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Il diritto di non procreare

Totalitarismi, alieni e figli del demonio: storia minima dei diritti riproduttivi delle donne nella fantascienza.

Giulia Blasi conduce Hashtag Radio 1. Fa parte della redazione del Tascabile. Il suo ultimo romanzo è "Se basta un fiore" (Piemme) Scrive per Marie Claire e collabora con diversi magazine su Medium.

B envenuti nel 2016, anno in cui le donne europee godono del pieno diritto ad autodeterminarsi e a fare le scelte riproduttive che ritengono più giuste per sé. Se non ci credete chiedetelo alle irlandesi, che il 24 settembre hanno sfilato in corteo a Dublino per chiedere l’abolizione dell’ottavo emendamento della Costituzione, che protegge la vita dei “non nati” e rende illegale l’aborto. Oppure alle polacche, che il 3 ottobre hanno dato vita alla Czarny Protest, uno sciopero generale ispirato a quello con cui nel 1975 le donne islandesi ottennero la piena parità di diritti. Alle polacche basta molto meno, si accontenterebbero di bloccare l’entrata in vigore di una legge che renderebbe l’aborto del tutto illegale. Se questi casi vi sembrano estremi non siete costretti a spostarvi dall’Italia: con il 70% di obiettori negli ospedali pubblici e il Ministero della Salute che incita a fare figli da giovani (a prescindere dalle condizioni economiche), siamo già in piena distopia.

L’attacco ai diritti riproduttivi delle donne è da sempre un punto chiave di ogni totalitarismo: dalla politica del figlio unico dei cinesi alla propaganda fascista, passando per la diffusa misoginia di qualsiasi teocrazia, chi vuole controllare la società tenta innanzitutto di controllare l’apparato riproduttivo femminile. Non è strano, quindi, che il tema ricorra con frequenza nella narrativa fantascientifica e distopica, due generi contigui che nel corso dei decenni si sono fusi a più riprese, e che da sempre si sono assunti il compito di figurare nuovi possibili scenari per l’umanità, esasperandone i difetti e cercando (ma non sempre trovando) una redenzione.

La sessualità nel totalitarismo distopico: Il mondo Nuovo e 1984
Già nel 1932 Aldous Huxley si immaginava un mondo in cui il sesso e la riproduzione fossero completamente scollegati: in Il mondo nuovo (Brave New World) i neonati nascono da una provetta e le canzonette romantiche non parlano in maniera nostalgica della mamma o dell’amata, ma della boccetta da cui tutti provengono. Le donne possono, anzi, devono fare sesso liberamente – il tipico lieto fine dei film “tattili” descritti nel romanzo prevede come minimo un’orgia – e sono provviste di un accessorio anticoncezionale, la cintura malthusiana, che le mette al riparo dall’esperienza bestiale della maternità. “Madre” è diventata una parola oscena, e quindi oscene sono le origini di John, il “selvaggio” nato per errore nell’ultimo angolo di mondo rimasto attaccato alle tradizioni ancestrali, che non sa adattarsi alla vita contemporanea e respinge con violenza i suoi costumi e una morale che percepisce come vuota.

In una società repressiva in cui il sesso è scoraggiato e gli uomini sono spinti a dare sfogo alle necessità soffocate frequentando anziane prostitute, una donna giovane e attraente scatena nell’uomo il desiderio di punirla per la sua stessa avvenenza.

Gli anni Trenta, incastrati fra la Grande Depressione americana e la nascita del Nazifascismo, furono un periodo di grande cambiamento soprattutto per le donne, che nell’Inghilterra di Huxley avevano appena ottenuto il diritto di voto. Le flapper dei ruggenti anni Venti avevano avviato la prima rivoluzione sessuale: le donne di Il mondo nuovo sembrano godere di una libertà illimitata in quel senso, ma sono drogate di soma, costrette a rinunciare alla maternità e bollate come svergognate dal “buon selvaggio” John, che è stato cresciuto a massicce dosi di Shakespeare e che dal corteggiamento con la modernissima Lenina Crowne si aspettava lo stesso romanticismo che aveva scoperto imparando a leggere con la madre le opere del Bardo. È interessante, tuttavia, che il personaggio con cui siamo spinti a identificarci non siano né John né Lenina, ma Bernard Marx, un uomo inquieto e afflitto da complessi di inferiorità. Per citare Walter Siti: “come tutti”.

È invece un approccio psicanalitico quello di George Orwell in 1984, pubblicato nel 1948. Più che sulla riproduzione, Orwell si concentra sul piacere sessuale come atto politico: la repressione della sessualità è da sempre uno strumento di controllo sociale, e il rapporto fra Winston e la giovane Julia, che in pubblico esibisce la sua adesione alla Lega Giovanile Anti-sesso ma in privato ha avuto molti amanti. Un dettaglio che forse non lo è: quando la vede per la prima volta, Winston Smith fantastica di stuprarla e ucciderla. Finirà per innamorarsene e sarà da lei tradito (e a sua volta la tradirà) sotto pressione, ma la traccia di quella fantasia rimane indelebile nella testa del lettore: in una società repressiva in cui il sesso è scoraggiato e gli uomini (solo gli uomini) sono spinti a dare sfogo alle necessità soffocate frequentando anziane prostitute, una donna giovane e attraente scatena nell’uomo il desiderio di punirla per la sua stessa avvenenza. Piuttosto attuale.

