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Storie americane

Una conversazione con Luca Briasco, critico letterario esperto di scrittori statunitensi, a partire dal suo ultimo libro, Americana.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nel 1983. Fa parte delle redazioni del "Mucchio Selvaggio" e "minima&moralia" e collabora con diverse riviste. Vive a Roma.

L a battaglia che si combatte tra i libri finalisti al Pulitzer edizione 1998 somiglia di per sé a un romanzo. Se la giocano Robert Stone (Orso e sua figlia) ma soprattutto Don DeLillo (Underworld) e Philip Roth (Pastorale americana). DeLillo è già stato finalista nel 1992; Roth addirittura tre volte, e alla fine si aggiudica il premio.

In Americana (minimum fax), una raccolta di saggi dedicati a quaranta libri usciti grossomodo negli ultimi cinquant’anni, americani e disponibili in traduzione italiana, Luca Briasco – editor, critico letterario, traduttore – riconosce questo momento come uno spartiacque nella storia letteraria americana contemporanea, almeno a livello simbolico. «Con il Pulitzer a Roth, viene premiato un certo tipo di romanzo che guarda alla grande tradizione ottocentesca – non sappiamo se assecondando o anticipando un movimento già in corso. Il nucleo fondamentale di Pastorale americana è la famiglia; il male stesso nasce al suo interno. Roth lascia che le tensioni sociali si incarnino nel rapporto tra lo Svedese e sua figlia. Attraverso il protagonista di Pastorale americana assistiamo al culmine dell’integrazione possibile per un ebreo americano, e quindi alla sua caduta. La pastorale diventa tragedia».

Briasco – abbiamo parlato al telefono – ha suddiviso i quaranta autori scelti («con alcuni tagli veramente dolorosi», nel corso della chiacchierata vengono fuori) in diverse sezioni che potessero dialogare tra loro, creando un discorso non lineare ma coerente, come una lunga suite ricca di campionature, capace di dar vita a un sound originale.

È un libro appassionato, che vuol essere discorso critico e insieme invito alla lettura. Una sezione s’intitola “L’avanguardia, o quello che ne rimane”, un’altra “L’eredità del realismo”, oppure “La grande sintesi” – è quella dove compare Roth, in compagnia di John Updike e Cormac McCarthy, più avanti vedremo perché. Americana non ha un’impronta manichea (e uno degli insegnamenti più preziosi che rimbalzano dal libro è la difficoltà di limitare la letteratura in un recinto), ma risale il torrente a ritroso, imbattendosi  nelle correnti che dagli anni Sessanta in avanti hanno attraversato la narrativa USA. Il postmoderno di Pynchon/Gaddis/Barth e il minimalismo di Cheever/Yates/Carver, le due tendenze che continuano a vivere ancora adesso, «a volte contrapposte e altre mescolandosi», con diverse variabili a indirizzare la frequenza del momento. La teoria letteraria, ad esempio: oppure il cambio di paradigma nel mondo dell’informazione. E l’irruzione della Storia, con due date cerchiate in rosso: il 22/11/1963, omicidio Kennedy, e l’11/9/2001, l’attentato alle Twin Towers. Trattare tutti gli spunti di Americana sarebbe stato impossibile: ecco un resoconto di alcune questioni che abbiamo isolato.

La paranoia
La tendenza alla paranoia e il fascino per la cospirazione si affacciano nel romanzo americano, soprattutto di matrice postmoderna, con evidente continuità. I colpi che Lee Harvey Oswald esplose a Dallas (da un deposito di libri) disegnano una curva che attraversa la narrativa americana al di là dei libri che sono legati direttamente all’avvenimento in sé, l’assassinio di JFK. Tre romanzi scritti da autori – Don DeLillo, James Ellroy e Stephen King –  che compaiono in Americana. Quel giorno la storia esplode in mille pezzi. Sul dualismo Storia Segreta Contro Storia Ufficiale Ellroy ha costruito una chiave per i suoi romanzi, e DeLillo ha creato i cortocircuiti di Libra e Underworld. La paranoia, spiega Briasco, “da un lato consente di leggere la storia come un gigantesco complotto, l’ideale per chi si sente escluso, per chi vuole recuperare la capacità di leggere i fatti; d’altra parte si espande, genera mitologie, il mondo si trasforma in una foresta di segni interamente concepiti contro un Soggetto, e quello che il Soggetto pensava di poter comprendere torna a essere illeggibile. È un movimento che vale per DeLillo, per Ellroy, ma anche per Philip K. Dick”.

