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È morto Leonard Cohen

Una piccola guida pratica per non dimenticarsi della sua ironia.

Francesco Pacifico fa parte del comitato redazionale del Tascabile. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax 2003), Storia della mia purezza (Mondadori 2010), Class (Mondadori 2014) e il saggio Seminario sui luoghi comuni (minimum fax 2012). Ha tradotto, fra gli altri, F. Scott Fitzgerald, Kurt Vonnegut, Henry Miller, Rick Moody, Chris Ware, Will Eisner.

I l giorno dopo la vittoria di Trump è morto Leonard Cohen, che negli anni Novanta rilanciò la sua carriera con una canzone in cui cantava: “Le cose scivoleranno in tutte le direzioni / Non ci sarà più nulla che si possa misurare / La tormenta del mondo / Ha superato la soglia / E ha rovesciato / L’ordine dell’anima”.

Sembra molto serio, ma Leonard Cohen scrive con la leggerezza e l’ironia di un profeta dell’antico testamento (“il piccolo ebreo che scrisse la Bibbia”, come si definisce in questa canzone), e quindi arriva così al ritornello:

Quando hanno detto Pentiti, Pentiti, Pentiti…
Chissà cosa volevano dire

Non c’è una riga, nel modo in cui consegna le sue canzoni al pubblico, che non sia una risata, la risata più elegante possibile, sul destino umano. “The Future” nelle strofe fa la caricatura della profezia di sventura:
Che solitudine che c’è qui
Non è rimasto nessuno da torturare
Dammi il controllo assoluto
Su ogni anima vivente
E sdraiati accanto a me, baby
È un ordine!

Oppure:
Dammi il crack e il sesso anale
Prendi il solo albero rimasto
E ficcalo su per il buco
Nella tua cultura

Voglio ricordare queste parole preventivamente, perché è facile prendere un piccolo ebreo dalla voce profonda, che ha visto tutto dal Chelsea Hotel ai monasteri buddisti, e dargli il ruolo di ennesimo predicatore, di pastore delle pecorelle smarrite. Non è così.
Nell’ultimo disco, appena uscito, la title-track, “You Want It Darker”, ancora scherzava con le profezie:
Ho lottato con i miei demoni
Erano middle-class e scrausi
Non sapevo di avere il permesso di uccidere e mutilare
La volete più cupa?
Hineni, Hineni,
Sono pronto, mio Signore

Non c’è una cosa importante della vita su cui Cohen non abbia calato la dolcezza del suo senso dell’umorismo, e non c’è cosa su cui abbia riso che abbia perso perciò profondità.

Una delle sue canzoni più importanti, “The Tower of Song”, racconta con leggerezza la pesantezza della vocazione artistica:

Be’, i miei amici non ci sono più e ho i capelli grigi
Soffro dove un tempo giocavo
E sono pazzo d’amore ma non ci provo con nessuno
Solo, pago l’affitto ogni giorno
Nella Torre della Canzone

Ho detto a Hank Williams: quanto peggiora la solitudine?
Hank Williams non ha ancora risposto
Ma lo sento tossire tutta la notte
Cento piani sopra di me
Nella Torre della Canzone


L’artista, non si sa perché, è una bambola vudù che qualcun altro sta torturando, o il pubblico o Dio?
E allora puoi ficcare i tuoi spilli nella bambola vudù
Mi dispiace tanto, baby, ma non mi assomiglia per niente
Sto alla finestra, dove la luce è forte
Ah, non lasciano mai che una donna ti uccida
Non nella Torre della Canzone

E infine, appunto, le donne: se c’è una canzone di Cohen che serve da guida per non dimenticarsi con che onestà e senso del ridicolo sono scritte le sue canzoni sull’amore e sul sesso, è “Death of a Ladies’ Man”, e in particolare le ultime due strofe:
L’ultima volta che l’ho visto stava cercando a tutti i costi di ottenere
Un’istruzione da donna, ma non è ancora diventato una donna
E l’ultima volta che ho visto lei, viveva con un ragazzo
Che le dà una stanza vuota per l’anima, e gioia al corpo

E così la grande storia d’amore è finita ma chi avrebbe mai detto
Che ci lasciasse così vuoti e così profondamente indifferenti
È come la nostra visita alla luna, o a quell’altra stella
Mi sa che devi partire senza un vero motivo, se vuoi andare così lontano


Non facciamo di Leonard Cohen un santino ora che è morto.

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