albinati

Chi ha paura della scuola cattolica?

Prima di scrivere il suo “Grande Romanzo Italiano”, Albinati era già uno strepitoso cantore della borghesia romana. Lo dimostrano le sue poesie.

Francesco Pacifico fa parte del comitato redazionale del Tascabile. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax 2003), Storia della mia purezza (Mondadori 2010), Class (Mondadori 2014) e il saggio Seminario sui luoghi comuni (minimum fax 2012). Ha tradotto, fra gli altri, F. Scott Fitzgerald, Kurt Vonnegut, Henry Miller, Rick Moody, Chris Ware, Will Eisner.
…e io potrei superare tutti nella gara tra
figli di papà con o senza occhiali
che come vermi nella terra fresca spuntavano a piazza Istria.
L’idea ci venne dopo una lezione di Walter Mauro su
“Blok… Majakovskij… Esenin… Il primo Pasternak…”
faceva ridere o rizzare i capelli o farli cadere
tutti intorno alla panchina da cui saliva la strada
in prospettiva, oltre la Standa, verso i grandi pini
finché le sue lampade gialle si sfocavano dietro il velo
di umidità calato da via Nomentana
e la bandiera la si piantava a morte
nel cuore nero dell’avversario.
Volevamo uccidere qualcuno…

(“Spleen di piazza Istria”)

Ecco una poesia di qualche anno fa che racconta in pochi versi le ansie nere del Quartiere Trieste, quel monumento piccolo borghese stretto fra via Nomentana e villa Ada, oggi immortalato con decisione da La scuola cattolica (Rizzoli 2016) di Edoardo Albinati, vincitore del Premio Strega 2016.

Dopo aver scritto questo pezzo, mi sono trovato spesso a parlare con chi mi chiedeva: “Ma l’hai letto tutto?” La disgraziata cultura della scuola (appunto) italiana ci ha inculcato l’idea che se non leggi tutto un autore non l’hai letto, perché non hai sofferto abbastanza. Il che, come dico spesso in questi casi, porta la gente a non leggere mai una riga né di Montaigne né di Proust né dell’Ulisse. La letteratura, l’arte che più leghiamo ai principi appresi a scuola (figurati che ci importa di essere completisti con Cézanne o Warhol…), ci mette in questo vicolo cieco di tenebre e infelicità.

Per salvare quelli che si sono paralizzati davanti alla lunghezza del libro di Albinati, o forse proprio davanti alla parola scuola che campeggia sulla meravigliosa foto di copertina, l’azzurro del cielo e il giallo delle palazzine romane, ho deciso di riprendere la prima cosa che ho letto di Albinati, una decina d’anni fa: il libro di poesia Sintassi italiana (Guanda 2002). (Anche questo titolo ricorda la scuola, ma pazienza.)

Ed ecco cosa contiene La SC per oltre mille pagine, distillato in pochi versi, ancora da “Spleen di Piazza Istria”:

Mamma vostro figlio è caduto
gli sono stati tutti sopra, minacciando
di levarsi i guanti per fare e sentire più male
il freddo sbriciola il mercurio
ma ha riportato solo qualche contusione.

Nel quartiere di “palazzoni accerchianti”, l’edilizia concentrazionaria e perbene, “Sui balconi / il viola che bordava le fioriere di cemento / annaffiate ad agosto dalle portinaie / nascondeva la bruttezza complessiva, il sogno piccolo / borghese, i Fleurs du mal copiati/
in fondo a lettere d’addio seriali…”

Nei manuali scolastici di letteratura, c’era una parte che raccontava la “fortuna dell’opera”. A scuola mi chiedevo cosa mai ce ne potesse importare, ma ora che ho visto come negli anni cambia la percezione di un autore vivente comincio a capire cosa ci fosse di tanto importante nel definire come il mondo lo accoglie.

