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Cosa resta dell’Orestea

Una delle più famose interpretazioni della Raffaello Sanzio a ventuno anni dall’esordio, tra momenti di grande vitalità e altri di maniera.

Fabio Severo scrive di cinema, di cultura, di tennis, ma non solo, per la carta e per il web. Copre eventi sportivi e non per agenzie e network internazionali e ha curato per anni il blog di fotografia contemporanea hippolytebayard.com.

“G li spettatori devono sapere che è un lavoro che ha vent’anni, la loro sarà un’esperienza di antropologia teatrale”, dice il regista Romeo Castellucci nel programma di sala per il riallestimento di Orestea (una commedia organica?), spettacolo che debuttò nel 1995 e che il Romaeuropa Festival ha riproposto per tre serate al Teatro Argentina di Roma.

Andare a teatro a vedere uno spettacolo di ventuno anni fa della Socìetas Raffaello Sanzio significa immediatamente ragionare sui due decenni trascorsi. Che di tempo ne sia passato molto lo dimostra già il fatto che la Raffaello Sanzio non esiste più, trasformatasi da qualche anno nell’ombrello del solo nome Socìetas, sotto cui sono raccolte le nuove produzioni individualmente firmate da Romeo Castellucci, da Chiara Guidi e da Claudia Castellucci, che in passato hanno creato insieme le opere più importanti della storia della compagnia, Orestea compresa. Chiara e Claudia contribuivano alla regia di Romeo con interventi artistici che nei programmi di sala venivano rubricati come: “libri”, “ritmi drammatici”, “partiture vocali”, “coreutica”, “actio” per Chiara Guidi; “declamatio”, “traiettorie”, “melodie” per Claudia Castellucci. Un amalgama di gesti artistici che evocava la mistica di una società di eletti, un’enclave virtuosa che funzionava come un organismo collettivo.

Insieme i tre figuravano anche come interpreti fissi dei primi spettacoli della compagnia a partire dal debutto del 1981, una data che suona antichissima per un teatro che ancora oggi viene considerato moderno e anticonvenzionale. Che cos’è allora l’Orestea vista oggi? Lo spettacolo viene presentato tale e quale, nella sua originale reinterpretazione della trilogia di Eschilo, che narra dell’assassinio di Agamennone per volere della moglie Clitennestra e della conseguente vendetta del figlio Oreste, prima perseguitato dalle Erinni per il matricidio e poi assolto dal tribunale dell’Aeropago. (Che a Roma sia saltato il terzo atto, in cui le Erinni sono impersonate da sei macachi, per problemi di permessi legati alla presenza sul palcoscenico degli animali, è un’altra storia.)

A guardare lo spettacolo oggi, molto risulta ancora vivo e brulicante, mentre qualcosa appare maniera.

La narrazione della tragedia è stravolta all’interno di scene fatte di teli bianchi che pendono dal soffitto, nuvole di polvere, fiotti di sangue, una capra fantoccio appesa a delle corde che respira attraverso un meccanismo ad aria compressa, mentre le parole originali del testo si perdono tra voci distorte, rumori metallici, sospiri, frasi monche. I personaggi sono trasformati in creature da incubo, nudi con la pelle coperta di bianco: Oreste è un giovane uomo magrissimo che accoltella una Clitennestra corpulenta mentre il braccio con cui uccide è rivestito da un’armatura metallica che piega e distende l’arto ritmicamente, contro il suo stesso volere. Agamennone è interpretato da un attore down, che si aggira da solo sulla scena indossando mantello e corona.

Il materiale originario trasfigurato invocherebbe una lettura filologica, ma nel teatro della Socìetas questa diventa un esercizio secondario rispetto al semplice guardare. I loro spettacoli producono sensazioni precise scaturite da contenuti e concetti sfuggenti e ammassati, dove la parola declamata si perde nella materia di cui è fatta la scena, tanto da diventare essa stessa immagine: come tale può essere percepita in modo chiaro e confuso al tempo stesso, una forma riconosciuta appena attraverso la nebbia. Nel 1997, Castellucci parlava come le sue opere:

Le parole dell’Orestea sono la forma, le valve insensibili e belle che rinchiudono la timidezza del gasteropodo mitico, di questo strano essere abissale dal pensiero continuo che meno lo si tocca, meglio è. Rendere ‘contemporaneo’ un testo tragico è un falso, tanto più patetico, quanto più a farlo sono i poeti. Ciò tradisce un intento missionario in chi lo compie; un tentativo di ‘ricostruire il vero spirito della tragedia’ nella contemporaneità. Come se la tragedia fosse una faccenda da giocare nelle alte sfere della poesia. Ma tutti noi sappiamo benissimo che la tragedia non è poesia! Il nucleo della tragedia non è tragico: è pre-tragico, e si ritrae continuamente in se stesso come l’occhio della lumaca. I nomi, di nuovo ora, vogliono asciugare ciò che nella figura è mucoso e ritmato.

