prospettiva europea ed entrare in quella anglosassone, in particolare quella dei paesi che in origine erano colonie e dove i bianchi conquistatori hanno stabilito una forma di supremazia culturale. Gli Stati Uniti, in cui il dibattito è particolarmente vivace, sono nati da un atto di violenza territoriale: un gruppo di persone arrivano sulle sponde di un continente che considerano terreno vergine, lo trovano occupato, sterminano e ghettizzano i suoi abitanti fino a ridurli a una minoranza culturalmente ininfluente, chiusa nelle riserve. Gli stessi coloni commissionano il rapimento di uomini e donne dalle coste africane per poi venderli come schiavi, costruendo loro intorno una narrazione che mira a stabilirne la sostanziale inferiorità mentale e morale. L’abolizione della schiavitù non si traduce in un’automatica inclusione degli ex schiavi nella società dei bianchi: la segregazione persiste per oltre un secolo. Gli africani d’America, ora americani a tutti gli effetti, per il governo federale rimangono un popolo a parte fino al Civil Rights Act del 1968. In Australia, la violenza e la ghettizzazione colpiscono le popolazioni aborigene, che vivono in condizioni di marginalità mai davvero affrontate. In Sudafrica, dove l’apartheid (letteralmente: “separazione” in afrikaans) è stato legge fino al 1994, e le questioni legate all’appartenenza etnica vengono toccate con molta cautela. Lì dove c’è stata conquista, prima o poi arriva anche la rivendicazione dei gruppi etnici sulle cui spalle i coloni bianchi hanno costruito il paese.

È un contesto culturale che qui in Italia, terra di conquistati perenni e conquistatori falliti, ci è difficile comprendere appieno. Al netto dei razzismi, che nei decenni si sono modificati nel bersaglio se non nella sostanza (dai meridionali agli albanesi ai rumeni ai profughi per fame o per guerra), la cultura italiana si fonda interamente sulla contaminazione: arabi, normanni, francesi, austriaci, spagnoli, celti, longobardi, chiunque sia passato sulla Penisola o sia approdato nelle isole circostanti ha lasciato una traccia di cui gli italiani si sono impossessati e che è finita nel calderone della cultura nazionale. Gli stranieri arrivati in Italia vent’anni fa hanno figli che parlano italiano con accento regionale: le seconde generazioni tendono all’assimilazione, all’integrazione, non alla rivendicazione delle origini. Ogni regione ha la sua specificità, ma le aree di confine si contaminano, i pordenonesi parlano dialetto veneto, i ciociari un ibrido di romanesco e abruzzese. L’italiano è meticcio per natura, storia e tradizione, e dovunque vada tende a integrarsi nel tessuto sociale: diventa americano, argentino, canadese. Si tratta, comunque, sempre di migrazioni volontarie: si va in altri paesi, con mezzi leciti o illeciti, per cercare un futuro migliore. Non si viene rapiti, picchiati e venduti come schiavi. Per quanto le condizioni della traversata e della permanenza possano essere dure e umilianti, la speranza di superare le difficoltà e trovare una casa rimane.

In questo contesto diventa difficile per noi capire perché per i ragazzi bianchi americani intrecciarsi i capelli nei cornrows tipici degli afroamericani sia diventato un gesto offensivo, piuttosto che una scelta di stile. Un bianco americano progressista non permetterebbe ai figli di tagliarsi i capelli come i calciatori di serie A: la cresta alla moicana è considerata patrimonio dei nativi americani, e all’interno delle tribù identificava il leader e protettore. Qui da noi identifica Genny Savastano e Nainggolan. La domanda è: se per gli americani è sconsigliato acconciarsi i capelli secondo l’usanza di una popolazione che hanno oppresso e spinto ai limiti dell’estinzione, cosa pensano gli americani quando vengono in Italia e vedono la pettinatura di Balotelli? Quanti gradi di appropriazione e ri-appropriazione sono necessari perché un segno perda il suo significato originario, o ne acquisti uno nuovo in un contesto diverso?