Albinati è sempre stato breve, tra poesia e prosa, come alcuni tra i migliori scrittori italiani, tutto quel coté in cui per limitarci solo ai maschi romani metto Trevi e Lodoli (compagno di scuola di Albinati), che un tempo criticavamo perché non scrivevano romanzoni e che ora invece siamo pronti a riscoprire, ora che in America Ben Lerner con le sue prose poetiche ottiene più consenso dei romanzieri e abbiamo scoperto l’opera di Annie Ernaux grazie a L’Orma editore. Prima dell’enorme volume, Albinati ha pubblicato tante cose intrinsecamente brevi, come 19, il libro sul percorso del tram 19 di Roma, e l’eccezionale Vita e morte di un ingegnere (Mondadori 2012), uno dei migliori libri contemporanei italiani. E ha pubblicato queste poesie:

Domani comincia il mese della bontà.
Sarà introdotto il Prozac nella critica letteraria.
Verrà discussa in appello la causa Staller-Koons.
I Lari torneranno tranquilli al loro posto.

Albinati ha avuto bisogno di scrivere un’opera appariscente, La scuola cattolica, perché gli si riconoscesse ad alta voce quel che gli era dovuto. Ma il libro evento paradossalmente, conferendo autorevolezza scoraggia pure, e chi scopre oggi Albinati si sente già immediatamente scoraggiato dalla lunghezza, come se poi, dichiarando di averlo letto, si temesse di finire interrogati a sorpresa su pagina 1247 del libro. Professore, ho avuto tempo di fare solo fino a pagina 931. E allora non farai mai carriera, asino!

Mettendo le mani su Sintassi italiana si può aggirare il problema del senso di colpa e scoprire un autore che ha raccontato in modo sporco, imbarazzante, l’essere piccolo borghese. È quest’onta che gli ha consigliato di crescere piano piano senza mettersi troppo in mostra, e gli ha consentito di affermarsi in modo definitivo avendo un corpo di lavori alle spalle. Non è perdonabile in Italia chi descrive i piccoli borghesi immergendocisi dentro, con ambiguità e poesia, non prendendo le distanze ogni minuto ma solo ogni quarto d’ora: così fa Albinati. Per imporre all’attenzione italiana questa sua raffinata poetica ha dovuto fare il grande gesto, il “romanzo mondo”. Ma quel che sa fare è tutto nei particolari, e Sintassi italiana è un bel modo per conoscere quelle atmosfere nere, cupe, controllanti e sognanti, quel senso di violenza che dà piazza Istria, in piena Roma Nord, l’horror dell’arroganza di classe, il romanticismo del vuoto morale, l’epopea dei motorini costosi e delle cazzate generazionali.

Ecco, per concludere, un ritratto di come siamo stati, seduti sulle poltrone di palline di polistirolo, l’Italia prima degli anni Dieci, in una poesia che sembra contenere quattro o cinque stagioni della grande serie tv italiana che non gireranno mai:

Mio padre è in cielo, mia mamma a Vigna Clara
mia sorella Ale vive a piazza Istria
come una volta e mio fratello pure.
La mia camera ora è un ufficio chiuso
guarda sempre via Monfalcone asfaltata a metà
striscia di selvatico nel quartiere piccolo borghese.
Oh cameretta che mi desti una visuale
netta sui libri e sul mobilio di legno
disegnato da papà per semplificare il mondo
il manifesto di Paul Klee e lo stereo
(l’elemento più prezioso), la vignetta con Valpreda
la foto di Occorsio magistrato crivellato di colpi
sono stati rimossi da te. Anche la poltrona di sky
riempita di palline di polistirolo, informe sacco, comica
invenzione degli anni settanta non esiste più
sgonfiata, squarciata in qualche discarica. Ci si sedevano sopra le ragazze, nude sotto la gonna
ma il più delle volte c’era seduto un amico con gli occhiali
chi non ha mai avuto un amico del cuore con gli occhiali?
Chi ce l’ha ancora? Gli occhiali sono rotti.
Il tempo presente gioca con il passato
e colpisce delicatamente la punta delle antenne tv
oggi era una macchiolina sotto il rosa dell’unghia
domani sarà più vistosa e la preoccupazione
si leggerà attraverso i vetri zigrinati.
Dai a me, cambio io la bimba
in fretta, per tornare al tavolo di lavoro
e ritrovarlo rimpicciolito di una spanna
come se ne avessero segato un pezzo
poi un altro, e un altro, finché un campanello squilla
il tavolo è scomparso, ma mentre è sgombra
le monete sotto il cuscino hanno fruttato
abbastanza per andarsene in vacanza.

(11.10.1997)

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