Gravidanze forzate: I figli dell’invasione e Rosemary’s Baby
Per cominciare a vedere un po’ di effettivo progressismo dobbiamo andare un po’ avanti. Nel 1951 John Wyndham pubblica Il giorno dei Trifidi (The Day of the Triffids), romanzo post-apocalittico in cui il mondo viene preso d’assalto e devastato da piante assassine senzienti e semoventi, in grado di riprodursi a un ritmo vertiginoso. La questione dei diritti riproduttivi entra in gioco solo molto avanti nella storia, quando Bill Masen e la sua compagna Josella Playton, scampati alla strage, si uniscono a un gruppo di sopravvissuti che progettano di ripopolare la Terra radunandosi in una comune in cui le donne siano costrette alla procreazione coatta. È Bill a ribellarsi per primo e a rivendicare l’autonomia fisica delle donne, sostenuto da Josella.

Isolata e sprovvista della più elementare autonomia economica, Rosemary non può che rassegnarsi al suo destino.

Wyndham torna con più forze sulla questione dell’autonomia del corpo ne I figli dell’invasione (The Midwich Cuckoos), del 1957, da cui John Carpenter trasse il film Il villaggio dei dannati. La storia in breve: in un piccolo villaggio inglese, un oggetto volante non identificato sparge nell’aria una potente sostanza narcotica che fa cadere tutti gli abitanti della zona in un sonno profondo. Qualche settimana dopo, si scopre che ogni donna di età fertile di Midwich è incinta di quelli che poi risulteranno essere bambini alieni in possesso di terrificanti poteri telepatici. The Midwich Cuckoos esce dieci anni prima che l’interruzione di gravidanza diventi legale in Inghilterra: la voce narrante della vicenda, Richard Gayford, non sembra rendersi pienamente conto (a differenza dell’autore) del fatto che alcune delle donne rimaste incinte loro malgrado tentano di sbarazzarsi del feto con metodi abortivi artigianali. Fra le tante donne coinvolte nell’inseminazione forzata c’è anche una coppia di lesbiche, mai identificate apertamente come tali ma descritte in termini inequivocabili: sono le signorine Lamb e Latterly, delle quali solo una è rimasta incinta e viene guardata dall’altra con sospetto, ma Gayford – narratore inaffidabile – non sembra rendersi conto che c’è qualcosa che non quadra, almeno non finché la natura dei bambini invasori non diventa chiara.

Rosemary’s Baby di Ira Levin, pubblicato proprio nel 1967, è ormai un classico dell’orrore sia in letteratura che al cinema, dove è arrivato grazie alla trasposizione calligrafica operata da Roman Polanski. La giovane Rosemary Woodhouse è la classica neosposa degli anni Sessanta: graziosa e priva di ambizioni e del tutto affidata al marito, Guy, e ai loro pochi amici e vicini di casa. Quando la natura della sua gravidanza comincia a destarle sospetti, Rosemary cerca aiuto: ma tutte le persone intorno a lei fanno parte di una stretta rete di connivenze che la incastrano. Isolata e sprovvista della più elementare autonomia economica, Rosemary non può che rassegnarsi al suo destino. La morale della favola è che una donna non si può fidare di nessuno, e che anche la metà di una coppia da cartolina farà meglio ad avere sottomano dei soldi a cui fare ricorso in caso di necessità. Oppure rischia di trovarsi costretta a partorire il figlio del demonio.

La voce delle autrici: Il racconto dell’ancella, Il mondo di Jonas e Solo per sempre tua
Fino qui abbiamo parlato di romanzi scritti da uomini. Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale) di Margaret Atwood è del 1985, ed è considerato uno dei capisaldi della letteratura femminista. La Repubblica di Galaad dipinta da Atwood nella sua distopia è una teocrazia patriarcale in cui gli uomini comandano e le donne sono divise in classi: le Mogli, compagne sterili e spesso in età più avanzata dei maschi; le Ancelle, donne ancora in età fertile private del loro nome e assegnate alle coppie abbienti perché generino figli; e le Marta, le serve. Il racconto dell’ancella segna un cambiamento di prospettiva: la voce narrante passa dal maschile (che sia l’autore come narratore esterno o un personaggio della storia) al femminile, e si incarna in Difred (Offred nella versione originale: il nome dichiara il possesso, l’uomo a cui la donna appartiene), Ancella e proprietà del Comandante Fred. Difred è solo l’ultima di una lunga serie di donne incaricate di rimediare alla sterilità del suo padrone: bersaglio della gelosia della Moglie Serena Joy e giocattolo nelle mani del Comandante, Difred ricorda ancora il mondo prima della catastrofe e la figlia che ha dato alla luce, e cerca la ribellione fra le sue pari. La voce di Difred porta il lettore dritto al cuore del problema, che da sottotesto diventa testo: l’oppressione delle donne non è più un effetto collaterale del totalitarismo, ma l’essenza stessa del totalitarismo.