Se nella storia della musica e dell’intrattenimento non si fosse verificata qualche forma di contaminazione, che cultura avrebbero avuto gli Stati Uniti da esportare?

Gli italiani si sono lasciati la schiavitù alle spalle qualche millennio fa con la liberazione dei greci che servivano nelle dimore degli antichi romani, trasmettendo contemporaneamente la loro cultura e anche la loro religione: le calzature con i legacci intrecciati alla caviglia sono detti “sandali alla schiava” senza che nessuno alzi la voce per protestare, ma quando la definizione viene tradotta letteralmente da un sito di moda, all’estero si leva un coro di sdegno unanime. Le loro schiave, dopotutto, sono le trisavole di Michelle Obama.

La questione si espande ben oltre le faccende di stile, passa per l’utilizzo – oggettivamente poco rispettoso, nei risultati se non nelle intenzioni – di copricapi piumati e sombrero messicani, e finisce dritta nell’adozione da parte dei bianchi di stilemi artistici di dominio dei neri. Taylor Swift balla (male) nel video di Shake It Off insieme a ballerine di colore, scimmiottandone le movenze per ironizzare sulla sua incapacità di muoversi a tempo, e si alza un polverone; era successo anche a Lily Allen, che in It’s Hard Out Here denuncia la mercificazione del corpo femminile mercificando delle ballerine, per giunta non bianche. Gwen Stefani si circonda di ragazze giapponesi nel suo show Kuu Kuu Harajuku, e finisce nei guai. Amy Schumer riproduce il video di Formation, la chiamata alle armi di Beyoncé rivolta alle donne afroamericane: lei lo chiama “tributo”, ma Amy Schumer è una comica e il video sembra una parodia; Schumer scrive una lunga lettera pubblica per difendersi dalle accuse.

E qui arriviamo al nucleo del problema: fatta salva la legittimità delle rivendicazioni e il diritto di tutti di manifestare fastidio, dolore e offesa, che mondo sarebbe quello di oggi se tutti fossero sempre rimasti dentro i propri binari? È un’operazione ai limiti dell’ucronia, perché andando abbastanza indietro né Pizarro, né Colombo né i vichinghi sarebbero mai partiti per le Americhe. Ma proviamo a immaginarlo: se nella storia della musica e dell’intrattenimento non si fosse verificata qualche forma di contaminazione, che cultura avrebbero avuto gli Stati Uniti da esportare? Se la cultura black non avesse toccato l’universo gay, avremmo mai avuto l’esplosione della disco? Se a un certo punto le culture musicali non si fossero avvicinate, fuse e contaminate, avremmo mai avuto George Gershwin, Benny Goodman, Beyoncé, i Rolling Stones, gli Specials, i Clash, i Police?

Il discorso di Lionel Shriver da cui sono partita è un discorso imperfetto, intriso dell’arroganza dei privilegiati. Io sono in parte tedesca, se volete potete mettervi i lederhosen, non mi offendo, dice Shriver, dimenticando che i tedeschi non sono mai stati perseguitati, al limite persecutori, e non sono mai stati privati della loro voce perché appartenenti a una minoranza culturale. Nel difendere, giustamente, il diritto dell’autore di avere il pieno controllo del suo universo, Shriver dimostra un approccio approssimativo e velleitario, quando non direttamente venato di un intrinseco razzismo, alla scelta delle etnie dei suoi  personaggi. Cito a questo proposito Elena Goorey del Pacific Standard (nella traduzione di Monica Cainarca):