Il postmoderno di Pynchon, Gaddis e Barth e il minimalismo di Cheever, Yates e Carver sono in parte ancora oggi le due polarità della letteratura americana.

Oppure per Thomas Pynchon: “un autore autenticamente di avanguardia, che concepisce la propria scrittura nel senso di sfida al lettore”. Briasco sostiene che L’incanto del lotto 49, apparso nel 1966, è un libro “che ha appena cominciato a parlarci;  Pynchon ha dimostrato che scrittura sperimentale e sguardo sulla società americana non si escludono a vicenda: nell’Incanto c’è un’estrema attenzione verso l’umanità degli esclusi, fioriscono società segrete composte da personaggio anti-sistema in un modo molto conservatore… un’umanità molto simile a quella che ha votato Trump”. Eccolo qui, The Donald. Ai romanzi non si chiedono profezie, ma c’è uno scrittore, David Foster Wallace, che qualcosa aveva intuito. In Infinite Jest, scritto in tempi non sospetti di egemonia clintoniana, nel pieno dell’espansione progressista degli anni Novanta, fa eleggere presidente degli Usa un ex cantante confidenziale con atteggiamenti decisamente populisti e anti-politici. E c’è la famigerata puntata dei Simpson con Trump presidente, e Matt Groening è un fan di Pynchon, e lo stesso Pynchon appare in una storia dei Simpson, e il cortocircuito postmoderno è servito. “Nel saggio E unibus pluram – aggiunge Briasco – Wallace ragionò con precisione su quanto l’ironia era ormai stata sequestrata dalla televisione, dai meccanismi dell’informazione, e così Trump diventa una profezia che si autoavvera”. Uno dei crucci che emerge da Americana è la mancanza di un continuatore nel solco contraddittorio e geniale di Wallace: “È stato l’ultimo grande sperimentatore americano. Dave Eggers sembra si sia impantanato, Il cerchio è un romanzo con molti limiti: l’ultimo libro che ha fatto saltare il banco è stato Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, il romanzo più bello e più sperimentale degli ultimi anni”.

Tornare a casa
Citando una teoria di Jane Smiley, Jonathan Franzen argomenta che i romanzieri muovono da due preoccupazioni. Semplificando, la prima è avventurarsi nel mondo esterno, la seconda è tornare a casa. “Ho la sensazione di far parte di una di queste trasformazioni generazionali: un passaggio dal modello maschile e avventuroso alla Huck Finn, cui in fondo appartiene anche Pynchon, al modello domestico. A un certo punto, le avventure ti stancano. E torni a casa”, ha detto Franzen in una conversazione con l’amico e collega Donald Antrim.

Da Le correzioni a Libertà, il cammino di Franzen – il Grande Scrittore Americano dei nostri anni – verso il ripiegamento domestico è ben visibile. Dice Briasco: “Raccontare i fatti collettivi attraverso il filtro familiare è qualcosa che ritroviamo in maniera costante nel romanzo americano degli ultimi anni, da Franzen a Safran Foer. Entrambi sconfinano nel bestseller, in America e in Europa, cosa che non è accaduta a nessuno degli autori dell’altra vena, quella postmoderna: se non – ma per ragioni peculiari – allo stesso Wallace”.

Raccontare i fatti collettivi attraverso il filtro familiare è qualcosa che ritroviamo in maniera costante nel romanzo americano degli ultimi anni, da Franzen a Safran Foer.