A guardare lo spettacolo oggi, molto risulta ancora vivo e brulicante, mentre qualcosa appare maniera. Chiunque abbia seguito la produzione della Raffaello Sanzio negli anni, soprattutto a partire dal gruppo di spettacoli aperto dall’Orestea e proseguito con Giulio Cesare e poi con Genesi, può essere vaccinato a certe ricorrenti apparizioni sceniche, a un perturbante che negli anni ha assunto dei contorni divenuti prevedibili: tante volte ormai abbiamo visto il sublime animale prendere possesso della scena in forma di cavalli, cani, asini, oppure il senso di minaccia incombente espresso con bordoni di rumori sempre più forti che coprono tutto; uomini misteriosi che agitano bandiere, attori dai corpi menomati, simboli incomprensibili, effetti scenici eclatanti. Qualcosa di questa ripetizione sembra pesare sulla visione dell’Orestea oggi, anni dopo che un certo sapore gotico ha invaso anche la cultura di massa, popolando persino i videoclip di gruppi rock con clown malefici, muri scrostati e creature nell’ombra, fino alla parodia vera e propria della cupezza estetizzante.

La stessa produzione di Castellucci si è allontanata da quei mondi dalle forme deturpate, quei palcoscenici devastati delle produzioni degli anni ’90 la cui storia è raccolta in un volume appropriatamente intitolato Epopea della polvere (ubulibri, 2001). Gli anni duemila hanno visto l’ipertrofia della Tragedia Endogonidia, un ciclo di ben undici spettacoli tra il 2002 e il 2004 che hanno iniziato un asciugamento delle superfici, una ricerca di spazi dalle forme più leggibili, un allontanamento dall’estetica post-apocalittica espressa ad esempio dal secondo atto del Giulio Cesare, ambientato in un cinema distrutto dove Bruto e Cassio sono interpretati da due ragazze magrissime, vestite di stracci. Negli spettacoli successivi abbiamo cominciato a vedere abiti del Settecento, giacche e cravatte, interni borghesi, persino delle divise da poliziotti. La drammaturgia si è fatta più scarna, pur mantenendo l’anti-narrativa che ha sempre caratterizzato i lavori della Socìetas:

  • No al minimalismo, ora estenuante e supponente.
  • Frequenze a 14 HZ. Per Agamennone.
  • Un manganello elettrico. Per Egisto.
  • Una pelliccia del potere.
  • Vecchi teloni dipinti di teatracci di inizio secolo.
  • No all’interpretazione.
  • No alla biografia.
  • Sì all’antiquariato.
  • Sì alla retorica.
  • Sì al cane.

L’anarchia dei ragionamenti contenuti nel programma di sala originale dell’Orestea rivela la spinta pre-verbale che Castellucci cerca nelle sue messe in scena. A un’estrema complessità di ragionamenti corrisponde un risultato che vuole trasmettere lo stupore delle favole. Ancora Castellucci sulla tragedia: “Volevo un testo accademicamente rispettoso di Eschilo, che restituisse l’idea di corpo immenso. Ma questo corpo si doveva inabissare e scomparire del tutto per poi riemergere a tratti come i grandi cetacei per riprender fiato”.

A questo punto della loro storia, dietro ogni nuova creazione che propongono si affaccia l’enorme archivio di immaginario che hanno accumulato. Lo stesso Castellucci qualche anno fa apriva Inferno, il primo spettacolo della trilogia Divina Commedia, salendo in scena e dicendo “Mi chiamo Romeo Castellucci”, subito prima di venire assalito da un branco di cani. L’artista sbranato, raro esempio di metafora fin troppo letterale rispetto alla sua ricerca; forse una dissonanza voluta, forse un faux pas artistico; forse un segno di stanchezza, normale dopo decenni di generosità creativa.

La Socìetas Raffaello Sanzio ha sempre chiesto al pubblico di sottoporsi.

Antonin Artaud, tanto amato da Castellucci e la cui presenza più o meno incognita abita molti suoi spettacoli, scriveva all’inizio de Il Teatro e il suo doppio: “Lo spettatore che viene da noi sa di venire a sottoporsi a una operazione vera, dove sono in gioco non solo il suo spirito ma i suoi sensi e la sua carne. Andrà ormai al teatro come va dal chirurgo o dal dentista. Con lo stesso stato d’animo, pensando evidentemente di non morire per questo, ma che è una cosa grave e che non ne uscirà integro”. La Socìetas Raffaello Sanzio ha sempre chiesto al pubblico di sottoporsi, ma non ha mai abbandonato l’amore per la scatola scenica, ritornando sempre all’esperienza originaria della lanterna magica: l’Orestea inizia con il sipario chiuso, un vecchio proiettore che vi crea sopra l’immagine di due fiamme capovolte, mentre la sala è riempita da rumori di bombardamenti aerei. I sensi sono già saturi, e ancora non vediamo nulla. L’attenzione è totale, il sipario ancora chiuso è la promessa di un’apparizione che ci attrae e impaurisce allo stesso tempo: è il rapimento delle favole.

Nel 2004, nel suo Teatro Comandini a Cesena, la compagnia presentava C#11, lo spettacolo che concludeva il ciclo della Tragedia Endogonidia. All’inizio vediamo un bambino nella sua cameretta, la madre che entra a dargli la buonanotte. C’è un senso di solitudine e abbandono; c’è un gatto. Poi un buio improvviso, totale, mentre dal palco sale un rumore meccanico, sempre più forte; impercettibilmente, insieme al rumore comincia a soffiare un vento che proviene dallo stesso buio impenetrabile del palcoscenico, mentre il pubblico siede a terra nella platea senza poltrone. Gli occhi spalancati come quando non si vede nulla, le orecchie assordate dal suono di un aereo che sembra rombare a un metro da noi, siamo toccati in volto dal vento prodotto dalle sue eliche. Teatro senza attori e senza luce, fatto solo di suono e aria.

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