Shriver parte da un punto di vista di insofferenza personale, invece di prendere seriamente in considerazione le tematiche in discussione. L’ultimo romanzo dell’autrice, The Mandibles, è stato criticato per un brano nel quale la protagonista nera, Luella, malata di demenza, perde la ragione e viene messa al guinzaglio. […] Nelle parole della scrittrice, il protagonista Douglas sposa Luella per legarsi a una ‘bella statuina da esibire per fare un figurone’ nella sua cerchia politicamente progressista. Alla fine, spiega la Shriver, ‘il vero obiettivo nel mirino è Douglas […]’. Nel difendere così il suo romanzo, la Shriver stessa ha smascherato la debolezza della sua posizione, ammettendo esplicitamente che il personaggio nero più importante del libro non esiste come vera e propria persona a tutto tondo, ma solo in funzione dello sviluppo del personaggio del patriarca bianco, l’antieroe protagonista della storia.

Questo non significa che la reazione di Yassmin Abdel-Magied sia al di sopra di ogni critica. Se da un lato è vero che per uno scrittore è difficile (se non proprio impossibile) scrivere in maniera emotivamente onesta di quello che non conosce, è anche vero che lo scenario che lei dipinge riduce la narrativa a un’operazione autobiografica, in cui ognuno parla solo di se stesso. Un autore eterosessuale e cisgender che rinunci a dar voce a personaggi omosessuali o transgender per timore di essere criticato viene meno alla missione empatica che è alla base di tutta la grande letteratura. Madame Bovary c’est moi! esclama Flaubert, che essendo un grande narratore è davvero Madame Bovary pur rimanendo, su questo piano dell’esistenza, un uomo vissuto in tempi in cui la parola “cisgender” neanche esisteva.

Allo stesso modo, nella sua opera monumentale (e ancora incompiuta) Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, George R.R. Martin è Jon Snow (un figlio illegittimo messo al bando dalla famiglia), Tyrion Lannister (un nano molto arguto), Cersei Lannister (una bellissima donna con un’ambizione più grande della sua umanità), Arya Stark (una ragazzina con la vocazione della guerriera) e via dicendo. George R.R. Martin è un signore di oltre sessant’anni con un passato da figlio dei fiori, ma nessuno dei suoi personaggi risulta meno credibile per questo. Quando si invitano i lettori a dare spazio alle autrici, a riconoscere l’esistenza e la dignità delle donne nella letteratura, non li si invita a leggere solo autobiografie né si intende negare agli uomini la possibilità di creare personaggi femminili memorabili. Come dice Shriver: è quello che sei in grado di scrivere, che conta.

Dal punto di vista di un’europea, il clamore intorno all’appropriazione dei segni di altre culture e altre voci viene letto solo come una manifestazione del senso di colpa dei coloni nei confronti dei colonizzati, nonché della struttura profondamente divisa di molte società che siamo abituati a considerare invece come crocevia di culture. L’America, il luogo fisico in cui l’ambizione di pochi si incontra con la disperazione di molti, non racconta più nemmeno a se stessa di essere una società in cui le opportunità sono uguali per tutti. A partire dalle rivolte di Los Angeles del 1992 successive al pestaggio di Rodney King, il rapporto fra gli afroamericani e il loro paese è cambiato e ha continuato a cambiare fino al movimento Black Lives Matter di oggi. Le minoranze americane hanno smesso di cercare l’omologazione e rivendicano la proprietà esclusiva dei loro simboli culturali. Il famoso melting pot di cui ci parlavano negli anni Ottanta, quando la mia generazione scopriva l’America e la sua varietà, è in realtà una guerra fra bande.

C’è una scena in Orange Is the New Black (serie di Netflix ambientata in un carcere femminile) in cui l’italoamericana Lorna Morello accoglie Piper Chapman, bionda e graziosa e tanto raffinata da sembrare finita in galera per sbaglio, fra le nuove detenute. Morello dà a Chapman uno spazzolino da denti e le strizza l’occhio: “Ci prendiamo cura delle nostre” dice. “È tribale, non razzista”.

 

(Tranne dove segnalato, le traduzioni  sono a cura dell’autrice)

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