Il romanzo distopico non inventa nulla, ma esaspera tendenze che già esistono nella nostra società: le convinzioni religiose che si sostituiscono all’etica pubblica, la glorificazione della maternità come unica qualifica che possa rendere le donne degne di attenzione e rispetto, il sistema di conservazione del patriarcato tenuto in piedi con alacrità dalle donne stesse, che diventano efficienti poliziotte delle altre. La campagna del Fertility Day lanciata dal Ministero della Salute nel settembre 2016 conteneva in sé diversi elementi della società ipotizzata da Atwood: la fertilità come bene comune il cui peso ricade quasi esclusivamente sulla donna, il figlio unico come difetto, l’idea – espressa quasi alla lettera nelle linee guida della campagna stessa – che la denatalità sia dovuta alla pretesa delle donne di lavorare fuori casa. La campagna, frettolosamente ritirata dallo stesso Ministero a seguito di violentissime polemiche e di una vistosa sollevazione popolare sui social media, si poneva come obiettivo esplicito (fra le altre cose) il recupero del “prestigio sociale della maternità”. Serena Joy sarebbe stata d’accordo.

La narrativa per ragazzi tende a occuparsi meno della questione della fertilità, ma ci sono eccezioni. Il mondo di Jonas (The Giver, del 1993) di Lois Lowry è un classico della distopia per giovani adulti, e come già in parte Il mondo nuovo teorizza l’esistenza di una società priva di emozioni autentiche e di memoria, in cui a una sola persona viene affidato il compito di ricevere il ricordo dei mondi passati. Nella società di Lowry, che assegna a ogni individuo un compito sociale specifico, la riproduzione è affidata a ragazze molto giovani, che per tre anni della loro esistenza vivono nel lusso e vengono fatte accoppiare in maniera del tutto anonima con partner che hanno lo scopo di fecondarle, in modo da generare figli che non possono vedere e che vengono portati in una nursery per poi essere assegnati alle famiglie di destinazione. Completati i tre anni di servizio, le madri  vengono assegnate al lavoro manuale, svolgendo i compiti più umili all’interno della società. Anche questo dettaglio ci ricorda qualcosa: secondo una ricerca dell’OCSE del 2013, le donne italiane dedicano ogni giorno alla casa 326 minuti più degli uomini (la media europea è 113), e le ultime rilevazioni Istat danno la disoccupazione femminile al 44%. E la pubblicità le dipinge come graziose e sorridenti uniche responsabili della famiglia, che dirigono con efficienza e senza mai spettinarsi.

Solo per sempre tua (Only Ever Yours) di Louise O’Neill è uscito nel 2014 ed è stato paragonato a un incrocio fra The Handmaid’s Tale e Mean Girls, ma il paragone è impreciso: Solo per sempre tua è più indebitato con Il mondo nuovo che con la commedia scritta da Tina Fey. Il focus del romanzo è in tutto e per tutto la condizione delle ragazze e delle donne nella società contemporanea: dato uno scenario post-apocalittico in cui la natura è un ricordo lontano, le donne non vengono più generate tramite concepimento ma create in laboratorio a immagine e somiglianza delle icone di bellezza del nostro tempo, sorvegliate da un ordine di suore laiche, le Caste. Sono loro a trasmettere alle “eve” le nozioni necessarie a essere donna nel mondo esterno: essere bella, essere compiacente, essere magra, essere in grado di farsi scegliere dai giovani maschi che verranno in visita nella loro scuola. Se ci riusciranno, il loro compito sarà quello di generare eredi – rigorosamente maschi – fino ai quarant’anni, per poi gettarsi su una pira infuocata, traguardo che le giovani eve vedono quasi con sollievo. Perché una volta persa la giovinezza non resta che darsi fuoco.

Bellezza, fecondità e compiacenza: sono questi gli unici requisiti di base per essere una donna completa. Alle Caste vengono rasati i capelli ed espiantato l’utero: la bellezza e la fertilità sono un  un bene pubblico, del quale la società può disporre e che perde valore se non viene consegnato a un uomo. La letteratura distopica è una lente d’ingrandimento dei fenomeni. Come ha fatto notare qualcuno all’incontro con Louise O’Neill al Festivaletteratura di Mantova 2016, l’accanimento contro le donne è il nostro pane quotidiano: la distopia potrebbe sembrare un modo per distaccarsene, farlo sembrare meno reale, meno vero. “A volte abbiamo bisogno di vedere alcuni aspetti della nostra cultura quotidiana esagerati in modo da renderci conto di quanto siamo ridicoli” ha risposto O’Neill. “Perché se come donna sei stata cresciuta con l’idea che il tuo valore sia collegato a quanto pesi o a quanto sei attraente, finisci per accettarlo. È come essere parte di una setta e avere subito un lavaggio del cervello. E la mia speranza era che esagerando questi aspetti le persone si sarebbero dette ‘È tutto ridicolo… aspetta, però, è una cosa che succede veramente’.”

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