In Americana Franzen e Safran Foer rappresentano gli esponenti ultimi di questo filone, che però secondo Briasco offre le sue pagine migliori nei libri della Elizabeth Strout di Olive Kitteridge (“alle grandi scrittrici americane non interessa utilizzare la famiglia per quel genere di operazione un po’ retrò, nostalgica, e a volte anche furbetta messa in piedi dai maschi bianchi. Per una scrittrice americana, la storia familiare è cosmo”) o in Lucia Berlin e Lauren Groff, rimaste per un soffio fuori da Americana. Ci sono invece John Cheever, Ann Bettie, Raymond Carver, Bret Easton Ellis. Ma anche John Williams.

A proposito: l’incredibile successo postumo di Stoner resta un fatto davvero singolare, e Briasco lo spiega così: “Il personaggio di Stoner è costruito in antitesi alla tradizionale idea per cui una vita qualunque può nascondere esplosività, e questo è il fascino del libro. Questa vita resta implosa fino alla fine, una specie di Bartebly moderno dalla dignità quasi eroica”.

E veniamo alla sintesi
A un certo punto dell’intervista ho chiesto a Briasco le ragioni che lo hanno portato a inserire John Updike, Cormac McCarthy e Philip Roth in una sezione del libro intitolata Le grandi sintesi. La risposta di Briasco è articolata: “Ho voluto individuare un momento specifico nella letteratura americana che si colloca idealmente negli anni ’80-’90 (e se avessi dovuto aggiungere un paio di nomi a questa grande sintesi sarebbero stati Toni Morrison, fuori da Americana per ragioni di scarso dialogo con gli altri autori; e Stephen King, che compare in un’altra sezione). Una serie di autori, in particolare di romanzi, hanno operato in questa fase un lavoro di sintesi e mediazione fra le grandi tradizioni del romanzo americano, quella realistica e quella sperimentale. Al meglio, lo hanno fatto Updike e Roth per quanto riguarda il canone “bianco” – l’uno con la trilogia di Coniglio e l’altro con Pastorale americana e La macchia umana – e Cormac McCarthy”. Inserire McCarthy tra Roth e Updike può risultare una dissonanza. Secondo Briasco, il punto va rintracciato nella parabola autoriale di McCarthy, nato come scrittore del Sud (“e del Sud più sporco”), spostatosi verso il Texas attraverso Meridiano di sangue e approdato al western (Cavalli selvaggi), grazie a una sintesi narrativa che ha attinto anche dalla distopia (La strada). “Cavalli selvaggi e Non è un paese per vecchi – aggiunge Briasco – sono romanzi in cui si realizza il gioco, molto americano, di contrapporre al presente dei sogni infranti un passato mitizzato, con il suo sistema di valori. Qualcosa di diverso rispetto a quanto accadeva nei suoi primi libri, dominati dall’anomia, dalla violenza e dall’oscurità”.

E adesso?
Tra gli scrittori inclusi in Americana le cui opere sono uscite negli ultimissimi anni ecco Donna Tartt, Ben Lerner, Garth Risk Hallberg e Ryan Gattis. Nel mondo a venire è un romanzo fragile e seducente: “Ben Lerner ha scritto due libri belli ma molto atipici. Adesso, per acquistare una forza ulteriore, dovrebbe riuscire a staccare ulteriormente, scrivendo qualcosa che possa acquistare una maggiore forza a livello di respiro narrativo. Altrimenti rischia di rimanere uno scrittore talentuoso ma privo della potenza che hanno i capofila”.

Nel frattempo la storia, con l’elezione di Donald Trump  a presidente degli Stati Uniti, ha fatto un’altra delle sue irruzioni. La nostra chiacchierata si è conclusa immaginando quello che potrà accadere: “Non riesco a immaginare se e quali conseguenze può produrre un evento del genere sulla narrativa americana dei prossimi anni. Per noi potrebbe essere l’occasione di avvicinarsi agli scrittori che hanno raccontato l’America che ha scelto Trump, non solo quella delle famiglie borghesi ma quella del white trash, degli esclusi”. Forse è tornato il tempo di uscire là fuori.

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